Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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Recensione
19/09/2011
Abstract
Il generale Fabio Mini, col suo “Eroi della guerra”, ha voluto descrivere l’evoluzione di quei modelli esemplari che, “forgiati dai campi di battaglia”, sono poi sopravvissuti e sopravvivono nella memoria collettiva, prescindendo spesso da quanto realmente accaduto.

Una cavalcata nei secoli che inizia dalla mitologia delle divinità violente e degli eroi mitici come Gilgamesh, Fu Xi, Sansone, Eracle, Teseo, Takeru, Arjuna, e prosegue con Achille, Odisseo, Enea ed eroi che – come scrive l’autore – o si sono rivelati storicamente veri oppure se ne è trovata l’origine in fatti, esigenze, passioni, paure concrete».

Lo scritto di Mini giunge infine ai condottieri come Leonida, Alessandro Magno, Annibale e Scipione, Cesare, Gengis Khan e Tamerlano, Napoleone, Garibaldi, MacArthur, e poi ancora, nel penultimo capitolo, al “valore degli eroi” di Junger, Francesco Baracca, Lawrence d’Arabia, Enrico Toti, Ferruccio Brandi fino alla sconfitta e ripresa del generale Dallaire, capo della missione Onu in Ruanda.

Questi ultimi sono introdotti dalle parole del samurai Yamamoto Tsunetomo con le quali il maestro giapponese ridimensiona le qualità di impeto e coraggio di fronte al “valore”.

Junger, Baracca e gli altri qui descritti sono tutti protagonisti del XX secolo ed anche del XXI, proprio perché «nelle guerre moderne […] dove spesso il coraggio non è audacia ma soltanto ostinazione ed orgoglio, dove l’energia individuale e collettiva deve essere contenuta nei limiti della legalità e della necessità e dove il coraggio e l’energia devono sottostare al vaglio del rischio accettabile, l’unica misura dell’eroismo è il valore» (p. 123).

Un racconto quello di Mini che prende le mosse quindi da un presupposto: la fondamentale differenza tra gli eroi di guerra e gli eroi della guerra.

I primi che si distinguono per un atto eccezionale che viene dichiarato esemplare da chi vuole sfruttarlo. I secondi, gli eroi della guerra, che invece fanno prevalere le virtù sui vizi, gli ideali sulle ideologie, gli interessi comuni su quelli istituzionali e sono universali e «di esempio sia per la vittoria che per la sconfitta»(p. 173).

I personaggi mitologici e poi storici presi in esame dal generale Mini sono tanti, leggendari appunto, ma malgrado l’esiguo numero di pagine del saggio, l’autore ha saputo proporci una sintesi molto efficace, tale da chiarire al lettore molte delle circostanze che videro protagonisti questi condottieri.

Condottieri, eroi che però l’autore introduce talvolta in vesti che hanno ben poco di eroico, almeno fuori dai campi di battaglia, e magari con riferimenti che fanno pensare ad avvenimenti e personaggi, per lo più loschi, che vivono e comandano nell’Italia contemporanea.

Leggiamo a p. 83: «Il Cesare politico non era proprio un modello di eroica virtù, ma il suo esempio è stato scimmiottato da molti fino ai nostri giorni».

Oppure la figura di MacArthur, del quale non si nascondono le fortune non sempre meritate, i conflitti d’interesse, i comportamenti a dir poco disinvolti: «per molti aspetti fu l’esatto opposto di Garibaldi, ma mentre il modello istintivo ed idealistico garibaldino non ha molta fortuna nelle scuole militari, il modello strumentale ed enfatico di MacArthur continua ad essere un pilastro nella formazione civica e militare degli americani» (p. 109).

Mini, inoltre, guardando ai moderni corpi speciali, svolge delle riflessioni che, scritte da chi ha vissuto tanti anni nell’esercito, dimostrano oggettività ed un amore per la divisa che non viene confuso con la difesa corporativa dell’istituzione: «La forza della magia e del mito è sfidata dalla tendenza dei corpi speciali all’autoreferenzialità spesso confusa con lo spirito di corpo e alimentata dall’ostentazione di simboli e rituali di gratuita violenza. […] La professionalità è spesso intesa come fare bene ciò che si deve a prescindere da cosa si faccia e perché. Sono spacciati come modelli e fonti di ispirazione anche gli autori di repressioni, eversioni e sovversioni perché fatte bene» (p. 152).

Dopo questa cavalcata nei secoli in compagnia di imprese eccezionali e di uomini eccezionali siamo quindi giunti ad una realtà che ci viene descritta in maniera impietosa, dove «una società che pur di fingere di essere in pace è disposta a considerare eroi tutti quelli che manda in guerra».

Si torna così a quanto letto nel prologo dove l’eroismo in una società disinformata ma ipnotizzata e condizionata dai media deve fare i conti con quei «costruttori di miti, i moderni dèi e padreterni che lo vogliono eroe perché fa comodo e che pensano che un passaggio in Tv valga più di una medaglia. Oppure che una medaglia non valga niente se non si va in Tv».

Fabio Mini, da generale di corpo d'armata dell'esercito italiano è stato capo di Stato maggiore del comando Nato del Sud Europa e comandante della missione internazionale in Kosovo. Tra i suoi libri, pubblicati da Einaudi, “La guerra dopo la guerra” (2003) e “Soldati” (2008).

Fabio Mini, Eroi della guerra. Storie di uomini d’arme e di valore, Il Mulino, Bologna 2011, pag. 190, € 15.