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Recensione
13/05/2012
Abstract
Con questo suo saggio Settis, nel considerare il paesaggio italiano come “un grande malato”, intende recuperare la memoria storica della difesa del territorio e nel contempo proporre un appello ad un’azione popolare per fermare le devastazioni in atto.

Salvatore Settis è uno storico dell’arte e un archeologo di fama internazionale, ma in questo suo saggio «Paesaggio, costituzione, cemento», si è provato con un argomento parzialmente estraneo ai suoi studi.

Settis ha voluto proporci un’approfondita analisi in merito alla legislazione di tutela dell’ambiente e del paesaggio a partire dagli anni più antichi fino ai giorni nostri.

E’ la storia del progressivo logoramento delle radici etiche e giuridiche della tradizione italiana di tutela del paesaggio: dagli editti del camerlengo a Bottai e Benedetto Croce, all’attuale disastro – morale prima che normativo – frutto anche di un mancato raccordo fra la legge paesaggistica e la legge urbanistica del 1942. Malgrado la complicata redazione dell’art.9 C. (voluta fortemente da quel Concetto Marchesi che temeva la «raffica regionalistica»), Settis rileva come la situazione si sia poi aggravata enormemente con la costituzione delle autonomie regionali, con gli Statuti delle singole regioni e la raffazzonata riforma del titolo V della Costituzione.

L’analisi di tutte le riforme, quelle che hanno dato il via libera al saccheggio del territorio italiano, è puntuale, a partire dalla recente s.c.i.a. (segnalazione certificata di inizio attività) che ha soppiantato la d.i.a. (denuncia inizio attività), per poi giungere a tutte quelle norme che hanno sancito il dissennato divorzio tra paesaggio e ambiente, magari spacciando per semplificazioni amministrative in favore dei cittadini quella che in realtà è la volontà di facilitare le speculazioni di pochi.

Un saccheggio facilitato dalla politica, senza troppe distinzioni tra destra e sinistra, e che ha visto “puniti”, anche da parte dei propri alleati di schieramento, amministratori rigorosi come Renato Soru che aveva tentato di proporre una pianificazione paesaggistica virtuosa e rispettosa dell’ambiente, ma invisa a coloro che non volevano ostacoli alla cementificazione delle coste.

«Paesaggio, costituzione, cemento» non entra in merito alle vicende complicatissime delle cosiddette “grandi opere”, ovvero il sistema del general contractor, della concessione di committenza, della legge 443 del 2001, di tutto quel sistema imbastito per aggirare l’applicazione del codice dei contratti e sul quale hanno scritto con competenza Ivan Cicconi (“Le grandi opere del cavaliere”), Preve e Sansa (“Il partito del cemento”, peraltro citato anche da Settis).

L’autore, nel rilevare un sistema che incentiva lo spreco di denaro pubblico e nell’analizzare la lunga sequenza di condoni, la cementificazione selvaggia giustificata da improbabili “piani casa”, i numerosi interventi della Corte Costituzionale (con la sentenza 367/2007 si ribadisce come il paesaggio incarni valori costituzionali primari e assoluti che sovrastano qualsiasi interesse economico), giunge in fondo alle medesime conclusioni di Cicconi: in presenza di una evidente disinformazione, con media addomesticati, in presenza di una classe politica che mistifica interessi privati con parole come “sviluppo sostenibile”, in Italia assistiamo ad una lotta tra interessi della comunità, difesa dalla Costituzione e i profitti di pochi predatori senza scrupoli, magari pure spacciati per coraggiosi imprenditori al servizio dello Stato.

Proprio a riguardo, mentre le popolazioni che si oppongono allo scempio del loro territorio spesso sono sbrigativamente tacciate come affette da sindrome “NIMBY” (Not In My Back Yard), Settis ricorda come sono le stesse convenzioni internazionali sottoscritte dall’Italia (es. la Convenzione sulla biodiversità del 1992 e la Convenzione europea sul paesaggio) a definire la «conoscenza locale elaborata attraverso la diretta esperienza dei luoghi» come una «forza vitale nella conservazione degli ecosistemi e dei paesaggi» (pag. 299).

«Paesaggio, costituzione, cemento», con la sua mole di informazioni – tanto che risulta molto difficile sintetizzarne il contenuto - , con la sua attenzione sia alle nostre bellezze artistiche che a quelle naturali (due aspetti inscindibili, come ripetutamente ci ricorda Settis) e, contestando che «l’ossessione edilizia» abbia ragioni economiche fondate, col suo appello a considerare la qualità del paesaggio e dell’ambiente non un lusso ma una necessità per salvaguardare la vita delle future generazioni, rappresenta qualcosa di più di un saggio, seppur di indubbio rigore scientifico: è un autentico manuale di resistenza civile.

Salvatore Settis ha pubblicato La tempesta interpretata. Giorgione, i committenti, il soggetto (1978 e 2005), La colonna Traiana (1988), Italia S.p.A. (2002), Futuro del «classico» (2004), Iconografia dell'arte italiana 1100-1500: una linea (2005), Artemidoro. Un papiro dal I secolo al XXI (2008) e Artisti e committenti fra Quattro e Cinquecento (2010). Dopo aver diretto il Getty Research Institute for the History of Art di Los Angeles (1994-99), è tornato a insegnare Storia dell'arte e dell'archeologia classica alla Scuola Normale Superiore di Pisa, di cui è direttore. Accademico dei Lincei, delle Accademie delle Scienze di Berlino, Monaco e Torino, dell'Accademia Reale del Belgio e dell'American Academy of Arts and Sciences. Nel 2006 è stato nominato dalla Commissione Europea fra i membri fondatori del Consiglio Europeo delle Ricerche (ERC), dal 2008 è presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali. Con Claudio Gallazzi e Bärbel Kramer ha curato l’ edizione del Papiro di Artemidoro (LED, 2008).

Salvatore Settis, Paesaggio Costituzione cemento. La battaglia per l'ambiente contro il degrado civile, Torino 2010, Einaudi, pp. 326, € 19.