Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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Recensione
14/02/2011
Abstract
In una conversazione con Arrigo Levi, Carlo Azeglio Ciampi racconta se stesso, la sua formazione e le sue convinzioni, e pur nello sconforto per lo stato dell’Italia politica e civile, coltiva la speranza di un futuro migliore

Alcuni anni fa lo storico Paul Ginsborg diede alle stampe un breve saggio che trattava delle Ambizioni patrimoniali in una democrazia mediatica: un libro ancora attualissimo che nelle ultime pagine giudicava la presidenza Ciampi come non del tutto positiva.

Si poteva leggere: Ciampi «Ha scelto una linea molto più cauta [rispetto a Scalfaro, ndr]. Ha messo in chiaro che la maggioranza parlamentare di cui gode conferisce al centrodestra pieno diritto di governare, ma al tempo stesso ha cercato di esercitare un qualche controllo sulle sue azioni […]. Eppure in più di un’occasione l’apparente controllo si è mutato in arrendevolezza […]. Due sono le possibili spiegazioni. Una coincide con la natura stessa della presidenza. Il Quirinale non rappresenta un osservatorio ideale della società italiana. Il secondo fattore riguarda la predilezione di Ciampi per la cautela e la composizione dei conflitti, la sua instancabile propaganda patriottica».

Il libro-intervista con Arrigo Levi, Da Livorno al Quirinale, di fatto è una risposta a Ginsborg, e forse anche a Giovanni Sartori, Marco Travaglio ed altri che lo hanno più volte criticato per la promulgazione della legge 215 del 2004 (“legge Frattini”) e di tutti quei provvedimenti che sono stati considerati come un’illecita ratifica del cosiddetto conflitto d’interesse.

La conversazione con Arrigo Levi, già suo collaboratore durante il settennato al Quirinale, condotta con poche formalità ed una certa confidenza, si rivela particolarmente schietta nel raccontare aspetti meno conosciuti sia della vita privata di Ciampi. Dai primi anni a Livorno al periodo della Normale di Pisa, dall’Abruzzo durante la Seconda guerra mondiale alla breve esperienza nel Partito d’azione, quindi la vita nelle Istituzioni dello Stato: questi i passaggi, segnati da una serie di fortunate coincidenze, alimentate da una sempre riconosciuta intelligenza e tenacia, che lo porteranno prima all’apprendistato in Banca d’Italia a Macerata, poi presso l’Ufficio Studi a Roma, per giungere alle difficili responsabilità di Governatore, di ministro, di capo del governo e, infine, presidente della Repubblica.

Al di là dei singoli episodi, spesso inediti, il lettore non potrà che confermare l’idea di un Ciampi integro e indipendente servitore dello Stato, alieno dalle ambiguità e opacità morali, se non immoralità proprie di larghissima parte del ceto politico italiano di questi anni.

Anche quella retorica patriottica che gli è stata più volte rimproverata non trova lo spazio presente invece nella recente pubblicazione, scritta con Alberto Orioli, Non è il paese che sognavo (titolo coerente anche con l’intervista a Levi), testo dedicato ai 150 anni dell’Unità d’Italia.

Il dialogo con Arrigo Levi non nasce da esigenze celebrative, quindi ha permesso un discorso maggiormente incentrato sulle qualità umane e intellettuali dell’uomo.

Diversi sono gli aspetti che possono colpire il lettore, ormai abituato a rappresentanti delle Istituzioni con ben altri stili di vita e altra considerazione dell’etica pubblica e privata.

Sicuramente balza agli occhi, tanto più nel contesto dell’attuale situazione politica, la rivendicata laicità del cattolico Ciampi, fermo nel separare la vita dello Stato da quella della propria fede religiosa, peraltro realmente praticata e, a differenza di quanto accade, mai esibita.

Altre vicende, definibili come retroscena, che credo possano meglio delineare la personalità di Ciampi e che, non a caso, ho ritenuto essere una sorta di risposta alle perplessità e critiche per i suoi silenzi durante il settennato presidenziale, le troviamo nelle ultime pagine del libro: nonostante Ciampi si definisca un «fissato della moral suasion» (p. 177) da quello che racconta, finalmente squarciando un riserbo durato anni, episodi di scontro con la controparte governativa ce ne sono stati e tutt’altro che lievi.

Prese di posizione che non hanno comportato alcun cambiamento di linea politica e, al di là dei concreti risultati ottenuti dalla sua strategia (in fondo sono quelli che contano), quanto meno ci raccontano di un presidente meno distratto e meno mite di quanto forse i suoi critici potessero pensare.

Non è un caso che queste pagine finali del libro abbiano ricevuto una certa eco sulla stampa nazionale.

E malgrado lo sconforto per l’attuale situazione italiana, in Ciampi evidentemente rimane un’ostinata fiducia nel futuro.

Lo capiamo dal suo proporci - al termine del volume - un chiaro esempio della sua amata moral suasion: «É ciò che fece la mia generazione all’indomani della guerra. Tra mille difficoltà, senza molte certezze circa il nostro futuro, salvo una: ora tocca a noi. Ce la facemmo. Ce la faranno» (p. 182).

C. A. Ciampi, Da Livorno Al Quirinale. Storia di un italiano. Conversazione con Arrigo Levi, Il Mulino, Bologna 2010, pp. 187, euro 14,00.