Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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Recensione
05/07/2012
Abstract
In questo saggio, Luciano Pellicani, sulla base di un’ampia documentazione, individua il comune nemico di comunismo e nazismo: la società borghese.

Pellicani, nel suo più recente «Dalla città sacra alla città secolare» ha  affrontato, soprattutto nelle ultime pagine, il rapporto tra socialismo reale e nazismo, evidenziandone gli elementi comuni che hanno funestato il XX secolo.

L’argomento era già stato oggetto di uno specifico saggio, «Lenin e Hitler», edito nel 2009, nel quale l’autore, citando una notevole mole di fonti e le stesse parole dei due leader totalitari, sostiene la tesi che, malgrado l’interessata e maggioritaria interpretazione marxista-leninista da parte di storici e sociologi, fascismo e nazismo non siano affatto sorti come emanazione del Grande Capitale.

In questo senso, nazismo e comunismo, nella loro battaglia ideologica contro il potere del denaro e della classe borghese, svelerebbero comuni obiettivi e comuni nemici mortali.

Pellicani da un lato ricorda come quegli intellettuali che difendevano in modo cosciente il sistema capitalistico, ad esempio Mises e Hayek, consideravano, fin da prima della seconda guerra mondiale, il fascismo come una sorta di versione nazionalista del socialismo.

Da un altro lato ci viene mostrato, documenti alla mano, come di fatto la logica del genocidio di classe fosse affine a quella del genocidio di razza: «entrambi, pur muovendo da distinti presupposti ideologici, esclusero dall’Umanità milioni di esseri umani e, dopo averli degradati al rango di insetti nocivi, pianificarono il loro sterminio in nome della purificazione morale della società e della creazione dell’uomo nuovo» (p. 44).

La tesi di Pellicani contrasta nettamente con quanto veniva propalato prima del collasso dell’Impero sovietico, ovvero l’idea che le rivoluzioni comuniste siano state in fondo delle modernizzazioni difensive e che in qualche modo abbiano comunque svolto un ruolo progressivo.

La realtà che il nostro autore ci mette sotto gli occhi è semmai quella di un sistema sovietico nel quale si è avuta un’industrializzazione che ha contrastato la modernizzazione intesa come transizione dalla società tradizionale alla società moderna. Società moderna intesa a sua volta come società permeata di cultura individualistica e che è quindi particolarmente sensibile alla sfera dei diritti: in altri termini si parla di società di cittadini e di sudditi.

La guerra di classe intesa in senso marxiano non ha quindi nulla a che vedere con quella lotta di classe che è elemento costitutivo della società moderna nella quale il conflitto è istituzionalizzato e perfino considerato benefico.

La citazione di Francois Furet di “Hitler fratello tardivo di Lenin” sintetizza benissimo tutti gli elementi che nel saggio di Pellicani mostrano comunismo e nazismo animati «dalla identica hybris totalitaria: la purificazione del mondo attraverso l’annientamento degli agenti inquinati ed inquinanti» (p. 9) e la formazione di quel “partito dei puri”, dal carattere quasi religioso, nato per contestare frontalmente lo Stato di diritto, la democrazia parlamentare, l’economia di mercato, la proprietà privata, l’individualismo, l’illuminismo, il mondo moderno e di conseguenza la borghesia come nemico comune.

Di conseguenza non devono affatto stupire tutti i passaggi e le citazioni presenti in «Lenin e Hitler» che mostrano, ad esempio, come Goebbels attingesse dall’arsenale ideologico dei comunisti e questi, a loro volta (viene citata una lettera di Simon Weil) subissero l’influenza dell’antisemitismo nazista.

Se è vero che alla concezione del mondo marxista (traducibile in senso più ampio come Weltanschauung) incentrata sulla guerra tra classi, Hitler contrappose una Weltanschauung basata sulla guerra tra razze, è altrettanto chiaro come ambedue i totalitarismi si alimentassero del mito della rivoluzione diretta contro il mondo borghese nel suo complesso e con l’obiettivo dichiarato di creare una nuova civiltà e un uomo nuovo.

Pellicani, sempre con l’ausilio di un gran numero di citazioni che non appesantiscono affatto la lettura del testo, evidenzia gli elementi che hanno visto comunisti e fascisti (di sinistra) uniti contro quel capitalismo e quel liberalismo che si ritenevano elementi fondanti dell’odiata classe borghese.

L’autore sottolinea anche come il fascismo non riuscì ad essere completamente totalitario (e in questo ricorda Emilio Gentile che ha parlato del nostro ventennio come esperimento totalitario) «non solo perché non rase al suolo il mercato; non vi riuscì perché nel suo codice genetico mancava la cosa essenziale: l’idea della purificazione del mondo attraverso lo sterminio degli elementi corrotti e corruttori» (p. 135).

Lenin e Hitler, ovvero comunismo e nazismo, sono mostrati in questo saggio col loro volto di movimenti rivoluzionari, intendendo la rivoluzione come processo palingenetico, e quindi tutt’altro che distanti nel procedere verso un obiettivo comune: purificare il mondo attraverso il terrore catartico.

L. Pellicani, Lenin e Hitler. I due volti del totalitarismo, Rubbettino, Soveria Mannelli 2009, pp.138, euro 16,00.