Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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Recensione
05/07/2012
Abstract
Il generale Mini, non a torto definito una voce fuori dal coro, ha qui tracciato il profilo del Mediterraneo analizzando con l’ottica della potenza militare le terre che lo circondano e i popoli che ci vivono. Ne è scaturito un quadro decisamente preoccupante.

Il Mediterraneo raccontato da Mini, che in questa sua opera ha unito l’ottica militare con quella sociopolitica, è innanzitutto un luogo di guerra, una guerra che negli anni si è mostrata anche in forme inconsuete, impiegando «tutte le armi e persino le non armi, la violenza e la non violenza, la ragione e il torto» (p. 303).

In altri termini, una dimensione militare che si è rivelata preponderante in tutto il bacino mediterraneo, ma poi, anche a causa di una deliberata volontà di mimetizzare e nascondere gli elementi bellici, come effetto collaterale di questa ipocrisia, spesso la politica, i media e l’opinione pubblica  hanno perso il contatto con la realtà o con una parte di essa.

Un Mediterraneo come luogo di guerra visto non semplicemente come frutto del business delle armi ma semmai come risultato della paura degli altri e dell’ambizione di sopraffarli: un mare con il più elevato numero di “altri” e quindi con il più elevato livello di ambizione pronta a scatenare o progettare conflitti.

Un numero elevato di “altri” anche perché il Mediterraneo analizzato da Mini non è semplicemente un mare fisico; semmai: «un mosaico di tante terre e tanti popoli che hanno moltissimi problemi, fra i quali quelli navali e marittimi, sono fortunatamente i meno gravi» (p. 315). É un luogo con una frontiera liquida che si può circoscrivere ma soprattutto si può espandere fino a luoghi molto lontani e collegati da altri mari o vie fluviali.

Sono pagine che quindi analizzano non soltanto la geopolitica e le forze armate dei Paesi che si affacciano sul mare Mediterraneo, ma anche le terre balcaniche, il vicino e il Medio oriente, il corno d’Africa e le terre sul Mar Nero.

Pagina dopo pagina ci rendiamo conto come mai il generale sia stato definito “eretico”: le sue analisi mostrano in tutta evidenza un realismo che non concede nulla al diffuso e superficiale manicheismo propalato dai nostri media. Semmai, coerentemente con quanto già avevamo letto in opere precedenti come “Soldati” o “La guerra dopo la guerra”, risulta evidente come approfondire la geopolitica con l’ottica militare, voglia dire nel contempo svelare le strategie politiche e belliche basate sull’inganno e l’ipocrisia.

Ne consegue che non devono affatto sorprendere le frequenti citazioni da WikiLeaks, uno strumento che ha fornito «ai paesi del Mediterraneo (e non solo), soggetti a regimi autoritari e corrotti, la prova che essi da tempo sospettavano e cioè che i governi americani predicano libertà e democrazia per gli oppressi ma quando conviene difendono e consolidano gli oppressori» (p. 254).

Il realismo alieno da manicheismo di Mini, in particolare con riferimento alle rivolte arabe, alla Siria, alla Libia, descrive un Mediterraneo dove non esistono i buoni da una parte e i cattivi dall’altra, ma più spesso due diversi modi di declinare la violenza, l’oppressione e la conseguente ipocrisia.

Anche la guerra infinita tra Israele e i Palestinesi viene raccontata con un realismo che potrà dispiacere in ugual misura ai partigiani pro-Israele e a quelli pro-Palestina: «L’arma più potente d’Israele è la sua credibilità militare, accoppiata alla sua paranoia politica. Israele ha paura e gran parte di questa paura se la produce da solo, riuscendo persino a esportarla. Nessuno sottovaluta l’esigenza di difesa del paese e tutti sanno benissimo che se i paesi arabi che la circondano (nessuno escluso) potessero farlo spianerebbero Israele con un rullo compressore […] La paranoia politica è alimentata da una classe di israeliani di recente immigrazione che ha sostituito la vecchia classe dirigente e porta con sé non tanto e non solo la memoria dell’olocausto, ma la frustrazione della condizione ebraica sottomessa a regimi totalitari come quello sovietico. Il fondamentalismo ebraico di nuova affermazione non è meno estremista, razzista e violento di quello islamista» (p. 172).

Appare evidente come la scelta di osservare gli Stati dell’area dal lato prima storico, poi sociale ed infine militare, abbia permesso a Mini di raccontare con particolare lucidità le ragioni delle attuali guerre mediterranee, conclamate o meno che siano, ed anche i probabili conflitti futuri che già si scorgono all’orizzonte.

F. Mini, Mediterraneo in guerra. Atlante politico di un mare strategico, Einaudi, Torino 2012, pp. 318, euro 18,50.