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13/03/2013
Abstract
Mario Rigoni Stern narra magistralmente  la sua esperienza di sottufficiale nella divisione Tridentina, poco prima e, poi, durante la tragica ritirata di Russia. Un testo che ha un indubbio valore di testimonianza ma che rappresenta anche una delle più celebri ed apprezzate opere della letteratura di guerra.

«Il sergente nella neve», racconto lungo o romanzo autobiografico del 1953, è l’opera che diede la fama a Rigoni Stern, e che, secondo il giudizio pressoché unanime della critica, è uno dei più importanti racconti di guerra usciti dal 1945 ad oggi. Qualche anno dopo fu pubblicato anche «Centomila gavette di ghiaccio» di Lorenzo Bedeschi, sulla rovinosa campagna di Russia, ma a differenza del «Sergente nella neve», e malgrado le sue alte qualità letterarie, il testo di Bedeschi non ha mai ottenuto la diffusione e il generale apprezzamento che fu tributato al libro di Rigoni Stern fin dalla sua prima pubblicazione nel 1953 per Einaudi nei «Gettoni» diretti da Vittorini. C’è da pensare che in questo caso il pregiudizio politico (Bedeschi aderì alla RSI) abbia in qualche modo condizionato il giudizio dei critici e in qualche modo abbia favorito il reduce di Asiago, che nel dopoguerra, lontano da attive militanze politiche, si dedicò al semplice lavoro di impiegato del catasto.

Non bisogna stupirci quindi se «Il sergente nella neve» fu inizialmente presentato da Vittorini, proprio lui che pure favorì la sua pubblicazione, come opera di uno scrittore privo di vocazione «che forse non sarebbe mai stato capace di scrivere di cose che non gli fossero accadute» (Michele Buzzi, Invito alla lettura di Rigoni Stern, Milano 1985, p. 95).

In altri termini: un libro inizialmente apprezzato per il suo valore di testimonianza, salvo poi accorgersi che Rigoni Stern era invece uno scrittore vero quando la sua attività letteraria proseguì con opere come «Il bosco degli urogalli», «Quota Albania», «Ritorno sul Don», «Storia di Tönle».

Tornando al «Sergente nella neve», bisogna subito rilevare come l’autore, a differenza di Bedeschi, abbia del tutto evitato riferimenti alle premesse storiche, ammettendo un inizio brusco e volendo entrare subito nel vivo dei fatti: «Ho ancora nel naso l’odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato» (p. 3). Una scelta forse coerente con la tragicità di quello che Rigoni si accingeva a raccontare: la ritirata di Russia durante la Seconda guerra mondiale.

Lo scenario si apre nell’inverno del 1942 e precisamente in un caposaldo sul fiume Don.

Qui le giornate scorrono quasi tranquille, monotone, raramente interrotte dai combattimenti con i Russi. La situazione, pur tesa, precipita quando muore il tenente Sarpi e quando, incrementandosi gli attacchi del nemico, munizioni e provviste iniziano a scarseggiare.

È proprio allora che inizia l’offensiva russa e la rottura del fronte di guerra con il successivo ordine di ripiegamento e di abbandono del caposaldo. Da quel momento inizia la seconda parte del libro, “La sacca”, che racconta le esperienze estreme della colonna di soldati in ritirata, alle prese con l’inverno nella steppa gelida. Lo stesso sergente Rigoni, dopo il ferimento del tenente Moscioni, sarà costretto a prendere il comando del plotone e a portare i suoi soldati verso i Carpazi per uscire dalla “sacca” e così sfuggire ai Russi. Un percorso di morte e di gelo che culminerà nella battaglia del 26 gennaio, nella quale moltissimi Italiani persero la vita. Rigoni, con alcuni compagni, riuscirà comunque ad uscire dalla sacca e a raggiunge un caposaldo tedesco, e da qui, attraverso la Russia Bianca, fino a casa.

Un racconto di vicende ai limiti della sopportazione umana, ben rappresentato da una prosa scarna, con periodi spesso brevissimi, nel quale la critica ha giustamente rilevato una voluta assenza di retorica e, pur in un contesto di guerra, la conservazione di un’umanità a volte sorprendente. Basti pensare ad episodi come gli incontri con i contadini russi, oppure la notte passata con i soldati nemici dentro un’isba, come un personale e necessario armistizio.

Senza cedere alla fasulla retorica degli “italiana brava gente” Rigoni però non manca di rilevare le differenze con quanto poteva accadere tra Russi e Tedeschi. Leggiamo: «I tedeschi passano ridendo […] osservo il modo che hanno di occupare le isbe. Danno un calcio alla porta, balzano da un lato, spianano la pistola mitragliatrice e poi pian piano guardano dentro. Dove vedono mucchi di paglia sparano dentro qualche colpo. E scrutano con le pile negli angoli bui e sotterranei. I soldati nostri che entrano nelle isbe non fanno come i tedeschi. Aprono le porte e varcano le porte senza sospetto» (p. 89).

Preso atto che la critica, abbandonati i furori militanti degli anni Cinquanta e della guerra fredda, non rimprovera più all’autore la mancanza di una denuncia esplicita dei crimini fascisti, il lettore contemporaneo potrà rilevare da subito, e senza che siano necessari particolari suggerimenti, i diversi elementi che caratterizzano l’opera di Rigoni Stern. Innanzitutto l’autore non ha ceduto alla tentazione del patetico, della retorica e di un polemica che avrebbe reso la narrazione quanto meno faticosa e priva d’immediatezza.

Inoltre lo stile si rivela particolarmente semplice, diretto (qualcuno lo definisce asciutto e disadorno), arricchito da un uso moderato di espressioni dialettali, frutto di molte riletture e di un affinamento progressivo consigliato da amici letterati come Vittorini.

Stile che implica un’immedesimazione con i protagonisti del racconto, del resto frutto di memorie di vita, dove i personaggi sono colti il più delle volte nei loro aspetti quotidiani e meno condizionati dal loro ruolo di soldati. Un realismo, quindi, che non mostra compiacimento o una ricercata crudezza, ma volto a valorizzare invece i fatti in quanto tali; e soprattutto senza mai dimenticare la dimensione di umanità propria di chi si era ritrovato, suo malgrado, a migliaia di chilometri lontano da casa.

Malgrado quanto sia stato scritto in merito alle pagine piene di drammaticità presenti nel «Sergente nella neve» («Contro gli alpini non si scatena solo l’Armata Rossa ma soprattutto il clima inclemente», scrive Umberto Rossi in Il secolo di fuoco. Introduzione alle letteratura di guerra nel Novecento, Roma 2008, p. 258), mi pare si possa convenire che in un libro di memorie come il già citato «Centomila gavette di ghiaccio» le descrizioni di quanto capitato ai soldati italiani in quella tragica ritirata siano addirittura più crude.

In questo senso, sono significative le parole di Giuliano Manacorda, critico letterario di cultura marxista, che pure poteva perpetuare l’equivoco di un colpevole disimpegno politico da parte di Rigoni Stern: «La rappresentazione di quella guerra assurda e maledetta vien fuori da queste pagine con un’evidenza impressionante, senza che Rigoni abbia mai la necessità di alzare il livello della sua prosa, che ha un tono medio efficacissimo, senza una parola in più, senza mai la pretesa di esteriori abbellimenti letterari, la prosa che lo ha reso e lo conferma come il diarista più accreditato della seconda guerra mondiale» (G. Manacorda, in «Rinascita» - 19 novembre 1971).

Mario Rigoni Stern (Asiago 1921-2008) ha esordito nel 1953 con Il sergente nella neve. Ricordi della ritirata di Russia. Altre sue opere: Il bosco degli urogalli (1962), Quota Albania (1971), Ritorno sul Don (1973), Storia di Tönle (1978, Premio Campiello), Uomini, boschi e api (1980), L'anno della vittoria (1985), Amore di confine (1986), Il libro degli animali (1990), Arboreto salvatico (1991), Le stagioni di Giacomo (1995), Sentieri sotto la neve (1998), Inverni lontani (1999 e 2009), Tra due guerre (2000), L'ultima partita a carte (2002 e 2009), Aspettando l'alba e altri racconti (2004), I racconti di guerra (2006) e Stagioni. Il suo ultimo libro, pubblicato postumo nel 2008, è la sceneggiatura del Sergente nella neve, scritta con Ermanno Olmi.