Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

DOCUMENTI
RECENSIONI
INTERVISTE
ARCHIVIO
FORUM
Recensione
13/05/2012
Abstract
Già prima che i focolai di ribellione del mondo arabo diventassero vere e proprie rivolte popolari facendosi premessa al crollo dei regimi nordafricani, 'Ala al-Aswani, noto in occidente per il suo “Palazzo Yacoubian”, con i suoi articoli apparsi sulla stampa indipendente, aveva espresso la sua opposizione alla politica di quell’Hosni Mubarak che voleva “democraticamente” cedere il potere a suo figlio Gamal. Feltrinelli col titolo “La rivoluzione egiziana” ha raccolto e pubblicato quegli articoli per un libro che riesce a spiegare, probabilmente meglio di un saggio storico, la condizione del popolo egiziano sotto trent’anni di satrapia travestita da democrazia, tra elezioni truccate, torture e violenze sessuali nelle centrali di polizia con tutto il repertorio di un autentico regime tirannico.

E’ evidente che quanto scritto da 'Ala al-Aswani rappresenta soltanto un orientamento per il lettore europeo: dal quel 25 gennaio del 2011 nel quale tanti egiziani, spesso considerati remissivi e privi di coscienza civile, sono scesi in piazza Tahrir e hanno affrontato la polizia in tenuta antisommossa e i cecchini, molto è cambiato; ma ancora i gattopardi del regime sembrano dettare legge, le rivolte continuano e quindi non è ben chiaro quale sarà l’esito della cosiddetta “rivoluzione egiziana”.

Nei suoi articoli appare finalmente quel paese che i media occidentali hanno sempre finto di non vedere: l’Egitto della dissidenza, oppresso, privo di dignità; l’emigrazione per fuggire l’endemica corruzione.

«Perché gli egiziani non si ribellano?»: è la domanda alla quale 'Ala al-Aswani da subito tenta di dare una risposta plausibile e che si è posta ripetutamente in Egitto e all’estero, visto che la povertà e la repressione era un fatto acclarato, al di là della propaganda e della disinformazione. La risposta è complessa come complesse appaiono le ragioni che, per lungo tempo, hanno potuto bloccare il risveglio della dignità del popolo e che alla fine, anche sulla scorta dei nuovi mezzi di comunicazione, non sono state in grado di impedire la “primavera araba”.

Gli articoli di 'Ala al-Aswani, come ricorda Paola Caridi nel saggio introduttivo, con «la loro coerenza, la loro difesa ad oltranza dei diritti civili e dello stato di diritto, non possono essere confinati nelle dinamiche politiche nazionali, sia pure del più popoloso e importante paese arabo», ma semmai sono la rappresentazione di «un intellettuale che non può distinguere la sua arte dall’impegno, la sua scrittura dalla difesa dell’Uomo» (p.19).

“La rivoluzione egiziana”, pur con uno stile a volte fin troppo didascalico, è il racconto circostanziato di piccoli e grandi soprusi e di come il Partito nazionale democratico (Ndp) di Mubarak stia tentando di riprendersi il potere con un’operazione gattopardesca, pianificando un’autentica controrivoluzione.

Gli articoli sui tentativi di riciclaggio e di controrivoluzione, scritti nel marzo 2011, appaiono, alla luce di quello che è avvenuto in Egitto in dicembre, quanto mai profetici.

Le pagine presenti in “La rivoluzione egiziana” descrivono un quadro estremamente complesso dell’Egitto, tra un passato di repressione ed una transizione con tante speranze ed altrettanti pericoli.

Lo stesso 'Ala al-Aswani, sebbene i suoi articoli risuonino spesso del mantra «L’unica soluzione è la democrazia», con le sue feroci critiche al “sionismo” e alla politica israeliana, accusata, a ragione, di aver supportato il regime egiziano, e con il suo giudizio tutt’altro che negativo su Nasser, mostra come, anche per una neonata democrazia non sarà facile abbandonare rancori e un passato fatto di miti che di democratico non hanno avuto mai nulla.

Tra le pagine presenti in “La rivoluzione egiziana” spesso il lettore occidentale, italiano in particolare, potrà però trovare qualcosa di molto vicino a lui e sicuramente non peculiare soltanto nell’Egitto di Mubarak. Scrive l'autore in un passo: «in un sistema dispotico, invece, al ministro non interessa per nulla quello che la gente pensa perché non è arrivato in quel posto attraverso la sua competenza o il suo lavoro, ma solo grazie alla lealtà al presidente, ed è la ragione per la quale da una singola parola del presidente dipende il suo stesso futuro politico» (p.222). E, in riferimento al premier di uno Stato: «l’opinione pubblica ha il diritto di conoscere i dettagli più complessi della sua vita, dalla provenienza e dall’ammontare della sua ricchezza personale ai suoi legami sentimentali, sino alla sua salute e alle malattie di cui soffre, perché le decisioni che prende toccano la vita di milioni di persone, e se desse un giudizio inappropriato oppure se fosse psicologicamente disturbato, potrebbe provocare un disastro di cui pagherebbero il prezzo il paese e i suoi cittadini» (p.256).

Possiamo pensare che simili parole anche in uno stato occidentale, l’Italia ad esempio, avrebbero provocato non poche polemiche e magari meritare ad 'Ala al-Aswani la definizione di giustizialista e illiberale.

Quindi suona verissimo quanto scrive Parola Caridi nell’introduzione sull'opera di 'Ala al-Aswani: «Interroga ognuno di noi e ognuna di noi, costringe ogni singolo lettore a considerarsi parte della stessa storia, e a porsi la stessa domanda. E io, in questa storia, dove sono? » (p.19).

'Ala al-Aswani (Il Cairo 1957) ha studiato odontoiatria all'Università dell'Illinois a Chicago. Esercita tuttora la professione di dentista. Si dichiara politicamente indipendente, ma è stato uno dei membri fondatori del movimento di opposizione Kifaya (Basta così). Tra le sue opere: Palazzo Yacoubian (2006), Chicago (2008), Se non fossi egiziano (2009).

'Ala al-Aswani, La rivoluzione egiziana, Feltrinelli, Milano 2011, pp. 272, € 17.