Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

DOCUMENTI
RECENSIONI
INTERVISTE
ARCHIVIO
FORUM
Recensione
06/06/2010
Abstract
L’autrice ripercorre le origini filosofiche e storiche della tradizione americana sul tema della libertà di coscienza e di religione, ancora oggi minacciata da ortodossismo e antireligione.

Libertà di coscienza e religione, un saggio breve che affronta un tema quanto mai attuale nella vecchia Europa alle prese con una massiccia ondata di immigrazione. Un fenomeno, dunque, che genera nuovi problemi dettati dalla convivenza con le diversità religiose e dalla riscoperta (a volte strumentale) di radici culturali altrimenti dimenticate.

La brevità del saggio non consente alla Nussbaum di dilungarsi troppo, ma si coglie una particolare attenzione per quanto è accaduto, anche in tempi recenti, nei paesi europei.

Lo dimostrano le ultime pagine dove si ricorda quanto ha fatto parlare la parola “cristiana” nel progetto di costituzione europea e le furibonde polemiche sui crocifissi negli uffici pubblici italiani.

L’autrice propone una soluzione a questi problemi che si discosta dalla tradizione lockiana («libertà religiosa associata all’assimilazione») fatta propria dai paesi europei: in altri termini, ritiene che l’esperienza americana, dunque un’ormai secolare convivenza di credi diversi, possa insegnare molto anche al nostro continente condizionato da molteplici concezioni della laicità (in questo senso gli studi di Jean Baubérot possono risultare un’eccellente integrazione alla lettura del saggio).

Ricordiamo che i padri fondatori degli Stati Uniti, in fuga dalle persecuzioni religiose in patria, pretesero un nuovo rapporto della società con il credo individuale, escogitando un ordine costituzionale che garantisse la libertà religiosa soprattutto attraverso l’idea dell’incompetenza dello Stato in materia religiosa (I emendamento della Costituzione).

Due sono gli avversari speculari di questa visione, peraltro ricordati dall’autrice con nomi e cognomi (Scalia, Dennet, ma anche altri): la spinta verso una sorta di religione dello Stato tale da assimilare le minoranze religiose; e quei movimenti antireligiosi che non accettano la manifestazione di credenze religiose nello spazio pubblico. In ambedue i casi, secondo la Nussbaum, avviene «una violazione dell’anima».

Una diversità religiosa che, se può creare nella società delle paure da combattere con l’esempio proprio delle istituzioni americane, dovrebbe nel contempo dare l’opportunità di concedere «ai cittadini ampio spazio per perseguire i loro impegni di coscienza, anche se questo comporta l’esonero da alcune leggi generali».

In questo senso: «solo ciò che nella legge è definito “interesse imperativo dello Stato (compelling interest) dovrebbe poter giustificare una qualche riduzione di quello spazio».

La Nussbaum su questo punto è esplicita nell’affermare che «rispettare la libertà di coscienza in modo paritario comporta che lo stato non possa creare un sistema di cittadinanza a due velocità, stabilendo un’ortodossia che dispensa diritti agli altri in modo diseguale».

Di conseguenza, coerentemente con la tradizione americana e ricordando le concezioni di Williams e Madison, la libertà di coscienza risulta incompatibile con qualsiasi genere di istituzionalizzazione religiosa o ateista.

Una lezione rivolta, come detto, anche all’Italia: «una teoria dei principi politici basata sull’idea della capacità umana dovrebbe apprendere dalla tradizione (americana, ndr) e rifiutare sia l’ortodossismo che l’antireligione per poter essere completamente rispettosa e giusta nei confronti di tutti gli esseri umani».

Martha Nussbaum, Libertà di coscienza e religione, Il Mulino, Bologna 2009, pp. 88, euro 10,00.