Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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07/06/2010
Abstract
Nonostante le molteplici misure prese in materia censoria, il panorama letterario sovietico negli anni 1921-1927 riuscì a mostrare un repertorio di sfumature artistiche basato sulla compenetrazione stilistica fra il realismo ottocentesco e le nuove esigenze culturali rivoluzionarie, finché una risoluzione del Comitato Centrale del PCUS del 1932 non segnò un punto di svolta nella gestione della letteratura di regime.

Dal 1917 fino al consolidamento del potere di Stalin, il Proletkul’t (Organizzazione culturale proletaria, movimento letterario promosso da Lunačarskij e Bogdanov, e tutelato dal partito), fu il centro propulsore delle iniziative letterarie fiorite in questo periodo. Esso declinò rapidamente in seguito alle difficoltà politiche legate all’insediamento del governo rivoluzionario1. Il più noto di questi gruppi letterari è senz’altro il “LEF” (Fronte letterario di sinistra), indissolubilmente legato a Vladimir Majakovskij, che assieme al gruppo dei costruttivisti, di orientamento futurista e avanguardista, si mostrava pervicacemente avverso all’eredità letteraria ottocentesca2, pronunciandosi a favore di una propaganda rivoluzionaria che investisse la cultura russa tutta, senza sconti. Seguivano i romantici rivoluzionari, vicini ad una visione emotiva e spesso soggettiva della rivoluzione e della guerra civile, influenzati dal simbolismo e dal realismo folcloristico: avevano in Boris Pil’njak e Isaak Babel’ i loro migliori rappresentanti. A mostrare una salda fedeltà al magistero dei romanzieri europei erano i fratelli di Serapione3 o serapionidi, “confraternita” di giovani letterati propugnatori dell’autonomia dell’arte rispetto alla politica e al vincolo di ogni altra contingenza storica: Evgenij Zamjatin è considerato l’iniziatore della loro tendenza artistica, Maksim Gor’kij il promotore delle loro iniziative. I compagni di strada, o poputčiki, erano così definiti da Trockij per lo spontaneo spirito di collaborazione che mostravano nei confronti delle masse proletarie e per la loro parziale, ed apparente, estraneità rispetto all’originaria presenza della rivoluzione comunista nella letteratura: furono accusati di nazionalismo, borghesismo e misticismo per la loro non incondizionata adesione alla causa rivoluzionaria4. Si radunarono attorno alla rivista “Krasnaja nov’”(“Terra vergine rossa”) fondata da Aleksandr Voronskij, propugnatore, in un articolo del 1924 pubblicato sulla rivista “Zvezda”(“La stella”) e diviso in dodici tesi, di una visione per la quale l’arte non deve assolvere una funzione edificatrice suscitando “sentimenti buoni”, ma attingere direttamente dalla vita.

Attorno alla rivista “Na postu” (“Sul posto di guardia”), a detta di Vittorio Strada fondata in seguito alla caduta d’importanza del vecchio Proletkul’t, si radunò un consistente gruppo, quello dei napostovcy, con a capo Leopol’d Averbach, futuro capo della RAPP: erano strenui promotori della diffusione dell’approccio proletario nella letteratura e assertori della sua funzione edificatrice – quindi di avviso nettamente opposto rispetto ai poputčiki e a Voronskij5. La direzione della rivista, dopo il 1925, passò a Leopol’d Averbach. I membri dei gruppi che ruotavano attorno alle riviste “Krasnaja nov’” e “Oktjabr’” si avvalsero della preesistente Associazione panrussa degli scrittori proletari (VAPP)6 per insediarsi e portare avanti le principali questioni letterarie. La principale era quella che, iniziata nel 1924, opponeva Voronskij al napostovec (membro della rivista Na Postu) Ilarion Vardin.

Voronskij “compagno di strada” e sostenitore di una relativa autonomia della letteratura rispetto alla politica, veniva accusato di aderire ad una visione “piccolo-borghese” della letteratura; Vardin, assertore di un ruolo edificatore della rivoluzione proletaria, veniva accusato di demagogia ed eccessiva partigianeria di sinistra. Entrambe le posizioni possono essere interpretate come delle“diagnosi del pericolo politico”7 che incombeva in quegli anni sulla cultura: in particolare Vardin rappresentava quella porzioni di proletari rivoluzionari che tra il 1929 e il 1932 sarebbero diventati ancillae rei publicae. In una sua relazione del maggio 1924 Vardin auspicava che la VAPP da associazione letteraria parzialmente controllata dal partito divenisse parte della Sezione agitazione e propaganda del Comitato Centrale.

Si giunse all’approvazione di una risoluzione del Comitato Centrale, suggerita quasi per intero da Bucharin, convinto oppositore di Vardin e delle sue idee, votata il 18 giugno 1925, e comparsa sulla Pravda il 1° luglio, grazie alla quale la tesi di Voronskij ebbe la meglio. Nella risoluzione, intitolata Sulla politica del partito nella sfera della letteratura, si riconoscevano finalmente i diritti dei poputčiki, e, ferma restando l’impossibilità di un’arte neutrale, si affermava che il partito “ doveva fare tutto ciò che è in suo potere” per prevenire “il capitolazionismo [l’egemonia della cultura borghese prerivoluzionaria] da un lato, e l’arroganza comunista dall’altro", e che “nel suo complesso non può affatto vincolarsi con l'adesione a una qualsiasi tendenza nel campo della forma letteraria". Inoltre "deve pronunciarsi a favore della libera competizione dei vari gruppi e delle varie correnti in questo campo"8, astenersi da ogni “pseudorivoluzione proletaria” per instradare la letteratura, e dall’appoggio di ogni monopolio di una tendenza su un’altra. Eppure altrove nell’articolo si legge: “L’egemonia degli scrittori proletari non c’è ancora, e il partito deve aiutare questi scrittori a guadagnarsi il diritto storico a questa egemonia”. La strada per lo stalinismo sulla letteratura era aperta: fu in effetti la RAPP ad arridersi il ruolo di egemone delle associazioni proletarie dal 1926 fino al giorno della sua liquidazione.

Pare che la RAPP, sotto queste vesti, fosse riuscita a conquistarsi cospicui margini di autonomia; in realtà, usando una similitudine proposta da Vittorio Strada, i “rappisti” avevano “ricevuto in appalto la gestione della letteratura di partito”9: in altre parole, la RAPP fungeva da delegato all’applicazione di una “dittatura diretta” della politica sovietica contingente sulla letteratura, cosa che avverrà senza intermediari appunto nel 1932; la formula riportata da Struve per designare questa situazione è “consegna sociale”10, un concetto fino ad ora mai applicato con la veemenza dei “rappisti”11.

La RAPP operò con una certa intensità nel biennio della “rivoluzione culturale” del 1929 – 31, proprio quando il Piano Quinquennale stava diventando la mecca di ogni rinnovamento infrastrutturale e culturale in Unione Sovietica. Per i lefovcy (i membri del LEF) e i poputčiki i problemi non furono pochi. L’approccio lavorativo assunto dai “rappisti” fu in effetti aggressivo: si parlava di “lavoratori d’assalto”, di “brigate artistiche”12, che recandosi presso i grandi cantieri e nei kolchozy dovevano e trarre materiale utile per la descrizione di quadri realistici inerenti allo sforzo della nazione sovietica per il grande passo industriale, che ora meritava d’essere celebrato. Non è sbagliato definire gli scrittori sovietici di allora “produttori di valori ideologici”. Le modalità con cui la RAPP, che aveva a suo capo Leopol'd Averbach, diresse la vita letteraria fino a quando venne liquidata, erano in effetti talmente rigide e improntate su un radicale bolscevismo, che la risoluzione del 1932 venne salutata da alcuni, anche, si dice, per l'efficacia della sua concisione, come una liberazione, perfino da membri della RAPP che dopo essere stati destituiti furono reintegrati sotto differente veste.

Stalin era la Guida, Vožd', a maggior ragione perché gli si attribuiva tutto ciò che di buono e geniale veniva detto. Sotto quest'ottica fu dunque Stalin in persona a decretare la formula, il metodo universale del “realismo socialista”. In verità esistevano delle precondizioni per la sua futura esistenza, che non fu affatto il prodotto di un'elaborazione fatta a tavolino, o di un'idea scaturita ex abrupto dalla mente di Stalin: i contributi letterari di Maksim Gor'kij, Anatolij Lunačarskij e di Nikolaj Černyševskij13; quello ideologico di György Lukács, che nel 1934 pubblicò sulla rivista Literaturnyj Kritik il saggio “Arte e verità oggettiva” sull'estetica marxista-leninista14; e quella politico di Andrej Ždanov, dal 1934, subito dopo l'assassinio di Kirov, segretario generale del PCUS (Partito Comunista dell’Unione Sovietica) di Leningrado15. Meno scontata, a questo punto, l'attribuzione di paternità del termine: il nuovo metodo in ogni caso doveva riflettere anche la fine delle distinzioni di classe auspicata nella nuova società sovietica; nella fase della sua elaborazione erano state proposte formule costitutive come "realismo romantico", "realismo rivoluzionario", "realismo eroico" che si mostrano inadeguate ai fini della creazione di una sintesi metodologica. Il termine "socialista" pareva conciliare, alla luce di quanto auspicato, tutte queste proposte16.

La formula, attestano alcuni documenti, comincia a figurare dapprima in discorsi separati, generalmente tenuti in vista della istituzione dell’Unione degli Scrittori, per apparire, non molto tempo dopo, sulla stampa: il 23 maggio 1932 Literaturnaja Gazeta riporta parte del discorso, tenuto tre giorni prima in occasione di un incontro tra i membri dei gruppi letterari di Mosca17, dell’allora direttore del periodico Izvestija (Le notizie) Ivan Gronskij, in qualità di presidente del Comitato organizzativo per l’unificazione degli scrittori sovietici18. In sostanza il discorso affrontava le nuove necessità che gli scrittori dovevano adesso soddisfare: evitare di partire da presupposti astratti per interpretare la realtà, aderire ad un approccio verso di essa rispettoso della teoria del materialismo dialettico, promuovere e confermare il tutto attraverso la produzione letteraria19.

Il 29 maggio 1932 su Literaturnaja gazeta, apparve un articolo dal suggestivo titolo A lavoro!, dove vengono per la prima volta esposti i requisiti e gli obblighi del nuovo scrittore verso il nuovo ordine culturale, e dove effettivamente appare la formula“realismo socialista”20.

L’autore, dopo aver inneggiato il progresso tecnologico, equiparando ogni nuova monumentale opera pubblica ad un nuovo capitolo della storia – vedremo in seguito in che misura abbonderà di simili “formule di rito” il discorso di Ždanov che inaugurò i lavori del Primo Congresso degli Scrittori sovietici, nel quale fu confermato in maniera definitiva l’oggetto di questo nuovo metodo letterario - e dopo aver ribadito la direzione in senso marxista-leninista del processo di istruzione dei contadini, così conclude il suo articolo:

La veridicità nella raffigurazione della rivoluzione: ecco l'esigenza che noi abbiamo il diritto di porre a tutti gli scrittori sovietici, senza eccezione. Lo scrittore, nei suoi lavori, ha bisogno di ritrarre un quadro veridico e realistico del processo rivoluzionario nella società, le sue fatiche e le sue vittorie nella società, e la realizzazione in atto di tale formazione sociale nella quale non vi sarà più sfruttamento tra uomo e uomo. La verità è una minaccia per i nostri nemici. Una disamina veridica della nostra realtà e la sua fedele riflessione nei suoi lavori artistici è la via migliore per intendere la giusta causa e la forza della classe lavoratrice, e per creare opere d'arte di cui il popolo ha bisogno per edificare il socialismo e lottare per la vittoria della rivoluzione socialista nel mondo intero. Le masse chiedono agli scrittori – sincerità e verità sul processo rivoluzionario di realismo socialista nella raffigurazione della rivoluzione proletaria21.

Si trattava quindi di allineare la direzione del realismo inteso come approccio di imparziale attinenza ad un certo contesto con la mentalità socialista. Uno degli assunti fondamentali del realismo socialista era un assenso incondizionato alla vita: era quindi necessario rappresentare la realtà secondo un'ottica e una mentalità eminentemente socialiste, distanziandosi da un “realismo borghese” dove il male della crapula e del bisogno spasmodico della scalata sociale deformava i tratti e la materia della realtà descritta. Si trattava, insomma, di rappresentare la realtà complessiva alla luce della lotta per il socialismo, avvalendosi di una mentalità proletaria di partito22.

C'era un principio vitale che teneva in piedi questa nuova attribuzione di valori alla cultura: la cosiddetta ordinazione sociale, la cui proclamazione coincise con l'inizio del Primo Piano quinquennale, e trovò giustificazione nella necessità di concentrare tutte le forze, anche artistiche e letterarie, per la riuscita dell' industrializzazione e della collettivizzazione23.

Ogni opera letteraria ed artistica doveva prestarsi ad una grande accessibilità di linguaggio, e aprirsi incondizionatamente alla tradizione rurale russa rifiutando quindi la restante tradizione urbana24.

Il 23 aprile 1932 una commissione speciale a cinque in seno al Politbjuro approvava una risoluzione che sanciva la totale e definitiva subordinazione al partito della vita culturale e letteraria sovietiche, da quel momento più che mai allineata con il processo di “uniformazione culturale” in atto. Stalin di fatto intervenne personalmente sulle questioni letterarie ed artistiche in generale, rendendole cavallo di battaglia per l’edificazione del proprio culto personale. Tale risoluzione, tanto concisa quanto rilevante ai fini della comprensione di ciò che accadeva nel 1932, può considerarsi un vero e proprio manifesto storico sul destino della cultura sovietica per i successivi vent'anni. Ovviamente anche l’emanazione di un simile provvedimento da parte del Comitato Centrale aveva la sua ragion d’essere, il suo humus: un’esigenza non soltanto di semplificazione e uniformazione, ma anche, di codificazione delle regole del dibattito letterario e culturale sovietico.

Vale quindi la pena di riportarne il testo della risoluzione:

Sul riassetto delle organizzazioni letterarie ed artistiche
(Risoluzione del CC PCUS b – 23 aprile 1932)

Il Comitato Centrale dichiara che, durante gli anni passati, sulla base dei notevoli successi dell'edificazione socialista, la letteratura e l'arte hanno acquisito un grande prestigio sia qualitativamente che quantitativamente.

Alcuni anni fa, quando nella letteratura era ancora presente un notevole influsso di elemento estranei, rianimatisi soprattutto nei primi anni della NEP, mentre i quadri della letteratura proletaria erano ancora deboli, il partito in ogni modo aiutò la creazione e il consolidamento di particolari organizzazioni proletarie nel campo della letteratura e dell'arte, allo scopo di rafforzare le posizioni degli scrittori e degli artisti proletari

Al momento presente, in cui i quadri della letteratura e dell'arte proletarie sono state rinforzate e nuovi scrittori e attivisti sono emersi dalle fattorie e dai kolchozy, gli ambiti delle diverse associazioni letterarie (BOAPP, RAPP, RAMP e altre) sono divenuti troppo limitati per comprendere questo momento di creazione artistica così importante. Una tale circostanza crea il pericolo che tali organizzazioni da mezzi per mobilitare massimamente gli scrittori e gli artisti sovietici intorno agli obiettivi dell'edificazione socialista si trasformino in mezzo per coltivare n isolamento settario, un distacco dagli obiettivi politici del presente e da notevoli gruppi di scrittori e artisti, simpatizzanti con l'edificazione25 socialista.

Indi, la necessità di ristrutturare le organizzazioni letterario-artistiche per espanderne la base di lavoro.

Il CC PCUS dichiara quindi:

1. di liquidare26 le associazioni degli scrittori (BOAPP, RAPP);

2. di unificare tutti gli scrittori, che sostengono la piattaforma del potere sovietico e aspirano a partecipare all'edificazione socialista, in una sola unione degli scrittori sovietici con una frazione comunista al suo interno;

3. di condurre cambiamenti affini alle altre forme d'arte;

4. di informare le organizzazioni ad adottare decisioni pratiche per soddisfare questa decisione27.

Al secondo paragrafo si fa riferimento ad un'altra importante risoluzione, già citata e commentata in questa sede: quella votata il 18 giugno 1925, e apparsa sulla Pravda il 1°luglio. L'Unione degli scrittori, risultato naturale e necessario ai fini del “riassetto”, divenne un organo affiliato e gestito direttamente dal partito. Inizialmente in essa furono inclusi, senza troppe distinzioni, scrittori non necessariamente appartenenti a vari filoni – “borghesi” non comunisti, avanguardisti – che in seguito furono invitati ad adattare i propri orientamenti personali. Era necessario che se l’Unione degli scrittori doveva rappresentare una “piattaforma” letteraria, ogni differenza di stile e concezione del mondo affermata da ciascun suo membro doveva fondersi in un’unica dimensione ideologica. Per raggiungere questo scopo era necessaria una cosa: neutralizzare ogni dibattito creativo.

La liquidazione di un'associazione proletaria, ora superata e quindi pericolosa per la situazione corrente, indica il cambiamento di rotta del comunismo bolscevico sovietico: quello che i teorici del totalitarismo chiamano “mito della megamacchina”28. Il sistema rivoluzionario che auspicava l'avvento della dittatura proletaria, in prospettiva della sua diffusione su scala internazionale, veniva sostituito da un possente apparato politico, le cui radici paiono risalire alle antiche civiltà monumentali, una struttura invisibile, formata da elementi umani viventi ma irrigiditi, ciascuno con un ruolo e uno scopo preciso, che rendeva possibile la realizzazione di progetti grandiosi di una imponente organizzazione collettiva“, dove ogni singolo individuo, la cui incondizionata ricezione degli ordini dall'alto era indispensabile, doveva comportarsi come un ingranaggio, un pezzo intercambiabile29.

Bibliografia

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1 Cfr. V. STRADA, Il primo congresso degli scrittori sovietici, in Tradizione e rivoluzione nella letteratura russa, Torino, Einaudi, 1980.

2 Il titolo del poemetto di Majakovskij 150.000.000 si riferisce al numero dei cittadini sovietici registrati dopo il 1917, gli stessi che, nella loro veste di massa, avrebbero rappresentato la “volontà dei milioni” di portare avanti la rivoluzione.

3 I Fratelli di Serapione è il titolo di una raccolta di novelle di E.T.A Hoffmann, scrittore dell’inverosimile e dell’arcano, molto amato nel XIX secolo, al quale gruppo, per la loro libertà artistica, si richiama.

4 Cfr. E. LO GATTO, Storia della letteratura russa contemporanea, Milano, Nuova Accademia, 1958, pag. 409.

5 Cfr. Cfr. V. STRADA, Il primo congresso degli scrittori scrittori sovietici, in Tradizione e rivoluzione nella letteratura russa, Torino, Einaudi, 1980, pag. 158.

6 La VAPP aveva due sezioni, a Mosca (MAPP), e a Leningrado (LAPP). Nel 1928 divenne VOAPP (Associazione confederale panrussa degli scrittori proletari).

7 Cfr. V. STRADA, Il primo congresso degli scrittori sovietici, in Tradizione e rivoluzione nella letteratura russa, Torino, Einaudi, 1980, pag. 163.

8 Cfr, V.STRADA. Il realismo socialista, in A.A.V.V., Storia della letteratura russa, Tomo III. Il Novecento. Dal realismo socialista ai giorni nostri, Torino, Einaudi, 1991, pag.13; V.V. VANSLOV, L.F. DENISOV (ed.): ‘lz Istorii Sovetskogo Iskusstvovedeniya I Esteticheskaya Mysli 1930-kh godov’, Izdatelstvo ‘Iskusstvo’, Moscow, 1977, pp. 404-15. Pagg. 413 – 415.

9 V.STRADA, Il realismo socialista, in A.A.V.V., Storia della letteratura russa, Tomo III. Il Novecento. Dal realismo socialista ai giorni nostri, cit., 1991, pag.19.

10 G.STRUVE, Storia della letteratura sovietica, Da Lenin a Stalin, 1917 – 1953, Traduzione italiana di Silvio Bernardini, Milano, Garzanti, 1977, pag. 266.

11 In effetti il concetto rievoca la consegna di grano che i colcosiani dovevano consegnare periodicamente alle autorità di partito.

12 Cfr. G. STRUVE, Op. cit., pagg. 266 – 267; E. LO GATTO, Op. cit., pagg. 532 – 533.

13 Tra i massimi esponenti populismo russo, per la sua opera Che fare? venne considerato dal regime il precursore del realismo socialista.

14 Cfr. M. RIESER, The aesthetic theory of social realism, in «The Journal of Aesthetics and Art Criticism», XVI, 1957, n. 2, pp. 237 – 248. Pagg. 237 – 238.

15 Cfr. V. STRADA, Il realismo socialista, in A.A.V.V., Storia della letteratura russa, Tomo III. Il Novecento. Dal realismo socialista ai giorni nostri, cit., pagg. 13 -14.

16 Cfr. E. LO GATTO, Op, cit., pag. 533.

17 V. STRADA, Il realismo socialista, in A.A.V.V., Storia della letteratura russa, Tomo III. Il Novecento. Dal realismo socialista ai giorni nostri, cit., pagg. 12 e 13.

18 Ivi, pag. 13.

19 L’uso del termine “produzione” in luogo di “creazione” non è casuale.

20 V.V. VANSLOV, L.F. DENISOV (ed.): Op. cit., pagg. 404 – 405.

21 Literaturnaja Gazeta, 29 maggio 1932, in, V.V. VANSLOV, L.F. DENISOV (ed.): Op. cit., pagg. 404 – 405. Pag. 407.

22 Ibidem.

23 E. LO GATTO Op. cit. pag. 537.

24 M. COLUCCI, R. PICCHIO ( a cura di): Storia della civiltà letteraria russa, Torino, UTET, 1997, pag 396.

25 Nella traduzione in inglese di Meeta Narain si legge “realism socialism”. In quella in italiano di Vittorio Strada si legge “edificazione socialista”. Ho ritenuto opportuno attenermi a quest'ultima, dato che la risoluzione, emanata peraltro da un organo burocratico che si accinge a uniformare in sede politica i destini della letteratura, poco prima parla di “edificazione”, e poiché il metodo del “realismo socialista” viene discusso altrove.

26 Nella succitata traduzione compare il sostantivo liquidation; Vittorio Strada, però, nel suo saggio sul realismo socialista di cui oltre, riporta il verbo all’infinito likvidorat’, mi sono attenuto a questa indicazione.

27 V.V. VANSLOV, L.F. DENISOV (ed.): Op. cit., pagg. 404 – 405.

28 S. BURINI. Realismo socialista e arti figurative: propaganda e costruzione del mito, in « eSamizdat », III, 2005, nn. 2 – 3, pagg. 65 – 82. pag. 65.

29 Ibidem.