Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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06/06/2010
Abstract
Il lungimirante sogno di Alcide De Gasperi di vedere i popoli europei uniti sotto un unico modello istituzionale, fatto non solo di complesse norme burocratiche, ma soprattutto di ideali e valori su cui costruire quello che senza dubbio può essere considerato uno dei cruciali avvenimenti del Novecento: l’integrazione europea. Discorsi, avvenimenti e testimonianze che aiutano a comprendere meglio le fondamenta della visione che contraddistinse l’operato politico di uno dei padri dell’Europa unita.

«La tendenza all’unità è – mi sembra – una delle “costanti” della storia. Dapprima embrionali, appena abbozzati, gli aggregati umani entrano in contatto, quindi si agglutinano sino a formare un insieme più vasto e omogeneo, poiché, non è un paradosso, più la società umana si dilata, più si sente una. Nel loro istinto oscuro, ancor prima che si faccia luce nei loro cuori, gli uomini portano già ciò che – secondo la parola di Cristo – Dio desidera da parte loro: Ut unum sint, affinché siano una cosa sola (Gv. 17, 22)»1.

Cosi Alcide De Gasperi2 si rivolgeva a storici e uomini di cultura durante la relazione svolta alla Tavola rotonda di Roma il 13 ottobre del 1953. Il richiamo all’unità dell’Europa sarà (insieme a quello degli altri due iscritti nel Pantheon dei «padri fondatori dell’Europa»: il cattolico di orientamento socialdemocratico Robert Schuman e il cristiano democratico Konrad Adenauer) una costante nei suoi numerosissimi discorsi tenuti negli anni in cui fu alla guida del Paese con la continua preoccupazione di lasciare alla gioventù non solo un lavoro concreto da proseguire ma un’eredità politica con i suo vero ideale spirituale ed umano. Come ha scritto Maria Romana Catti De Gasperi (la sua più acuta biografa) nel «maturare in De Gasperi dell’idea di una comunità di popoli noi troveremo sempre, accanto alla necessità di difendere la pace, il motivo di una cooperazione fondata sul diritto di libertà, animata da un alto senso della giustizia e rispetto della persona umana, ma resa ancor più viva dal messaggio cristiano»3. Alle origini della civiltà europea De Gasperi vedeva il cristianesimo con la sua morale unitaria che esalta la figura e la responsabilità della persona umana e il fermento di fraternità evangelica. Non poteva essere diversamente dato che tutta la sua vita e tutte le sue decisioni hanno sempre visto alla base una profonda fede religiosa, una alta conoscenza e familiarità con le Sacre Scritture, coi testi dei padri della Chiesa e dei mistici. Luigi Einaudi dopo la sua morte4 scrisse: «credeva nella parola del Vangelo, ebbe fede nella libertà ed operò seguendo l’imperativo del dovere»5. In anni lontani dal governo lo statista trentino scrisse alla moglie Francesca: «ci sono uomini di preda, uomini di potere, uomini di fede. Io vorrei essere ricordato fra questi ultimi»6.

Per lo statista trentino il problema dell’unità europea doveva essere prospettato in un disegno più profondo di quello che poteva essere lo sviluppo economico o la creazione di un esercito. Il problema culturale era quello più importante sollecitando i popoli europei a diventare più sensibili alle proprie radici e alla propria storia. Lo stesso Robert Schuman fautore e sostenitore della CECA, della CEE e dell’Euratom diceva che non si doveva fare di queste solo un’impresa economica e tecnica, ma bisognava dargli un’anima.

De Gasperi intuì gia prima dell’avvio del cammino europeista la necessità di affrontare il problema della limitazione delle sovranità nazionali. Nella conferenza dei partiti cattolici a Bruxelles del novembre 1948 disse che «l’Italia era pronta ad imporsi quelle autolimitazioni di sovranità che la rendono sicura e degna collaboratrice di un’Europa unita nella libertà e nella democrazia»7. Fu infatti uno dei primi ad accettare la proposta del francese Pleven di dar vita ad una comunità di difesa europea come risposta all’iniziativa americana di riarmo della Germania nella quale però volle inserire un articolo (l’art. 38) che prevedeva una procedura destinata ad accelerare la formazione di una tale comunità politica. Un’integrazione che tuttavia sarebbe dovuta avvenire, per dirla con un termine tanto discusso in questi ultimi anni, secondo un principio di sussidiarietà, sostenendo la necessità di preservare «l’autonomia di tutto ciò che è alla base della vita spirituale, culturale e politica di ogni nazione salvaguardando le fonti naturali della vita in comune. Nulla dovrebbe essere dichiarato comune al di fuori di ciò che è indispensabile alle comuni finalità»8.

Gli anni trascorsi da deputato al parlamento di Vienna, vissuti in una dimensione multinazionale e multietnica, furono probabilmente formativi per lo statista trentino e gli fecero guardare in maniera più favorevole, rispetto al resto dei cattolici italiani, alla prospettiva europea. La sua origine e la sua formazione spiegano il rifiuto di ogni nazionalismo, l’attenzione ai problemi delle minoranze etniche e l’apertura ai grandi problemi internazionali. La storiografia ha spesso guardato al periodo in cui fu al parlamento di Vienna per cercare prove dell’irredentismo o, all’opposto, dell’austriacantismo di De Gasperi. Per la verità il suo essere all’interno di uno stato nazionale, come l’Italia, o di uno stato multinazionale, come l’Austria-Ungheria, era per lui secondario. Importante era invece combattere il processo di germanizzazione forzata condotta nel suo Trentino dal Tiroler Volksbund, che intendeva estirpare le radici latine e cattoliche da quelle zone. Seppe sempre mantenere un delicato equilibrio fra l’appartenenza nazionale e la lealtà verso le istituzioni vigenti. Con l’avvicinarsi dello scoppio della Guerra mondiale, nel periodo della neutralità italiana si recò a Roma per tre volte incontrando il pontefice Benedetto XV e il ministro degli esteri Sidney Sonnino discutendo probabilmente del mantenimento della neutralità italiana (come anche Il Trentino chiedeva), fiducioso che in cambio di questa la sua terra potesse essere ceduta all’Italia. Tuttavia quando ormai le sorti della guerra erano segnate, il deputato trentino non esitò a chiedere in parlamento il riconoscimento del principio di nazionalità.

La camera di Vienna era un chiaro esempio di unità europea, dove le nazioni si trovavano assieme non certo per volontà comune, ma per le ragioni del più forte. Essa era comunque una rappresentanza di popoli che portavano la loro voce dinanzi ad un unico Governo. Per De Gasperi (e lo stesso potrebbe dirsi per Robert Schuman vissuto nell’Alsazia Lorena quando faceva parte del secondo Reich tedesco) l’aver vissuto in una terra di confine anni così difficili fra le minoranze etniche dava una dimensione «internazionale» senz’altro importante per il maturare in entrambi di una coscienza europea, resisi conto che il nazionalismo poteva essere trasceso da un più alto spirito unitario. Come ricorda in un articolo del 1954 Robert Schuman «la miseria dei disoccupati l’eccedenza di manodopera senza possibilità di impiego creavano un focolaio di miseria e di tensione sociale che non si sarebbe potuto risolvere nell’ambito nazionale ma si necessitava di un rimedio internazionale che permettesse una libera circolazione della mano d’opera, l’iniziativa di grandi opere pubbliche in comune e una politica delle migrazioni»9. Tutto questo si sarebbe dovuto inserire all’interno di una «solidarietà europea ed umana» che avrebbe dovuto superare gli egoismi nazionali. Il progetto di unione economica franco-italiana, concepito nel 1947, andava proprio in questa direzione. Il Presidente De Gasperi, secondo Schuman, «voleva un’Europa politicamente unita, dotata di una organizzazione federale o confederale, supporto di una cooperazione durevole e pacifica […]; la vita religiosa, la democrazia, l’Italia e l’Europa erano per lui dei postulati di una fede profonda e indefettibile»10. Nel discorso pronunciato a Strasburgo all’Assemblea del Consiglio d’Europa il 10 dicembre 1951, De Gasperi fu chiaro nel sostenere come il Patto Atlantico fosse nato da un bisogno di sicurezza ma che per ottenere questa fosse necessario che prima in Europa si eliminassero i germi «di aggressioni e rivincite, di spirito egemonico, di avidità di ricchezza e di spazio, di anarchia e di tirannia che ci ha lasciato la nostra storia»11. Sosteneva infatti che «per unire l’Europa c’è più da distruggere che da edificare; gettare via un mondo di pregiudizi, di pusillanimità, un mondo di rancori […]. L’Europa esiste ma è incatenata! Sono questi ferri che bisogna spezzare»12. Durante il discorso pronunciato ad Aquisgrana in occasione del conferimento del premio «Carlo Magno», che Alcide De Gasperi considerò come il riconoscimento più ambito di tutta la sua carriera politica, il 24 settembre 1952 dichiarava che: «l’avvenire non si costruisce col diritto della forza, né con lo spirito della conquista, ma con la pazienza del metodo democratico, con lo spirito costruttivo delle intese, nel rispetto delle libertà […]. Il sorgere di una Europa unita non può significare differenza ed addirittura concorrenza con l’alleanza mondiale patrocinata dall’America perché anzi essa appare, come è, inquadrata nella comune speranza del mondo libero»13.

Il «Presidente della ricostruzione», come dopo la sua morte venne da molti definito, aveva una profonda fede nella democrazia politica che considerava come metodo da adottare anche nella costruzione di una unità europea. Negli anni in cui sarà alla guida del governo il Presidente De Gasperi, e la Democrazia Cristiana più in generale, saranno soggetti a tutta una serie di attacchi da parte degli avversari politici e poi anche dalla cosiddetta «storiografia esterna» che li definirà spesso con gli stereotipi di «uomo del Vaticano» o di «partito del Vaticano». In realtà se è vero che, come detto, lo statista trentino era uomo fedele alla Chiesa e rispettoso della gerarchia, è anche vero che seppe sempre distinguere, senza separarle, la sfera religiosa da quella politica. Infatti, nella sua carriera dovette spesso superare ostacoli e difficoltà nei rapporti con la Santa Sede. I principi di fede certamente ispirarono il suo pensiero ma nelle scelte concrete si lasciava guidare solo dalla sua coscienza e non dagli «ordini» della gerarchia. La stessa ricerca di collaborazione con i partiti laici va proprio nella direzione di sfuggire dalla clericalizzazione dello Stato che altri settori del mondo cattolico avrebbero voluto.

De Gasperi si era formato agli ideali della prima Democrazia cristiana e aveva subito il fascino di Romolo Murri, sinché non si distaccò dalla Chiesa; aveva assorbito la lezione sturziana e vissuto l’esperienza del popolarismo. Nel 1921 fu nominato presidente del gruppo parlamentare popolare alla Camera dopo che nelle elezioni del 15 maggio 1921 il Ppi ottenne in Trentino la maggioranza assoluta dei voti e cinque seggi su sette. Nello stesso anno si incontrarono per la prima volta a Colonia De Gasperi e Adenauer, quando una delegazione del Ppi si era recata in Germania per incontrare personalità del Centro Germanico. Questi non rappresentavano solo incontri di amicizia fra i partiti cristiani più forti in Europa, ma erano anche le prime pietre per una pacificazione interna europea. Di li a pochi mesi il fascismo andò al potere in Italia portando con se la fine delle libertà civili e politiche. Nel primo governo Mussolini che fu ancora un esecutivo di coalizione, entrarono anche alcuni popolari su decisione del direttorio del gruppo parlamentare contro il parere del segretario del Ppi don Sturzo. Questo non significava che De Gasperi fosse favorevole al fascismo ma, come diverse personalità politiche dell’epoca, fece l’errore di credere che il fascismo potesse essere «costituzionalizzato», così come all’inizio del secolo il socialismo era stato condotto nei limiti dello Stato liberale. Ben presto De Gasperi si rese conto del suo errore di valutazione. Dopo l’assassinio Matteotti, fu tra i promotori delle secessione dell’Aventino e si rese disponibile per possibili cooperazioni con le altre opposizioni per impedire l’instaurarsi della dittatura fascista. Nel maggio 1924 don Sturzo, ormai prossimo alla partenza per l’esilio negli Stati Uniti e costretto a lasciare la segreteria del Partito popolare, spiegò in una lettera al vescovo di Trento tutte le ragioni che lo spingevano a far cadere la scelta del suo successore sul nome di De Gasperi. Ciò dimostrava la fiducia che don Sturzo aveva per il deputato trentino anche se il rapporto fra questi due personaggi non fu privo di tensioni, soprattutto nel secondo dopoguerra, rimanendo uno dei temi forse più discussi in ambito storiografico.

La violenza politica che, con l’avvento del fascismo, era ormai dilagante nel Paese indusse De Gasperi a trasferirsi da Roma a Borgo Valsugana nel 1925, preoccupato anche per la sua famiglia14. L’11 marzo 1927 mentre stava cercando di raggiungere Trieste in treno con la moglie, venne arrestato con l’accusa di «tentato espatrio clandestino». Riuscì ad uscire dal carcere, dal quale tuttavia scriveva lettere alla famiglia e ad alcuni amici, nel luglio 1928 anche per intercessione del vescovo di Trento, Celestino Endrici e nel 1929 poté iniziare un dignitoso lavoro come catalogatore nella Biblioteca Vaticana. Qui oltre ad intensificare la lettura di testi sacri, nelle quali trovava conforto di fronte alla tristezza dei tempi, aveva poi seguito e commentato (con lo pseudonimo di Spectator) fra il 1933 e il 1938 dalle pagine dell’Illustrazione vaticana le vicende europee e da esse «trasse la convinzione che la democrazia era stata travolta, in Germania come in Italia, dallo scontro fra fascismo e comunismo e che la ricostruzione democratica doveva fondarsi perciò sul superamento di quella alternativa e su un forte schieramento di centro che potesse far fronte, democraticamente, alla eredità del fascismo da un lato e alla pressione del comunismo dall’altro»15. Questo lavoro di approfondimento delle tematiche europee gli serviranno poi in futuro quando dovrà dirigere la politica estera e quando si getteranno le basi per la comunità europea. Fu comunque un periodo di vita, quello vissuto durante il fascismo, pieno di ristrettezze e di marginalizzazione. De Gasperi si riferirà poi a quel periodo ricordando come «quelli che per rimanere fedeli al nostro programma rinunziarono non solo ai guadagni dell’impiego e della professione, quelli che per non entrare nel corteo dei trionfatori, vissero sui margini della vita civile in volontario silenzio e spesso in umiliante abbandono, paghi di salvare la dignità della vita e la fierezza delle proprie convinzioni»16.

Quando la guerra iniziava a mostrare i segni di una possibile e, più tardi, inevitabile sconfitta per l’Italia, De Gasperi iniziò tutta una serie di contatti con la vecchia dirigenza del Partito popolare italiano: Giuseppe Spataro, Mario Scelba, Guido Gonella, Giovanni Gronchi, e tanti altri che non si erano compromessi con il fascismo. Tuttavia la gran parte della storiografia condivide il parere per cui la nuova formazione dei cattolici era un «partito clandestino nato da diverse iniziative convergenti» come ha sottolineato Pietro Scoppola17. In effetti De Gasperi pensò inizialmente alla costituzione di un partito da collocare al centro che coinvolgesse anche esponenti laici come Ivanoe Bonomi. Ma furono principalmente due i gruppi che confluirono nel nuovo partito: il Movimento neoguelfo fatto di giovani cattolici (Piero Malvestiti, Edoardo Clerici, Malavasi, ecc.) che, presenti nel Settentrione, avevano condotto una dura lotta al fascismo e che premevano per la creazione di una democrazia identificata in maniera forte con i valori del cristianesimo. L’altra era la componente fatta dagli ex uomini del Ppi che avevano vissuto gli anni dell’Italia liberale. Con questi due gruppi non si esaurisce il panorama dei contributi al nuovo partito. Non può infatti dimenticarsi l’importanza che l’Azione Cattolica Italiana18 (ACI), vera pupilla del Vaticano che ne aveva anche riformato gli statuti, ha avuto non solo come strumento di sostegno e di mobilitazione sociale, ma anche come «vivaio» della classe politica, ossia come mezzo per la formazione e l’educazione dei giovani durante gli anni del fascismo e che diverranno la futura classe dirigente cattolica del nostro Paese. In particolare si pensi alla Federazione Universitaria dei Cattolici Italiani (FUCI) che ebbe come assistente generale dal 1922 al 1933 Giovanni Battista Montini e che fu presieduta tra gli altri da Aldo Moro e Giulio Andreotti; e al Movimento dei laureati Cattolici, che vide militare uomini come Giorgio La Pira, Paolo Emilio Taviani, Paronetto. Dopo lunghe discussioni, De Gasperi chiamò il nuovo partito: Democrazia cristiana, riprendendo il nome che aveva caratterizzato i cattolici democratici impegnati nel campo sociale nel primo Novecento italiano, stendendo anche un programma (Le idee ricostruttive della Democrazia cristiana) sulla base di incontri avuti con diversi collaboratori e che conteneva tutto il patrimonio ideologico della storia del movimento cattolico. A differenza di quanto era accaduto per il Partito popolare che, grazie a don Sturzo, aveva raccolto dal suo nascere le simpatie della gerarchia vaticana perdendole mano a mano che si affermava il fascismo, la Democrazia cristiana riuscì a guadagnarsi poco per volta la simpatia e l’appoggio della Chiesa (che teneva frattanto contatti con gli ambienti più vari, a partire da Vittorio Emanuele Orlando, ritenendo probabile una «rivoluzione socialista» nel caso in cui si fosse avuto un totale annientamento dell’ordine politico preesistente), grazie all’abilità di De Gasperi che riuscì a mostrare equilibrio e moderazione facendo altresì ottenere il sostegno della Chiesa alla democrazia per l’Italia post-fascista. In questa operazione naturale alleato di De Gasperi fu il sostituto alla segreteria di Stato monsignor Giovanni Battista Montini che operò anche da tramite con il pontefice.

Dopo l’8 settembre e i bui mesi di occupazione tedesca che seguirono e in cui i responsabili del Cln (che venne fondato il 9 settembre del 1943 in una storica riunione nell’appartamento romano dell’editore Einaudi) vissero in maniera clandestina, finalmente il 4 giugno 1944, le truppe alleate entrarono in Roma e la vita politica poté ricominciare liberamente. Il presidente del Cln, Ivanoe Bonomi, fu nominato presidente del Consiglio all’indomani della liberazione di Roma in un governo (la cui sede era ancora a Salerno) composto dalla cosiddetta esarchia, ossia i sei partiti che componevano il Cln: Democrazia cristiana, Partito comunista, Partito socialista di unità proletaria, Partito liberale, Democrazia del lavoro e Partito d’Azione. In questo primo governo del Cln De Gasperi, assieme ad alcune personalità degli altri partiti politici (Cianca, Carandini, Croce, Ruini, Saragat, Sforza e Togliatti), divenne ministro senza portafoglio iniziando, all’età di sessantatre anni, quella che la figlia Maria Romana avrebbe definito la sua «terza vita». Alla fine di novembre dello stesso anno, a causa dei problemi relativi all’epurazione dei funzionari statali compromessi con il fascismo, il governo entrò in crisi. Si ricostituì così, il 12 dicembre 1944, un secondo governo Bonomi in cui De Gasperi prese la guida degli Esteri. Egli comprese perfettamente che nella situazione in cui si trovava l’Italia il vero posto chiave del governo era quello di ministro degli Esteri per poter esercitare azioni di politica estera, derivanti direttamente dalla sua stessa formazione culturale e ideale, che fecero in pochi anni rientrare l’Italia nella scena internazionale su di un piano di parità. Scriveva la figlia: «mio padre non era un acceso nazionalista. Né poteva credere secondo una formula ottocentesca che Dio avesse segnato, sulla geografia del nostro globo, confini tra le creature umane da difendersi al costo della vita. La civiltà italica lo aveva affascinato ancora sui banchi di scuola, mentre scopriva nella lettura dei classici motivi di orgoglio. Ma già allora egli era un cittadino d’Europa.»19 L’indipendenza nazionale stessa era gravemente menomata poiché il governo italiano era in guerra con la Germania e in stato armistiziale con quasi tutti i paesi indipendenti, non potendo così avere relazioni dirette con gli altri Paesi senza il tramite della Commissione Alleata di Controllo che valutava anche la stessa formazione interna del governo. Il nostro Paese non era certo più una potenza mondiale ma disponeva tuttavia di una importante posizione geografica che nel nuovo clima di guerra fredda, che di li a pochi mesi si sarebbe realizzato, poteva far ottenere all’Italia quei massicci aiuti economici e politici necessari per la sua ricostruzione. De Gasperi preferì allora la strada della fedeltà all’alleato americano. Gli Stati Uniti dal canto loro conoscevano la situazione italiana che vedeva oltre alla importante presenza sul suo territorio della Santa Sede, anche la presenza al suo interno del più forte Partito comunista d’occidente che avrebbe potuto far cadere la Penisola nell’orbita sovietica. Il 25 aprile del 1945 con la liberazione del Nord Italia il governo Bonomi lasciò il posto al nuovo esecutivo presieduto dal valoroso comandante partigiano Ferruccio Parri leader del Partito d’Azione e in cui Alcide De Gasperi mantenne il ministero degli Esteri. Nel novembre con l’uscita dei liberali e con la contrarietà della Dc a rimanere in un governo senza di questi, l’esecutivo Parri fu costretto alle dimissioni. Dopo lunghe discussioni si poté ricostituire il governo che per la prima volta nella storia d’Italia passò ad un cattolico praticante: Alcide De Gasperi che iniziò un’opera tendente a restituire all’Italia una sua dignità di fronte al mondo, reinserendola nel quadro della comunità internazionale e facendone uno dei paesi più sensibili alla collaborazione e all’unificazione europea.

L’idea di realizzare un continente europeo non più diviso in tanti stati perennemente in lotta tra di loro, si afferma sin dal XIX secolo, fornendo spunto per riflessioni e discussioni a filosofi, pensatori politici e uomini di Stato. Nondimeno, l’occasione per passare dai progetti alle realizzazioni concrete si presentò soltanto con la fine della seconda guerra mondiale. Le indicibili distruzioni e le enormi perdite di vite umane, sia tra i civili sia tra i militari, causate dal conflitto, convinsero i politici dell’epoca dell’ineluttabilità di un processo di integrazione europea come unico rimedio per evitare il ripetersi di eventi tanto luttuosi. Tale movimento di idee non riguardò inizialmente l’intero continente, ma prese piede soltanto tra gli Stati dell’Europa occidentale, favorito anche dalla nascente contrapposizione tra il blocco filo-americano e quello filo-sovietico. Gli Stati dell’Europa orientale daranno vita, infatti, a forme alternative di aggregazione militare (come l’Organizzazione del Patto di Varsavia del maggio 1955) ed economica (come il Comecon, cioè il Consiglio di reciproca assistenza economica del 1949) facenti riferimento a Mosca. Si dovrà attendere il 1989, con la caduta del muro di Berlino e il crollo dell’Unione sovietica (1991), perché tali Stati iniziassero a partecipare in misura sempre più crescente alle forme di integrazione di matrice occidentale. L’impegno di Alcide De Gasperi per il progetto europeista fu molto forte anche per il fatto che lo statista trentino vedeva tale progetto strettamente collegato alla scelta atlantica per la quale diede molte delle sue energie. Nella Ceca e nella Ced il nostro presidente del Consiglio vedeva l’embrione di una futura Unione che sarebbe dovuta essere solida e coesa politicamente e non solo economicamente.

Con la morte di Alcide De Gasperi si segnava la fine di un’Italia che dalle macerie morali e materiali di una tragica guerra aveva ripreso a lavorare e a produrre, ed era tornata alla vita democratica con una tensione e una volontà nuova. L’Italia intera si rese conto, in quell’agosto di più di cinquanta anni fa, che era scomparso un grande uomo: il presidente della ricostruzione. Si era spenta la guida sicura e prudente della nuova Italia democratica, quello che può essere definito senza incorrere in errori il più grande statista del ‘900 italiano. Scompariva un patrimonio di verità, di valori umani, di fede cristiana realmente vissuta. Le ali ininterrotte di folla che si addensavano lungo la linea ferroviaria, durante il passaggio del treno che ne trasportava il feretro da Trento a Roma, ne sono la più lampante testimonianza. Era morto un uomo politico di acuta visione della realtà, un pensatore politico, uno stratega accorto, l’uomo che riportò l’Italia in un quadro di rispettabilità internazionale. Pochi mesi dopo la sua morte Schuman scrisse che «attraverso una politica di saggezza, di lealtà e di realismo coraggioso, il presidente De Gasperi ha saputo non solamente riabilitare il proprio Paese dopo gli errori del recente passato, ma rinforzare il prestigio e consolidare le fiducia che in esso riponevano i nuovi alleati. Solo il veto sovietico ha impedito l’ingresso dell’Italia all’Onu […]. Il presidente scomparso è stato, durante tutta la vita, un esempio della fedeltà che sopravvive alle prove più dure. Restiamo fedeli alla sua memoria e al suo grande esempio!»20.

In quell’estate del ’54 veniva meno anche uno dei «padri fondatori dell’Europa» che, affiancandosi a Robert Schuman e a Konrad Adenauer, ingaggiò la battaglia per promuovere l’unità di un’Europa libera e pacifica. Il suo grande dolore fu la consapevolezza che la Ced non avrebbe resistito agli egoismi dei singoli parlamenti nazionali. Dopo la bocciatura della ratifica del nuovo Trattato seguirono anni di stasi che furono superati solo grazie alla Conferenza di Messina del giugno del 1955, fra i ministri degli Esteri della Ceca, e nella quale si decise di rilanciare il processo di integrazione europea. In questa conferenza, fortemente voluta e preparata dal nostro ministro degli Esteri Gaetano Martino, venne costituito un apposito comitato di studio guidato dal ministro degli Esteri belga Paul-Henri Spaak che venne incaricato di formulare proposte per allargare ad altri settori l’esperienza della Ceca. Come sappiamo vennero emessi due importantissimi progetti: la Comunità Europea dell’Energia Atomica (Ceea), detta anche Euratom; e la Comunità Economica Europea (Cee). I due nuovi trattati vennero firmati a Roma il 25 marzo 1957 dai sei Paesi che avevano firmato la Ceca, portando così le Comunità europee al numero di tre (Ceca, Cee, Ceea).

La realtà europea oggi è molto diversa da quella del dopoguerra, sono state fatte nuove revisioni dei trattati (l’Atto unico europeo, l’importante Trattato di Maastricht che ha creato l’Unione europea, quello di Amsterdam, quello di Nizza e, ultimo, quello di Lisbona) e tante cose sono cambiate. C’è stata la creazione di un’Unione monetaria che oggi comprende sedici Paesi europei (Austria, Belgio, Cipro, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Portogallo, Slovacchia, Slovenia e Spagna), che hanno adottato un’unica moneta: l’Euro. Dalla cosiddetta «piccola Europa» fatta dei sei Paesi fondatori (il Benelux, la Francia, la Repubblica federale tedesca e l’Italia), si è passati a ventisette Paesi membri di una Unione europea oggi allargata anche ai paesi ex-sovietici e ad una Germania unificata dopo il crollo del Muro di Berlino nel 1989. Molti sono inoltre i Paesi che fanno domanda di adesione a quella che è una delle più importanti realtà del novecento fatta di popoli, lingue e tradizioni differenti, ma con un'unica grande storia: quella europea. Anche se prevalentemente economica, oggi l’Unione europea coinvolge molti altri aspetti che possiamo osservare nella realtà di tutti i giorni. Un’importante, ma sfortunata, novità la si è registrata nel Consiglio europeo di Laeken del 2001 quando i capi di Stato e di governo dei Paesi membri hanno deciso di convocare una Convenzione con il compito di esaminare le questioni essenziali riguardanti il futuro dell’Unione europea e di ricercare diverse soluzioni possibili. Dopo molti tentennamenti si è riuscì a presentare quello che fu stato denominato come il «Trattato che istituisce una Costituzione per l’Europa». Con la solenne firma che a Roma, in Campidoglio, nell’ottobre del 2004 i leader dei Paesi della Unione europea apposero, iniziò l’iter della ratifica che, approvata anche dal nostro Parlamento (e da quello di altri Paesi), fu però respinta mediante referendum dai cittadini francesi e olandesi. In effetti, si è realizzata una Costituzione ricca di contenuti normativi: facoltà, divieti, diritti, obblighi, ecc., in grado di regolare egregiamente, anche se burocraticamente, molti aspetti della vita degli Stati e dei suoi cittadini. Quello che è mancato però sono state le ragioni ideali che invece i «padri dell’Europa» hanno sempre cercato di trasmettere. Scrisse Adenauer a De Gasperi: «Abbiamo affrontato i nostri problemi partendo dalla stessa base spirituale. Abbiamo entrambi iniziato la nostra carriera politica in un partito al contempo democratico e cristiano ed abbiamo operato in modo che ciò fosse chiaro nella nostra azione»21. In una lettera di De Gasperi al giovane Scalfaro pochi giorni prima di morire, il contenuto non è molto diverso: «Se le mie forze ritorneranno vorrà dire che il Signore mi vorrà far fare ancora qualche lavoro, se no, lo farete voi giovani. Quello che ci dobbiamo soprattutto trasmettere l’uno all’altro è il senso del servizio del prossimo, come ce lo ha indicato il Signore, tradotto ed attuato nelle forme più larghe della solidarietà umana, senza menar vanto all’ispirazione profonda che ci muove e in modo che l’eloquenza dei fatti tradisca la sorgente del nostro umanitarismo e della nostra socialità»22. Si guardava dunque ad una Europa basata sulla solidarietà umana e sui principi del cristianesimo. Solo questi potevano dare un’anima che avrebbe potuto dare una giustificazione ideale e spirituale all’impegno europeistico. Una spiritualità laica.

Questo è solo uno, ma forse il più importante, degli insegnamenti che Alcide De Gasperi ci ha lasciato e che sembra mancare agli europeisti di oggi che, negando le radici giudaico-cristiane dell’Europa, negano le fondamenta stesse della nostra civiltà. La nostra Europa è difficile da definire geograficamente, ma non possiamo dire lo stesso in termini culturali e storici. Dobbiamo prendere consapevolezza della nostra storia occidentale e cristiana riscoprendo le nostre origini e ravvivando le nostre radici. Come ha scritto l’allora cardinale Joseph Ratzinger: «L’Occidente non ama più se stesso: della sua storia oramai vede soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro»23.

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Vera Zamagni, Una scommessa sul futuro: l’industria italiana nella ricostruzione, in “L’Italia e la politica di potenza in Europa (1945-1950), Marzorati, Milano 1989.


1 A. De Gasperi, L’Europa, scritti e discorsi, a cura di M. R. Catti De Gasperi, Morcelliana, Brescia 2004, p. 181.

2 Nato a Pieve Tesino (Trento) il 3 aprile 1881 da Amedeo e Maria Morandi, Alcide De Gasperi (in realtà dal punto di vista della correttezza filologica il suo cognome era Degasperi) fece i suoi studi prima a Trento – allora sotto l’Austria – frequentando il collegio vescovile e poi il liceo imperiale di Trento e in seguito l’Università di Vienna.

Laureatosi in filosofia, assunse la direzione del quotidiano La Voce cattolica, organo della diocesi tridentina. Nel 1906 egli ne cambiò testata in quella de Il Trentino, che divenne l’organo del Partito Popolare Trentino.

Nel 1911 fu eletto al Parlamento multinazionale di Vienna, di cui fu membro fino all’annessione del Trentino all’Italia.

3 A. De Gasperi, L’Europa, cit., p. 7.

4 Morì il 19 agosto 1954 a Sella in Valsugana. La notizia della sua morte fu lanciata all’alba del 19 agosto dall’agenzia Ansa con uno scarno comunicato: “Alle ore tre di questa mattina è deceduto per paralisi cardiaca l’on. Alcide de Gasperi […]. Egli è morto in stato di perfetta lucidità mentale e munito dei conforti religiosi. Gli erano attorno i suoi familiari”. La notizia fece subito il giro dell’Italia e del mondo provocando una forte ondata di commozione.

5 Cfr. P. Castagnetti, Quell’Italia che fece l’Europa, in “Europa”, a cura di F. S. Garofani, Edizioni DLM Europa, Roma 2004, p. 11.

6 A. De Gasperi, Cara Francesca. Lettere, a cura di M. R. Catti De Gasperi, Morcelliana, Brescia 2004, p. 38.

7 A. De Gasperi, L’Europa, cit., p. 71.

8 Ibidem, p. 153.

9 R. Schuman, De Gasperi per l’Italia e per l’Europa, in “Civitas”, anno V n° 12, Roma 1954, p. 39.

10 Ibidem.

11 A. De Gasperi, L’Europa, cit., p. 117.

12 Ibidem, p. 187

13 Ibidem, p. 170.

14 Nel 1922 si era sposato con Francesca Romani e dal matrimonio (a questa data) erano nate due bambine, Maria Romana e Lucia.

15 P. Scoppola, Quando la politica era grande, in “Europa”, a cura di F. S. Garofani, Edizioni dlm Europa, Roma 2004, p. 30.

16 P. Scoppola, La proposta politica di De Gasperi, Il Mulino, Bologna 1988, p. 104.

17 Ibidem, p. 118.

18 Alcide De Gasperi, che dal 1946 al 1954 ebbe la tessera n°1 dell’AC, ebbe un rapporto di amicizia e franchezza con l’associazione cattolica che, oltre alla sintonia con Carlo Carretto e lo scontro con Luigi Gedda , vide il riconoscimento della funzione pedagogica dell’Azione Cattolica nella maturazione civile della società italiana.

19 M. R. Catti De Gasperi, De Gasperi, uomo solo, Mondadori, Milano 1964, p. 167.

20 R. Schuman, op. cit., pp. 39-40.

21 A. De Gasperi, L’Europa, cit., pp. 7-22.

22 Ibidem.

23 M. Pera e J. Ratzinger, Senza radici, Mondadori, Milano 2004.