Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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Recensione
19/09/2011
Abstract
Luciano Pellicani sostiene che la civiltà in cui viviamo sia il risultato di un’emancipazione dal controllo del “sacro”. Per questo polemizza sia con coloro che parlano di una “rivincita di Dio”, sia con gli economisti che hanno identificato la modernizzazione con l’industrializzazione.

La genesi della cosiddetta modernità del mondo occidentale ha fatto scorrere fiumi di inchiostro, producendo forse più interrogativi che risposte.

In questo suo saggio, Luciano Pellicani è tornato sull’argomento, peraltro con uno stile particolarmente immediato e di facile lettura; e ha voluto dare la sua interpretazione, non soltanto esaustiva, ma ricca di innumerevoli spunti polemici.

Innanzitutto l’autore contesta radicalmente l’idea che l’ethos cristiano sia stato uno dei fattori preponderanti per la costruzione della modernità occidentale.

La “città secolare” dei nostri tempi ha avuto la meglio sulla “città sacra” perché nei secoli, pur con dei periodici ritorni al passato, si è avuto un  progressivo indebolimento della giurisdizione normativa del sacro, quello che Pellicani chiama “il disincanto del mondo”.

Ne consegue che lo Stato di diritto, l’individualismo, l’economia di mercato sono state conquiste ottenute a discapito di quelle istituzioni “ierocratiche”, che altrimenti avrebbero continuato a tenere gli uomini immobilizzati in un universo immutabile, dove la società era condizionata da leggi e programmi preesistenti e non frutto di libere scelte dettate da bisogni individuali.

Per dirla in altri termini, mentre la tradizione prescriveva modi di agire e di pensare universali ed imperativi, tipici di una società chiusa, al punto che ogni tentativo di mutamento era visto come innaturale, nella società moderna, secolarizzata, l’individuo conserva la sua autonomia in ogni sfera della vita sociale.

L’analisi di Pellicani parte da lontano, non si limita a quel Rinascimento e a quella rivoluzione illuministica che la generalità degli studiosi riconosce come momenti caratterizzati da uno spirito razionalistico tale da creare una discontinuità rispetto a visioni meramente provvidenzialistiche e tradizionali.

I primi embrioni di tolleranza, spirito critico e democrazia non hanno dovuto aspettare l’evoluzione dell’illuminismo ma, secondo Pellicani, hanno già visto la luce fin dal mondo greco (inteso però come Atene contrapposta a Sparta), dove, grazie al commercio, ad una colonizzazione che ha portato ad un contatto con realtà diverse ed alla conseguente marginalizzazione del sacro, si sono potuti cogliere i primi vagiti della libertà individuale.

Uno degli effetti di questo riappropriarsi di spazi di libertà fu appunto l’affermarsi della filosofia, ovvero un’indagine della realtà emancipata dal condizionamento del sacro.

Una modernizzazione che, se intesa come possibilità di esprimere la propria individualità, proseguì ancora nel mondo romano per poi arrestarsi di fronte ad una nuova situazione nella quale, con il ritorno di una sacralità tale che «la Chiesa diventò Stato e lo Stato si tramutò in Chiesa”, “la libertà di coscienza venne intesa come la rovina dello Stato».

Una realtà nella quale ogni espressione umana, dalla vita privata all’economia, ai rapporti sociali, veniva sottoposta a regole imperative e nella quale gli stessi avvenimenti naturali erano vissuti come castighi o comunque segni divini tali da impedire la ricerca delle loro cause.

Poi, nel XVIII secolo, nuovamente con la rivoluzione industriale, con lo sviluppo della scienza e la nascita della cultura illuministica, si tornò ad una riscoperta del pensiero razionale e la Storia cessò di essere interpretata sulla base della Provvidenza.

Un’analisi storica, ricca di approfondimenti, nella quale Pellicani dimostra come lo sviluppo della modernità sia stato strettamente legato allo sviluppo del mercato e al conseguente processo di secolarizzazione culturale.

“Dalla città sacra alla città secolare” è un libro che affronta l’argomento della modernità e del sacro senza alcun riguardo verso quelli che l’autore ritiene essere luoghi comuni e tesi del tutto prive di fondamento, seppur provenienti da studiosi blasonati.

Pensiamo ad esempio al capitolo “La città sacra e la violenza”, dove nel citare Bainton, il nostro autore ricorda come la Riforma in realtà non combatté la Chiesa in nome della liberà di coscienza, bensì oppose dogma a dogma, fanatismo a fanatismo, intolleranza ad intolleranza.

In questo senso si coglie la critica a Max Weber la cui opera “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo” in relazione al ruolo positivo del calvinismo quale humus del capitalismo, viene definito il suo libro «più celebre ed infelice».

Parimenti in Pellicani l’antimodernità del dogma non viene intesa soltanto in relazione ad una religione rivelata come il cristianesimo. Rosseau – ad esempio – e la sua «società perfettamente giusta, disegnata sul modello spartano», ci viene presentato come «ostile alla concezione illuministica della libertà» , tanto che con Robespierre questa utopia divenne programma politico grazie al “partito dei puri” ed il «terrore quale strumento di purificazione della società corrotta».

Il Grande terrore leninista, coerentemente, viene presentato come applicazione burocratica dei principi del marxismo leninismo e quindi come un’ideologia «nella quale la rivoluzione era concepita come disinfestazione della società attraverso lo sterminio di massa e il terrorismo permanente».

Insomma, «a dispetto del suo conclamato ateismo, il comunismo è stato, fondamentalmente, una religione mascherata da scienza, il cui obiettivo era la ri-sacralizzazione del mondo: dunque una violenta reazione contro il processo di secolarizzazione».

Parimenti Hitler viene citato, con Francois Furet, come «il fratello tardivo di Lenin», in quanto bolscevismo e nazismo sarebbero discendenti diretti del precedente francese: non la Rivoluzione del 1789, che era stata liberale, bensì dalla Rivoluzione del 1793, giacobina e totalitaria, basata sul principio «nessuna libertà ai nemici della libertà».

Quindi, estendendo l’analisi della società sacra e di quella secolare ben oltre lo schema consueto di cristianesimo contrapposto alla laicità, Pellicani giunge ad una conclusione di ordine generale: «L’Europa moderna è una realtà meticcia, nata dall’incontro-scontro fa Atene e Gerusalemme, fra la cultura pagana della libertà e la cultura cristiana della solidarietà. Con una precisazione: che è stata la cultura laica, con i suoi valori e le sue istituzioni, a frenare la micidiale vocazione totalitaria del cristianesimo».

Non per questo però Pellicani disconosce i meriti del cristianesimo, almeno intesi come contributo morale al vivere civile.

È vero che l’individualismo classista, con la sua genesi illuministica, è ormai diventato universale, ma il messaggio proprio dell’ethos cristiano è stato poi reinterpretato dai movimenti socialisti che hanno voluto introdurre i valori di giustizia e solidarietà accanto a quelli di libertà.

Senza però dimenticare che «nella misura in cui il carattere espansivo della secolarizzazione minaccia di intaccare la cogenza normativa dei valori comuni su cui si appoggia l’ordine sociale, la modernizzazione contiene una contraddizione potenzialmente letale per la democrazia pluralistica […] se viene a mancare il consenso sui valori fondamentali, la lotta di classe tende a trasformarsi in una vera e propria guerra di classe». E poi: «la rivoluzione delle aspettative crescenti alimenta le frustrazioni crescenti», aumentando i bisogni, i quali sono infiniti e illimitati, e «la moltiplicazione dei gruppi di interesse dotati di un notevole potere contrattuale».

Le conclusioni non sono rassicuranti nel prendere atto che la nostra società è condannata a «procedere in avanti lungo il solco tracciato dalle generazioni che ci hanno preceduto» con la consapevolezza però che nulla garantisce che quel percorso iniziato fin dal Rinascimento «non si concluda con la morte storica della civiltà in cui e di cui viviamo».

L. Pellicani, Dalla città sacra alla città secolare, Rubbettino, Soveria Mannelli 2011, pp.346, euro 22.