Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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Recensione
13/03/2013
Abstract
Con questo su saggio Farid Adly ha dato un volto agli eventi che hanno portato alla caduta del regime di Muhammar Gheddafi e ha riflettuto sugli interrogativi posti dalla rivoluzione libica, analizzando anche il ruolo e il coinvolgimento delle potenze straniere negli affari della famiglia Gheddafi

La rivoluzione del 2011 ha lasciato aperti molti interrogativi in merito alla natura della rivolta che ha deposto il regime di Gheddafi. A causa, però, di pregiudizi ideologici, o per giustificare coloro che fino a ieri si dimostravano sodali del dittatore libico, molto di quanto avvenuto in questi ultimi anni è stato interpretato in maniera distorta, dimenticando quei fatti che inequivocabilmente mostravano il volto repressivo e violento della dittatura.

In questo senso Farid Adly, col suo libro, ha voluto fare chiarezza e soprattutto ha risposto punto su punto a coloro che in questi mesi hanno continuato a sostenere le ragioni di un Gheddafi antimperialista - e quindi da ammirare -  o che comunque, già in affari col regime, hanno messo in dubbio la spontaneità della rivolta popolare: «non sono [ndr, i rivoltosi] né agenti prezzolati, come li ha definiti il regime, né vassalli di un complotto preparato a Washington, Londra e Parigi, ma militanti di movimenti politici, prevalentemente costretti a vivere di stenti nel duro esilio» (p. 84).

A fronte di otto mesi d’insurrezione, un intervento internazionale, cinquantamila morti, duecentomila feriti, centinaia di migliaia di sfollati e rifugiati, fino all’esecuzione sommaria del colonnello Gheddafi, spesso gli argomenti della politica si sono limitati al pacifismo e alle ipotesi di complotto occidentale.

Ben diversa l’analisi di Adly: «In Tunisia, la rivolta è partita spontaneamente, ma sorretta da sindacati e partiti politici organizzati e da una società civile attivissima. In Egitto, i giovani organizzatori vivevano al Cairo e ad Alessandria si sono sorpresi loro stessi dei numeri a sei zeri dei partecipanti. In Libia, gli organizzatori erano nella stragrande maggioranza all’estero e quelli rimasti nel paese erano celati in clandestinità» (p. 96).

Farid Adly ha raccontato i fatti per quelli che sono, rispondendo così ad alcuni interrogativi: com’è scattata l’insurrezione e quanto hanno influito le rivolte in Tunisia ed Egitto? Si può parlare d’intervento militare umanitario? È davvero valida la tesi della cosiddetta «eccezione araba» sull’inconciliabilità fra Islam e democrazia? La nuova Libia, comunque legata all’Italia da una controversa storia coloniale, riuscirà a garantire democrazia, stabilità politica e quindi equa distribuzione della ricchezza petrolifera?

L’inizio della catena di eventi che ha poi dato luogo alla rivoluzione libica, tralasciando tutte le ipotesi di complotto, sicuramente gratificanti per chi identifica l’Occidente come causa di tutti i mali (in questo caso paradossalmente in sintonia con coloro che hanno fatto affari poco limpidi con Gheddafi), viene individuata con la strage nel carcere di Abu Selim (1996), compiuta dagli scherani del regime quando i detenuti rivoltosi erano tornati nelle loro celle: le rivendicazioni e la lotta delle famiglie degli assassinati sarebbe stata quindi la scintilla dei moti, covata ormai da anni. Quindi la rivolta contro il regime di Gheddafi non viene raccontata come una guerra civile, come sostengono alcuni analisti, ma proprio come una resistenza popolare contro un tiranno, la sua famiglia, i suoi miliziani e mercenari.

Altri luoghi comuni, tipo la modernità della condizione femminile nella società libica, vengono archiviati come «emancipazione distorta», ad esempio raccontando la storia di Huda Ben Hamer «un’arrivista che per scalare il potere ha sfoderato tutto il suo sadismo contro gli oppositori del regime» (p. 112).

Gran parte delle pagine di «La rivoluzione libica» sono dedicate agli affari pericolosi delle industrie occidentali con la dittatura. Pensiamo ad alcuni sicari, tra i quali il responsabile dell’omicidio di Azzadine Lehderi, poi condannato da un tribunale italiano, che ha fatto carriera all’interno del regime e ha tranquillamente firmato un contratto con Finmeccanica per un valore di 541 milioni di euro. Da questo accenno già si capisce come uno degli argomenti più scottanti del libro di Adly sia il coinvolgimento delle potenze straniere, Italia in primis, negli affari della famiglia Gheddafi.

È un’opera scritta da un uomo esplicitamente di sinistra e che appunto per questo in qualche modo “eretica”, quando l’autore, non venendo meno alla sua professionalità e capacità di osservazione, mostra un’abissale distanza da quanto abbiamo potuto leggere e ascoltare in questi mesi, tra minimizzazioni dei crimini della dittatura ed esplicite lodi al regime. Leggiamo: «Il Gheddafi socialista, che alcuni anche a sinistra decantano, è una menzogna colossale […] La tendenza verticistica e la mancanza di una legittimità democratica, da una parte, e l’attacco dei paesi occidentali alleati di Israele dall’altro (guerra di Sueza nel 1956 e quella del 5 giugno 1967) hanno reso questi nuovi regimi delle oligarchie militari che nulla hanno a che fare con la minima idea di una giusta distribuzione della ricchezza nazionale e di uno sviluppo sociale e culturale dell’essere umano» (p. 131). Ma anche per il pacifismo ci sono parole severe: «La parola pacifismo va usata con le dovute cautele, non può essere evocata in ogni situazione in modo acritico. Soprattutto non si deve usare nel momento di pericolo, quando un popolo sta per essere massacrato dal proprio dittatore» (p. 135).

Il libro si chiude con un sentito messaggio dove si analizza lo scenario possibile per la democrazia in Libia; con buona pace di chi ancora rimpiange il dittatore.

Farid Adly è un giornalista libico che da anni risiede in Italia. Collabora con Radio Popolare, il Corriere della Sera e il Manifesto. Negli anni settanta ha fondato a Milano un periodico dedicato al Medio Oriente, Al-Sharara (La Scintilla).

Farid Adly, La rivoluzione libica, Il Saggiatore, Milano 2012, pag. 232, € 15.