Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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Recensione
13/05/2012
Abstract
Per la prima volta sono stati pubblicati gli scritti privati e gli appunti di Paolo Borsellino, riflessioni che toccano argomenti ancora di stretta attualitą come ad esempio la riforma della giustizia, il pentitismo e che soprattutto mostrano la sensibilitą ed il coraggio di un grande magistrato e di un grande uomo.

Il magistrato Antonio Ingroia, autore della prefazione al libro, scrive che Paolo Borsellino non volle mai pubblicare un saggio di diritto o sulla mafia proprio perché, nella sua umiltà, riteneva di essere un uomo d’azione più che di concetto.

E’ quindi solo dopo la sua morte, e dopo tanti anni, che Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo hanno potuto raccogliere in volume, sia quegli scritti che Borsellino aveva redatto in occasione di convegni, manifestazioni, incontri con gli studenti, sia gli scritti più personali come le due versioni della commemorazione dell’amico Giovanni Falcone.

Dalle pagine di Paolo Borsellino – ed era difficile dubitarlo – si coglie tutta la sua competenza ed esperienza in merito alla natura ed alla pericolosità del fenomeno mafioso, inteso non solo come semplice aggregazione criminale dedita al traffico di droga (più un mezzo per ottenere liquidità che fine ultimo della mafia), ma soprattutto come un’organizzazione cohe ambisce a porsi in alternativa allo Stato, mutuando i suoi compiti in tema di sicurezza, ordine pubblico e controllo delle attività economiche. Una realtà criminale, dunque, talmente pervasiva da rendere inefficace la mera azione repressiva della magistratura e delle forze dell’ordine . É per questo che Borsellino riteneva necessario che lo Statomostrasse un nuovo modo di proporsi nei confronti dei cittadini, mostrando un rigore etico fino ad ora assente.

Accanto a queste considerazioni che possiamo definire in qualche modo sociologiche, Borsellino, nelle vesti di operatore del diritto, affronta ripetutamente argomenti tutt’ora estremamente controversi in merito ai difetti del sistema giudiziario, ai rapporti tra politica e magistratura, alle complicazioni del nuovo codice con rito accusatorio, alle sempre presenti proposte di separazione delle carriere tra organi requirenti e giudicanti (delle quali il magistrato ha sempre colto il tentativo di creare un controllo sui P.M. ed una conseguente impunità della politica), all’obbligatorietà dell’azione penale (“a nulla rilevando in contrario i dotti richiami di diritto comparato riferibili a sistemi politico-costituzionali profondamente diversi dal nostro”), ai pro e contro delle leggi che hanno riguardato il pentitismo.

Borsellino, pur con uno stile apparentemente pacato, non usa mezzi termini nel chiarire il suo pensiero. Leggiamo a pag. 53: “Tant’è che si è avanzata da taluni dilettanti di criminologia la bislacca idea che la liberalizzazione del consumo di droga comporterebbe, con il venir meno degli enormi profitti che si ricavano dall’illecito, la sicura fine di Cosa Nostra”. E poi ancora, tra i suoi appunti: “Non esistono seri controlli interni sull’attività della P.A. perché controllori e controllati rispondono entrambi a logiche lottizzatorie dei partiti politici”.

Il magistrato inoltre appare ben consapevole del tentativo di demandare il problema del fenomeno mafioso esclusivamente alla magistratura e alle forze dell’ordine, come una sorta di “truffa atta ad ingannare l’opinione pubblica” nell’addossare eventuali insuccessi soltanto ai giudici ed esimersi dalle responsabilità politiche.

Quando Borsellino scrive: “come storicamente avviene ogni volta che la mafia diviene anche problema di ordine pubblico (più omicidi, più mafia, mentre spesso è vero il contrario)”, egli sembra anticipare quello che poi è realmente avvenuto anni dopo a seguito dell’arresto dei corleonesi, ovvero una nuova strategia della sommersione.

Sicuramente tutte le pagine che fanno riferimento alla legislazione del tempo, ovvero metà anni ’80 e inizio anni ’90, vanno prese con beneficio d’inventario. Allora, infatti, non erano ancora state promulgate leggi come la n. 241 del 1990, la 142 del 1990, non era stato riformato il reato di abuso d’ufficio, l’articolo 111 della Costituzione sul “giusto processo”, la cui genesi ben poco virtuosa è stata ottimamente illustrata da Bruno Tinti, e tante altre leggi, anche le cosiddette “ad personam” o “ad castam”, in chiara contraddizione con chi, in ogni suo scritto, fa riferimento ad uno Stato e ad una politica che dovrebbe condurre la sua azione informata ad una rigorosa etica pubblica.

Dalle pagine di “Oltre l’omertà” cogliamo anche il lato umano di Borsellino, la sua generosità. La diatriba innescata da Sciascia col suo infelice articolo sui “professionisti dell’antimafia”, non lasciò strascichi polemici. Borsellino si dichiarò ammiratore dello scrittore di Racalmuto e, grazie al fatto di essersi chiariti più volte di persona, tra i due nacque un’amicizia personale alimentata da una comunanza di idee sulla Sicilia e sulla mafia.

Tra le pagine finali del libro troviamo i testi dedicati alla commemorazione di Giovanni Falcone. Per la veglia del 23 giugno 1992 a S. Ernesto, Borsellino scrive: “Giovanni Falcone lavorava con la perfetta coscienza che la forza del male, la mafia, lo avrebbe un giorno ucciso”.

Meno di un mese dopo, il 19 luglio in via d’Amelio, fu assassinato anche lui insieme ai cinque agenti di scorta.

Probabilmente quella frase, riferita all’amico e collega Falcone, l’aveva scritta pensando anche a se stesso.

P. Borsellino, Oltre il muro dell'omertà. Scritti su verità. giustizia e impegno civile, Rizzoli, Milano 2011, pp. X-238, € 9,90.