Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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Recensione
23/09/2010
Abstract
Scritto nel 1936, e poi pubblicato da Einaudi nel 1945, «Un anno sull’Altipiano» è una delle più importanti opere letterarie sulla Grande Guerra che, con stile asciutto e ironico, mette in scena le assurdità del conflitto e le incapacità dei vertici militari.

Un anno sull’altipiano, come ricorda nella prefazione lo stesso Emilio Lussu, vide la luce tra il 1936 e il 1937 in un sanatorio di Clavadel, in Svizzera.

L’immobilità alla quale era costretto l’autore, reduce da un’operazione chirurgica e da una pericolosa ed estenuante attività antifascista quale fuoriuscito evaso dal confino, divenne l’opportunità per scrivere una delle maggiori opere sulla Prima guerra mondiale: non propriamente un romanzo di fantasia, non un saggio ma, «senza giungere alla dimensione cronachistica del vero e proprio diario di trincea»1 – per usare le parole dell’autore - «ricordi personali, riordinati alla meglio e limitati ad un anno, fra i quattro di guerra ai quali ho preso parte. Non si tratta quindi di un lavoro a tesi: esso vuole essere solo una testimonianza italiana della grande guerra».

I giorni di Un anno sull’altipiano scorrono tra il giugno 1916 e il luglio 1917, periodo nel quale la Brigata Sassari – 151° e 152° reggimento di fanteria – a seguito della cosiddetta “Spedizione punitiva” da parte degli austroungarici, fu impiegata sull’Altipiano dei Sette Comuni.

Di Un anno sull’Altipiano si è parlato come di un “memoriale romanzesco”2 anche in virtù di recenti studi da parte di due storici italiani, Paolo Pozzato e Giovanni Nicolli, i quali in 1916-1917: Mito e antimito, mettendo il testo di Lussu a confronto con altri memoriali di altri ufficiali della Brigata Sassari, hanno scoperto una serie di discrepanze in merito a date, luoghi, avvenimenti.

Da qui la considerazione dell’opera come qualcosa di ibrido tra memoriale (la maggior parte dei fatti raccontati sono avvenimenti accaduti, anche se talvolta le date riportate da Lussu non sono precise come quelle di altre fonti documentarie) e romanzo (ci sono personaggi che non corrispondono esattamente a figure che al tempo gravitavano nella Brigata Sassari).

Corollario di questa costruzione particolare è anche la difficoltà di riassumere le vicende raccontate nell’opera che vive, non propriamente di una trama lineare, ma di tanti episodi, tra i tragico e il grottesco, nei quale è protagonista la capacità di sopportazione dei soldati semplici alle prese con una classe di ufficiali irresponsabili e ottusi.

Per dirla con altre parole: «pagine di pacata denuncia della disorganizzazione, della faciloneria, della micidiale noncuranza con cui la fanteria veniva mandata allo sbaraglio. Impietoso risulta il confronto con l’impreparazione e la tronfiezza dell’alta ufficialità»3.

A differenza di quanto scrive Umberto Rossi nel suo saggio Il secolo di fuoco dove è citato un “ripensamento” che mette in discussione il nazionalismo guerrafondaio al quale lo scrittore e politico sardo aveva creduto («un memoriale con una forte coloritura antimilitarista»4), molti dei lettori potranno invece concordare con lo scrittore Gianfranco Franchi che parla di un libro che non sembra antimilitarista ma anti-gerarchico e come progressivamente il nemico austriaco venga descritto con umanità e comprensione, mentre la politica, le strategie e le tattiche delle più alte cariche sono fatte oggetto di polemica, irrisione, disprezzo.

Ricordiamo infatti che l’ufficiale Emilio Lussu è stato interventista fin dal 1914 e, come parte della critica ha dovuto riconoscere, «non mette mai sostanzialmente in discussione le ragioni della guerra», pur «con un approccio al nemico più fraterno e umanitario»5 rispetto ad altri classici della letteratura di guerra (si veda il Cendreas di La mano mozza), ma semmai ne mette in risalto gli aspetti insensati, le modalità assurde con le quali era gestita dagli alti comandi, i soldati semplici usati come carne da cannone, ed in cui la stessa scrittura «lucida, secca e senza ironia, fa risaltare al massimo grado la cupa comicità di certe situazioni»6.

Un esempio di questo stile asciutto e non privo di spunti grotteschi?

Alla fine del ventesimo capitolo:

«- Permette, signor generale?

- Dica pure – rispose il generale.

- Per la verità, signor generale, per la verità non è una appostazione di mitragliatrice.

- E che cos’è?

- Una latrina da campo.

Fu un brutto momento per tutti. Il generale tossì. Anche qualcuno di noi tossì. La conferenza era finita».

Coerenti con questa linea che unisce freddezza ed appunto grottesco, tipici di un meccanismo selettivo in cui la memoria annota solo gli episodi ancora profondi (e che forse giustificano le denunciate imprecisioni), sono alcuni dei personaggi che animano Un anno sull’Altipiano: il soldato Giuseppe Marrasi, il sottotenente Montanelli, il maggiore Melchiorri, l’amico Avellini, in competizione col narratore per una donna, e soprattutto il disumano generale Leone (forse uno pseudonimo del generale Giacinto Ferrero) «privo di qualsiasi compassione per i soldati vivi ma pronto a commuoversi alla vista di quelli morti, sempre pronto a partorire piani bislacchi e inefficaci per vincere la guerra»7.

È proprio la figura del generale e di altri alti ufficiali, primi artefici della dittatura militare del tempo, che hanno fatto scrivere alla critica di estrazione socialista di un «rancore che muove da una frattura sociale che la guerra non può che accrescere e che mette a tacere il Lussu interventista»8.

Ed ancora: «In Leone si incarna la dittatura militare in tempo di guerra, ma anche il dominio dei ceti alto-borghesi e aristocratici in tempo di pace; agli occhi dei soldati che erano operai e contadini in divisa, il potere insensibile, distante e incomprensibile (e perciò folle) delle greche, dei Cadorna e Capello, pronti a sacrificarli a migliaia in nome della Dea Patria, è assai simile al privilegio di classe che in tempo di pace li tiene sotto nelle campagne e nelle (poche) fabbriche del Regno d’Italia, paese dalla democrazia a dir poco immatura»9.

Un quadro di sfiducia nei confronti dei vertici militari che voleva dire più che mai incertezza per il proprio futuro, l’idea sempre più presente dell’inutilità degli assalti, e che avrebbe portato all’abuso di alcool presso tutti i soldati, ufficiali compresi, come medicina per trovare il coraggio di combattere un nemico spesso non sentito come tale e per resistere alle condizioni della trincea.

In Un anno sull’Altipiano troviamo una particolare insistenza su questo “tema alcoolico” (pensiamo all’articolo specifico di Du Pont e Konraad) tanto da essere stato interpretato come metafora della “pazzia” interventista, nazionalista e guerrafondaia che si era impadronita dei quadri dell’esercito italiano.

Tema che, al pari di altri, è stato contestato quale dimostrazione della scarsa affidabilità della ricostruzione storica di Lussu: sempre Pozzato e Nicolli, che hanno evidenziato un Lussu più che altro intento ad attaccare per motivi politici ed antifascisti il mito fondante della Grande guerra, negano che queste abitudini di stordirsi con l’alcool fossero così diffuse, mentre Pietro Melograni conferma quanto scritto in Un anno sull’Altipiano parlando di una vera e propria istituzionalizzazione del consumo di grappa e cognac.

Se anche solo l’argomento dell’alcool divide storici e critici possiamo capire come nell’analisi dell’opera di Lussu si possano scontrare visioni del mondo molto diverse, ed intenti diversi, quali, ad esempio, la volontà di contestare o approvare la lettura negativa della partecipazione italiana alla Prima guerra mondiale.

Parimenti controverso presso la critica è stato Uomini contro, il film di Francesco Rosi che ha tratto ispirazione dal memoriale di Lussu ed è stato ottimamente interpretato, tra gli altri, da Alain Cuny, Gian Maria Volontà, Mark Freccette, Giampiero Albertini, Franco Graziosi.

Controverso e non solo per la critica cinematografica in quanto tale.

Così il regista Rosi, autore anche della sceneggiatura con La Capria e Tonino Guerra: «Per Uomini contro venni denunciato per vilipendio dell'esercito, ma sono stato assolto in istruttoria. Il film venne boicottato, per ammissione esplicita di chi lo fece: fu tolto dai cinema in cui passava con la scusa che arrivavano telefonate minatorie. Ebbe l'onore di essere oggetto dei comizi del generale De Lorenzo, abbondantemente riprodotti attraverso la televisione italiana, che all’epoca non si fece certo scrupolo di fare pubblicità a un film in questo modo».

Evidentemente, l’argomento, e soprattutto il fatto di interpretare il memoriale di Lussu da un punto di vista fortemente antimilitarista, in quel periodo toccava corde troppo sensibili, forse anche in virtù dell’anno di produzione, il 1970, di poco successivo alle contestazioni sessantottesche e alla strage di Piazza Fontana.

La critica, come ci si poteva aspettare, non è mai stata concorde nel giudicare l’opera di Rosi, ma va detto che nelle recensioni ricorre spesso una parola, non sempre intesa in senso totalmente negativo: demagogico.

Pensiamo a Giovanni Grazzini («Rosi ha momenti severi e asciutti ma non sempre fonde le due anime del film con una fantasia figurativa pari alla crudezza della sua polemica. In questi limiti, è avanzata qualche riserva su alcune suggestioni oratorie cui Rosi, aiutato dalla musica di Piccioni, non vuol sottrarsi, il film ripiega con la prestanza spettacolare, soprattutto con la concitazione di molte scene di massa, una certa inerzia lirica») e ancora a Bertarelli del Giornale post-Montanelli («sputtana il mito della grande guerra. Al massacro, sibila, furono spediti i poveracci, mentre la borghesia se ne stava beatamente in poltrona. Ovvero, benvenuti nel regno della demagogia»).

Sicuramente è opportuno considerare «“Uomini contro” soltanto liberamente tratto dal “Un anno sull’Altipiano», vuoi per la già chiarita interpretazione fortemente antimilitarista e pacifista, vuoi per aspetti ideologici che non si trovano così esplicitati nella pagina scritta da Lussu.

Tanto per fare un esempio, il socialismo di Ottolenghi e la vicenda di Sassu (rappresenterebbe il narratore che poi viene fatto morire), che nel libro erano elementi secondari, nel film vengono fortemente amplificati, quasi diventando fulcro degli accadimenti successivi: il primo muore, nel tentativo di impedire il massacro dei suoi uomini, mentre il secondo viene fucilato per essersi opposto ad un ordine assurdo di un suo superiore.

Sarà un caso ma, dalla testimonianza resa da Rigoni Stern, presente anche nell’introduzione del libro edito da Einaudi, risulta che ad Emilio Lussu il film poi non piacque poi tanto. «Uomini contro non è Un anno sull’Altipiano. Un giorno a Roma, dopo aver visto il film con lui e Rosi, mentre lo accompagnavo verso piazza Adriana, mi disse come seguendo un suo pensiero: “…tu lo sai, in guerra qualche volta abbiamo anche cantato…”».

Stesso discorso per altri elementi e personaggi che nel libro proprio non si trovano; e per la concitazione di molte scene (si pensi alle decimazioni) pure inserite in un film altrimenti dal ritmo piuttosto lento.

Dovendo fare un consuntivo della fortuna critica non possiamo negare che inizialmente l’opera cinematografica fu avversata sia da destra che da sinistra e fu costantemente esclusa dal novero dei capolavori, con qualche eccezione, rappresentata ad esempio dallo studioso francese Michel Ciment.

Col senno di poi il film, superate in parte certe anacronistiche contrapposizioni, sta ricevendo una considerazione diversa, più positiva, probabilmente meno polemica pur nella considerazione di alcuni limiti di scrittura e non sempre riuscita fusione tra la crudezza della polemica, la demagogia e i canoni del cinema classico di guerra, con la sua chiara efficacia spettacolare.

Emilio Lussu (Armungia, Cagliari 1890 – Roma 1975) combatté durante la Grande guerra come ufficiale di fanteria della Brigata Sassari. Laureato in giurisprudenza a Sassari fu fondatore del Partito Sardo d’Azione (1919). Fu deputato nel 1921 e nel 1924 partecipò alla secessione aventiniana. Antifascista, nel 1929 fuggì da Lipari con Carlo Rosselli e Fausto Nitti, con i quali a Parigi fondò il movimento “Giustizia e Libertà”. Fu tra i dirigenti della Resistenza e, nel dopoguerra, senatore nelle prime tre legislature. Nel 1964, con la scissione all’interno del Psi aderì al nuovo Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (Psiup). Nel 1968 si ritirò dalla vita politica. Tra le sue opere, scritte per la maggior parte durante l’esilio parigino: La catena (1929), Marcia su Roma e dintorni (1932), Teoria dell’insurrezione (1936), Per l’Italia dall’esilio (1936), La clericalizzazione dello Stato e l’arcivescovo di Cagliari (1958), Il cinghiale del diavolo e altri scritti sulla Sardegna (1976).

Edizione esaminata: E. Lussu, Un anno sull’altipiano, Einaudi,Torino 2000.

1 M. Dardano, Storia della letteratura italiana vol. XII, Il Novecento 2, Garzanti, Milano 2001, pag. 464.

2 U. Rossi, Il secolo di fuoco. Introduzione alla letteratura di guerra del Novecento, Bulzoni, Milano 2008, pag. 116.

3 M. Mignone, Dizionario delle opere e dei personaggi, Bompiani, Milano 1983, pag. 213.

4 U. Rossi, cit., pag. 25.

5 Ivi, pag. 38.

6 M. Dardano, cit., pag. 465.

7 U. Rossi, cit. , pag. 159.

8 M. Isnenghi, Il mito della grande guerra. Da Marinetti a Malaparte, Laterza, Bari 1970, pag. 208.

9 U. Rossi, cit., pag. 160.