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15/03/2012
Abstract
Nel capolavoro “Centomila gavette di ghiaccio”(1963), Bedeschi ha raccontato la sua drammatica esperienza di ufficiale medico nella divisione Julia, esaltando il senso della dignità dei soldati italiani coinvolti dal Fascismo nella tragedia della campagna di Russia.

«Il male non è soltanto di chi lo fa: è anche di chi, potendo impedire che lo si faccia, non lo impedisce»: la citazione di Tucidide apre Centomila gavette di ghiaccio, il memoriale di guerra di Giulio Bedeschi.

Spesso un lettore ha difficoltà ad interpretare il perché di una citazione, ma non è certo il caso di quest’opera. Tutt’al più, a fronte di un autentico racconto autobiografico privo di qualsivoglia timidezza nel raccontare una realtà tragica, proprio il richiamo a Tucidide può apparire come uno dei pochi momenti nel quale l’autore prende una posizione più “politica”, almeno nei confronti di coloro che furono responsabili di quel disastro militare chiamato “Campagna di Russia”.

Le pagine di Bedeschi sono la rappresentazione fedele, senza alcun tentativo di edulcorare lo scempio dei corpi e delle coscienze avvenuto in quei mesi di missione suicida, di cosa abbia voluto dire vivere e combattere nell’inverno russo a quaranta gradi sottozero, privi di viveri, senza una linea di comando, dispersi nell’immensità di una steppa gelata, intenti a salvare la pelle e la propria dignità ad ogni costo.

L’autore, pur avendo voluto glorificare con la sua opera il coraggio e lo spirito di sacrificio degli alpini della divisione Julia (che insieme alla Cuneense e Tridentina formava il Corpo d’armata alpino), ha parimenti voluto scrivere un’opera di verità senza mai cedere alla retorica.

Basti leggere il proclama di saluto, l’ordine di servizio che il generale Messe, nel maggio 1942, diffuse ai soldati quando fu sostituito in quel fronte di guerra dal generale Gariboldi, per renderci conto dell’abisso che divideva la brutale realtà vissuta dagli alpini in missione dalla tronfia propaganda dei vertici militari: «Miei valorosi! Il vostro Comandante che vi ha guidato nella titanica impresa, che ha diviso con voi le alternative di tante prove supreme, con voi vissuto la ansie e i tormenti delle vigilie e l’esultanza dei vostri successi, che è stato testimone del vostro coraggio fedele della vostra abnegazione umile, costante, silenziosa della virile volontà con cui avete soggiogato un nemico esperto, pertinace, selvaggio, e difficoltà estreme, il vostro Comandante vi dice il “bravo” che si deve ai forti e vi dà atto che avete ben meritato la consacrazione dei prodi – Fronte Russo 9 maggio 1943 XX. Il generale di corpo d’armata G. Messe».[1]

L’opera, edita nel 1963, ha avuto da subito un grande successo di pubblico (premio Bancarella nel 1964) divenendo un punto di riferimento fondamentale nella memorialistica degli alpini.

Diversamente, non pare che vi sia stata pari attenzione da parte della critica accademica: pochi riferimenti e spesso sbrigativi nelle storie della letteratura, nelle enciclopedie e nei dizionari.

Anche su di un testo particolarmente curato come «Il secolo di fuoco» di Umberto Rossi, dedicato proprio alla letteratura di guerra, a «Centomila gavette di ghiaccio» sono dedicate poche righe: «Lo stesso ambiente ostile e alieno lo si trova nelle pagine di altri memoriali della guerra in Russia, come “Centomila gavette di ghiaccio” (1963) di Giulio Bedeschi, memoriale “manipolato” (l’autore cambiò i veri nomi dei personaggi, incluso il proprio, allo scopo di rendere la propria narrazione rappresentativa di tutti gli Alpini) che rispecchia le esperienze di un ufficiale medico nella divisione Julia, coinvolta nella stessa ritirata che racconta Rigoni Stern; simili esperienze le racconta anche Nuto Revelli, nel suo memoriale “Mai Tardi” (1946) e nel suo memoriale saggio “La strada del Davai”, dove alla rimemorazione s’aggiunge la denuncia dei vertici politici e militari che gettarono l’ARMIR nella disperata spedizione di Russia».[2]

Così Bedeschi nella prefazione: «L’autore […] omettendo gli autentici nomi ha voluto deliberatamente trascendere le singole persone, perché questa è stata davvero la storia di tutti gli alpini, e perché in essa tutte le madri possano intravedere i volti dei loro figli e riviverne la storia di dolore e di morte» (l’unico, tra le pagine del memoriale, che mantiene la sua reale indentità è Toni Covre di San Fior). Non è un caso che Carlo Bo scrisse che Bedeschi con la sua opera aveva saputo individuare una sorta di campo comune nel quale la memoria poteva giocare con tutte le sue carte, senza alcun bisogno di mistificazioni.

«Centomila gavette di ghiaccio» sarà pure un memoriale “manipolato”, ma, salvo quei nomi modificati, rimane magnifico documento difficilmente definibile “romanzo”, come invece leggiamo in certi cataloghi, e nel quale, con tutto il suo realismo, appare evidente la «frattura tra chi comanda e agisce in determinate condizioni e chi deve ubbidire come vuole la legge senza conoscere cos’è che veramente determina la pace o la guerra»[3].

L’autore, giovane sottotenente medico, col nome fittizio di Italo Serri, si racconta a partire dalla prima destinazione nel fronte greco-albanese (1941), quando da subito ebbe modo di cogliere la vera natura dell’alleato tedesco, le prime avvisaglie di quella disorganizzazione italiana nel condurre la guerra, malgrado le grandi capacità e la grande umanità dei singoli soldati, che poi si sarebbe manifestata in tutta la sua atrocità durante la campagna di Russia.

Serri–Bedeschi difatti, dopo una breve licenza, sarà poi trasferito al corpo degli alpini presso la divisione Julia.

Divisioni di alpini impegnati nelle immense pianure della Russia? Già questa era un’anomalia e un’assurdità che provocò l’indignata reazione del colonnello Garri (al secolo, Pietro Gay).

La ferma posizione dell’ufficiale, come si evince nella sua lettera agli organi superiori, gli costò l’incarico e il richiamo in patria: «l’impiego in pianura di queste truppe le espone a catastrofiche conseguenze, impedendo, per la sola natura del terreno, ch’esse possano dispiegare e sfruttare quelle caratteristiche materiali e morali che in terreno montano le rendono assolutamente eccellenti. La guerra in pianura, invece, richiede un addestramento opposto a quello che ad esse è stato impartito, e le sottoporrebbe in partenza ad una sfasatura spirituale rovinosa».[4]

Il colonnello fu profetico, ma di rovinoso non ci fu soltanto la “sfasatura spirituale”.

Sacrificati in prima linea per permettere alle altre truppe italiane e tedesche di fuggire dalla trappola e dall’inverno russo, gli alpini, tra la fine del 1942 e il gennaio 1943, resistettero per mesi contro un nemico senza volto, i Russi, e contro un nemico più presente e mortale, un gelo spaventoso, fino a quando, senza viveri, medicinali e munizioni furono costretti anch’essi alla ritirata.

Digiuni da settimane, feriti senza alcuna possibilità di medicarsi, fortunati se riuscivano a mettere sotto i denti una crosta di formaggio o una rapa marcia, perennemente avvolti da un gelo che scendeva sotto i meno 40 gradi, con dita che potevano cadere da un momento all’altro, sottoposti agli agguati delle truppe russe e impossibilitati a difendersi con le armi ormai prive di munizioni, costretti ad una marcia forzata nel buio della steppa per sottrarsi a morte certa: questi gli ultimi e più drammatici giorni in terra sovietica nel racconto di Serri-Bedeschi.

Un racconto di verità che non risparmia alcun dettaglio, anche quelli più crudi: «Tutto dovevano fare marciando, inesorabilmente: vivere e patire, piangere e respirare, levarsi le croste dalle ferite che s’appiccicavano ai panni e togliersi le dita che staccandosi putride di cancrena scivolavano sotto la pianta dei piedi impedendo il passo; imprecare e supplicare, cogliere la neve per placare l’arsura delle fauci e balzare ad impossessarsi una coperta caduta da una slitta, accudire ai loro bisogni corporali moltiplicati dalla diarrea che infieriva tra le schiere; e allora si vedevano quei tragici pezzenti, assaltati da improvvisi crampi, frugare tra i cenci che li rivestivano con mani rattrappite e rese inerti dal congelamento, slacciare rabbiosamente gli indumenti, abbassare pantaloni e mutande, accucciarsi a metà, e tuttavia procedere oscenamente a tentoni e a gambe larghe per non attardarsi di un passo, d’un solo minuto, mentre perdevano e lasciavano dietro di sé, sulla neve, chiazze e strisce di liquame sanguinolento. Tutto ciò era trascurabile particolare nella via della colonna, che aveva altri problemi collettivi da risolvere: la sopravvivenza, il nemico, l’itinerario, l’ovest».[5]

Poi finalmente a fine gennaio 1943 le truppe alpine superstiti raggiunsero la zona controllata dai Tedeschi.

Questo il bilancio della “titanica impresa”: all’inizio dell’offensiva russa, le forze italiane contavano circa 220.000 uomini. Le perdite durante la ritirata ammontarono a 95.000 uomini, molti dei quali morti non soltanto in combattimento ma per il diffondersi di epidemie, per la malnutrizione, per il gelo, per equipaggiamenti evidentemente inadeguati.

Il racconto di Bedeschi termina tra i sopravvissuti in viaggio verso l’Italia (la successiva opera «Il peso dello zaino», (Mursia, Milano 1966) espunta dalla versione originale del memoriale, rappresenterà le vicende del corpo alpino ormai tornato in patria) con una frase emblematica, quando un ferroviere giunge dire: «La popolazione non vi deve vedere: è l’ordine [….] Che alpini o non alpini!! Ma vi vedete? – urlò allora ai rinchiusi il ferroviere: - vi accorgete o no che fate schifo?».[6]

Un racconto potente nel quale si colgono, come scrisse nell’introduzione lo stesso Bedeschi, i limiti estremi della capacità di sopportazione umana oltre i quali s'affaccia, quasi a sollievo, la morte.

La critica accademica, come ricordavo, probabilmente non si è mostrata particolarmente attenta nel valutare le qualità letterarie, e non soltanto memorialistiche in senso stretto, di «Centomila gavette di ghiaccio».

Come parimenti risulta un buco nero quel successivo periodo della vita di Bedeschi che sarà poi sfiorato dal successivo «Il peso dello zaino»: il medico e futuro scrittore, dopo l'armistizio, malgrado le imperdonabili colpe del regime fascista nel disastro della campagna di Russia, si iscrisse al Partito fascista repubblicano e comandò la XXV Brigata Nera "Arturo Capanni" di Forlì.

Ne ha scritto Benito Gramola nel suo «La 25° brigata nera “A. Capanni” e il suo comandante Giulio Bedeschi»: «nessuna biografia, però, accenna, al periodo 1943-1945 e agli anni successivi: un lungo profondo ingiustificato buco nero».[7]

Una scelta, una tra le tante avvenute in quel periodo, che Gramola interpreta indotta probabilmente da motivi di tornaconto economico più che da motivi strettamente ideologici, e che forse rende la vicenda biografica di Bedeschi, pur non priva di ambiguità, in qualche modo meno incoerente rispetto quanto testimoniato nel suo «Centomila gavette di ghiaccio». A proposito ricordo ancora le parole del colonnello Garri-Gay, che potrebbero essere state anche quelle del giovane sottotenente medico Serri: «Finché è ancora possibile prendere adeguati provvedimenti io affermo e denuncio che, non so se per ambizioni o incompetenze di comandanti o per altre ragioni, si sta addivenendo ad una determinazione d’impiego delle truppe alpine che non esito a definire bestiale e delittuosa».[8]

Giulio Bedeschi (Arzignano, 1915 – Verona, 1990), medico e scrittore italiano. Alpino. «Centomila gavette di ghiaccio» (1963) fu la sua opera prima, premiata nel 1964 col Bancarella. Collaborò con «L'Europeo», «Gente», «Storia illustrata».

[1] Giorgio Sirgi, Frammenti della guerra 1940-1945, Produzione editoriali della Provincia di Bologna, Bologna 2006, p. 41.

[2] Umberto Rossi, Il secolo di fuoco. Introduzione alla letteratura di guerra del Novecento, Bulzoni, Milano 2008, p. 258.

[3] G. Bedeschi (1982) , in «Verona, è morto lo scrittore Giulio Bedeschi», in «La Repubblica», 28 dicembre 1990.

[4] G. Bedeschi, Centomila gavette di ghiaccio, Mursia, Milano 2007, p. 146.

[5] Ivi, pp. 360-361.

[6] Ivi, p. 425.

[7] B. Gramola, La 25° brigata nera “A. Capanni” e il suo comandante Giulio Bedeschi, Cierre, Sommacampagna 2005, p. 24

[8] G. Bedeschi, op. cit., p. 148.