Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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Recensione
19/06/2011
Abstract
Con questo suo saggio Amartya Sen, nell’invitare l’Occidente a non ritenersi l’unico depositario dei valori di convivenza civile, ha voluto contribuire ad una visione storica e politica della democrazia che non sia soltanto eurocentrica

Dopo l’11 settembre 2001 si è affermata più di prima l’idea dello scontro di civiltà e della conseguente necessità di «esportare la democrazia».

Non è un caso se il saggio di Amartya Sen prende le mosse proprio citando la coalizione occidentale intervenuta nell’Iraq di Saddam Hussein, con le sue ambiguità negli obiettivi dell’occupazione e la mancata chiarezza nel processo di democraticizzazione.

«Esportare la democrazia» vorrebbe dire diffondere un valore di cui l’Occidente vanta l’esclusiva e la primogenitura.

Il nobel indiano contesta questa visione, peraltro spesso usata per fini tutt’altro che umanitari, e ci propone esempi che svelano una realtà ben diversa.

Citando quel John Rawls che ha profondamente influenzato il suo pensiero, Sen, con osservazioni che appaiono di stretta attualità anche in riferimento alla nostra Italia, rileva come la concezione di democrazia intesa soltanto come votazioni pubbliche sia decisamente limitata se non consideriamo il suo meccanismo complesso e inscindibile dalla necessità di una discussione pubblica aperta: «anche le elezioni possono essere del tutto inutili se si svolgono senza aver offerto alle diverse parti un’adeguata opportunità di presentare le proprie posizioni, o senza concedere all’elettorato la possibilità di accesso alle notizie e valutare le opinioni di tutti i contendenti» (pag. 62).

Il nobel indiano ci vuole ricordare come il sostegno alla causa del pluralismo, della diversità e delle libertà fondamentali sia presente nella storia di molte società.

Con un occhio di riguardo verso le esperienze asiatiche il nostro autore ci ricorda i concili buddhisti in cui era consueta la discussione e l’impegno presente nelle aree dominate dal buddhismo ad espandere la comunicazione, presupposto di ogni sistema democratico; ed ancora i sovrani indiani come Ashoka (III secolo) e Akbar che nel XVII secolo, quando Giordano Bruno era condotto al rogo, parlava di tolleranza; cita il principe giapponese Shotoku Taishi che nel VII sec. d.C. introdusse la “Costituzione in diciassette articoli”, in cui si invitava a prendere decisioni importanti con la discussione di molti; si prende ad esempio il filosofo ebreo Maimonide, che nell’XII secolo, scacciato dai cristiani, trovò asilo presso Saladino, il sultano di Egitto, Siria e Hijaz.

Quella che va corretta è la tesi «frutto solo di ignoranza, dell’eccezionalismo occidentale in materia di tolleranza», pur senza cadere in una speculare ed arbitraria generalizzazione di senso opposto.

Vi è stata dunque un’indebita appropriazione di valori causata da un lato «da una grave disattenzione per la storia intellettuale delle società non occidentali e, dall’altro, dal difetto concettuale di considerare la democrazia sostanzialmente in termini di voti ed elezioni, anziché secondo la più ampia prospettiva della discussione pubblica» (pag. 40).

Osservazioni che Sen ha ripetuto più volte tra le pagine di questo breve saggio e che l’autore ha chiarito essere finalizzate alla dimostrazione che l’idea di democrazia è un valore universale.

Valore che «comprende la sua importanza intrinseca per la vita umana, il suo ruolo strumentale nella creazione di incentivi politici e la sua funzione costruttiva nella formazione di valori”.

Un libro che innanzitutto è invito ad un dibattito, volto a considerare le basi per una democrazia reale ed universale, che non può essere evitato «in virtù di un presunto tabù culturale, o di supposte predisposizioni caratteristiche di ogni civiltà, retaggio ineludibile dei nostri rispettivi passati» (pag.80).

Amartya Sen (Santiniketan,1933), economista indiano Premio Nobel 1998 per l’economia è a tutti gli effetti un maestro del pensiero contemporaneo. Docente presso l’università di Calcutta, presso il Trinity College di Cambridge, poi a Nuova Deli, alla London School of Economics, a Oxford e, successivamente, all’università di Harvard con l’incarico di insegnare economia e filosofia. Tra le sue opere, tradotte in tutte le lingue del mondo, ricordiamo: “Identità e violenza”, “La libertà individuale come impegno sociale”, “Globalizzazione e libertà”.

Amartya Sen, La democrazia degli altri, Mondadori, Milano 2010, pp. 96, euro 9,00.