Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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Recensione
05/07/2012
Abstract
Il generale Fabio Mini risponde a una domanda in merito ai conflitti recenti e meno recenti, dimostrando che la guerra non è soltanto manifestazione di potenza e spietatezza, ma anche e soprattutto inganno e ipocrisia.

Già con le sue precedenti opere, “La guerra dopo la guerra”, “Soldati” e “Gli eroi della guerra”, Mini aveva portato avanti argomentazioni che potrebbero apparire eretiche in bocca ad un alto ufficiale dell’Esercito.

Il suo ultimo libro edito da Chiarelettere, forse proprio grazie alla sua brevità, ancora una volta riesce a svelare quei meccanismi menzogneri che precedono e si accompagnano alle campagne belliche.

Non è quindi un caso che la parola più ricorrente sia proprio “ipocrisia”.

Il generale, rispondendo alla domanda del titolo, si è dato cinque risposte, partendo dalla menzogna per poi seguire con gli affari, l’arte dell’ipocrisia, il gusto della guerra, l’ipocrisia della normalità.

L’autore, constatando che la verità è la prima vittima della guerra e analizzando personaggi ed avvenimenti storici, mostra come nei tempi moderni ormai politica e strategia si siano fuse nella menzogna. Mentre nell’antichità il pretesto falso e incredibile era una sorta di rituale volto a non offendere gli dei, ai giorni nostri «l’inganno bellico non è più tale quando la menzogna pretende di essere verità e quando a menzogna si aggiunge menzogna per renderla credibile» (p. 22).

Parimenti, anche la pace ormai è diventata un pretesto abusato e ipocrita. Si ricorda il Gandhi che era consapevole, nel praticare la non-violenza, di essere lui stesso vicino all’ipocrisia; e soprattutto come da un lato la non-violenza gandhiana sia di fatto scomparsa dalla pratica pacifista, e dall’altro come più che mai ipocrita sia diventato il termine “operazioni umanitarie” nel trasformare in umanitario quello che correntemente si chiamava diritto bellico: «l’umanitarismo ipocrita diventa alibi per la guerra o la sopraffazione, ma si dimentica spesso dell’umanità» (p. 29).

Il binomio ipocrisia-menzogna è qualcosa che va avanti da secoli e Mini non ha alcuna difficoltà a trovare esempi calzanti nella storia più recente: pensiamo al falso incidente del Tonchino che ha dato l'avvio alla guerra del Vietnam, al massacro di Racak del 1999 che ha fornito il pretesto per la guerra in Kosovo, alle armi di distruzioni di massa di Saddam; ed infine quanto meno ipocrite risultano anche le motivazioni umanitarie addotte per far la guerra a quel Gheddafi che fino a pochi mesi fa ha goduto di evidenti connivenze da parte dei Paesi occidentali.

Se poi l’ipocrisia viene interpretata come un’arte, a fronte di “artisti” eccelsi e mediocri, allora Mini dedica le sue pagine soprattutto ai maestri della meschineria e dell’inganno degli alleati e di se stessi: gli Italiani.

Il generale non fa davvero sconti a nessuno ed alcuni passaggi del suo libro risultano davvero formidabili per capacità di sintesi e chiarezza. Pagine che, immagino, saranno poco gradite anche coloro che si definiscono “pacifisti”: «Nel dopoguerra ci siamo riparati all’ombra della Nato dominata dagli Stati Uniti, ma facendo affari con i regimi avversari e persino con i terroristi: abbiamo armato la Libia che ci cacciava a pedate e aiutato i palestinesi mentre insanguinavano l’Europa» (p. 50). E poi ancora: «La guerra stessa non è una vergogna se è necessaria, se viene condotta salvaguardando la dignità e se viene affrontata come una cosa seria, una questione di vita o di morte per lo Stato» (p. 57).

Un’ipocrisia che, però, oltre a servire interessi politici e materiali, serve anche a coprire il gusto della guerra inteso come piacere del combattimento e della violenza. Qui Mini non poteva non citare Ernst Jünger come uno dei pochi che abbiano confessato apertamente questo “gusto della guerra”; ma soprattutto il generale Patton nella doppia veste di artefice e vittima di ipocrisia. Ed infine l’ipocrisia forse più sconcertante, come ammette lo stesso generale: quella della “normalità”. Così Mini: «siamo così ipocriti sulla guerra perché l’ipocrisia riesce a far considerare normale tutto ciò che vi accade, dagli eroismi ai crimini. E così le medaglie si danno a chili, gli eroi si moltiplicano e si confondono con le vittime o con i martiri» (p.73).

Nelle ultime pagine scorrono davanti ai nostri occhi alcune delle vicende più vergognose che siano state svelate dai media e che hanno visto protagonisti moderni guerrieri forse vincitori sul piano di un’apparente conquista territoriale ma sicuramente sconfitti sul campo dell’etica militare anche per la loro incapacità di gestire l’eccesso di potenza: Guantánamo («luogo di tortura e giustizia sommaria»), le brutalità dei soldati canadesi e italiani in Somalia (l’esercito italiano, nel non comminare punizioni ha applicato l’ipocrita regola di Patton: la punizione fa male al morale delle truppe), le sevizie di Abu Ghraib, il fosforo bianco di Falluja; ed infine il simbolo estremo di questa normalità surreale: la guerra di Palestina dove Israeliani e Palestinesi negano i reciproci diritti elementari di esistenza.

Coerenti le conclusioni del generale: «Non è questa la normalità neppure per chi è in guerra e quindi dobbiamo rifiutarla anche a costo di apparire ipocriti» (p. 84).

F. Mini, Perché siamo così ipocriti sulla guerra?, Chiarelettere, Milano 2012, pp. 84, € 7.