Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

DOCUMENTI
RECENSIONI
INTERVISTE
ARCHIVIO
FORUM
Articolo
09/11/2010
Abstract
L’ingresso delle truppe sovietiche in Afghanistan alla fine del 1979 suscitò un ampio dibattito che animò la pubblicistica per tutto l’anno successivo. Sulle pagine del quindicinale dei Gesuiti, alle cronache sugli avvenimenti si alternarono analisi approfondite sulle conseguenze delle decisioni prese dal Cremlino. La rivista assunse una posizione precisa e articolata di condanna su qualsivoglia risoluzione violenta delle controversie internazionali.

Il 24 dicembre 1979 il primo scaglione dei contingenti sovietici entrò in Afghanistan. In pochi giorni già 5000 soldati dell’Armata Rossa calcavano il suolo di Kabul. Una settimana dopo ammontavano all’incirca a 55000 in tutto il Paese. Il 27 il palazzo di Amin, situato nella periferia di Kabul, fu preso d’assalto e il Primo ministro ucciso.

Alle 20.45 della sera stessa, fu diffuso un comunicato radio nel quale Babrak Karmal, che assunse gli incarichi precedentemente esercitati da Amin, annunciava che per decisione del Comitato centrale del Partito del Popolo Afghano e del Consiglio Rivoluzionario della Repubblica Democratica d’Afghanistan Amin era stato deposto: un atto che avrebbe messo fine alla “dittatura degli agenti americani”1.

Questa, in breve, la sequenza degli avvenimenti2. Il sistema dell’informazione italiano, nelle prime settimane che seguirono l’azione dell’Armata rossa si trovò in una certa difficoltà. Fiorirono i commenti e le analisi, ma erano scarse le informazioni puntuali provenienti dell’area, rendendo così estremamente difficoltosa una ricostruzione accurata del susseguirsi dei fatti. La stessa Unità, organo del Partito comunista, utilizzò, nei primi mesi del 19803, fonti del dipartimento di Stato americano e agenzie di stampa indiane4.

Nella pubblicistica specializzata, l’opera più accurata sull’Afghanistan fu quella di Giorgio Vercellin, docente all’università di Venezia, edita a Roma nel 19795. Essa si fermava, dunque, al colpo di Stato che rovesciò l’autocrate Daoud e portò al governo il Pdpa, e ai primi provvedimenti adottati da quest’ultimo, senza poter approfondire i rapporti che lo legavano a Mosca e un’eventuale escalation dell’ingerenza dell’Urss negli affari interni del Paese.

La Civiltà Cattolica, il 16 febbraio del 1980 (le truppe sovietiche erano sul suolo afghano da poco più di un mese) offrì un’analisi molto accurata della situazione a Kabul e dintorni6.

Il gesuita Giovanni Rulli, che in quel periodo seguiva con particolare attenzione i temi esteri7, parlava di “occupazione straniera”. Si tenga presente che Mosca giustificò l’intervento in armi in Afghanistan come frutto della richiesta di Karmal - secondo il Cremlino già Primo ministro e autore in proprio del colpo di Stato senza l’aiuto di truppe sovietiche - di accorrere in aiuto del proprio, legittimo, governo8. Anche se confusa e contraddittoria, la versione sovietica generò una certa prudenza nell’utilizzo del termine “invasione” da parte della comunità internazionale, con la sola eccezione dell’amministrazione Carter, già in difficoltà nel vicino Iran, che da subito adottò un lessico di una certa severità nei confronti delle azioni di Mosca. In Italia, l'Unità, che da subito parlò di “colpo di Stato”9, pur in polemica con il Pcus, fu estremamente prudente, preferendo l’utilizzo dei termini “questione afghana” e “situazione afghana”, senza fare cenno al termine invasione. L’orientamento di Rulli è confermato nel testo dell’articolo: “L’intervento delle truppe sovietiche in Afghanistan difficilmente può essere considerato soltanto come una manovra per mettere ordine e legalità [...] né tanto meno come lo strumento di un benessere sociale e civile che gli afghani non erano capaci di realizzare”10. L’articolista poneva la propria attenzione sulle motivazioni che avrebbero portato alla decisione di invadere, sostenendo che alla base delle scelte strategiche sovietiche vi fosse l'intento di aprirsi un “corridoio verso i mari caldi”, richiamando le politiche zariste ottocentesche, rinforzate dall’interesse per le “rotte del petrolio”11.

Oggi sappiamo, pur rimanendo discusse le ragioni dell’invasione, che le considerazioni del Politbijuro riguardo una visione geostrategica, che non fosse limitata alla stabilizzazione di un regime politico amico traballante, furono sostanzialmente marginali nella decisione di procedere con un’occupazione militare12. Ma se da questo punto di vista l’articolista appare impreciso - si consideri anche che l’articolo fu redatto in stretta prossimità con lo svolgersi dei fatti - è sorprendente l’accuratezza con la quale descrive la situazione interna del Paese. Rulli ricostruisce brevemente la storia recente afghana, cogliendone l’aspetto di rivalità personale e tribale, oltre che politico-ideologica, insito nel quadro politico. Una situazione non sempre presente agli osservatori del tempo. Egli mostra inoltre una solida conoscenza dell’eterogeneità culturale ed etnica che contribuì a rendere impraticabile l’armonizzazione e la stabilizzazione dopo il colpo di Stato del Pdpa13.

Rulli rilevò il timore dell’Unione sovietica sulla situazione iraniana, sia per il possibile riversarsi in Afghanistan di un’ondata fondamentalista, sia per il timore si un intervento armato Usa che potesse destabilizzare definitivamente le proprie frontiere meridionali14. L’autore, responsabile degli esteri per conto della rivista, si era d’altronde già occupato della situazione di Teheran due mesi addietro, con un articolo che muoveva dalla crisi degli ostaggi dell’ambasciata statunitense15. Occorre notare come Rulli, in questo scritto precedente, non faceva cenno ad una possibile intenzione di Carter di agire militarmente contro Teheran16, cosa che, al contrario, veniva menzionata sia pur di sfuggita nella disamina del caso afghano appena due mesi dopo. Probabilmente l’autore era consapevole che difficilmente l’amministrazione di Washington avrebbe mosso guerra all’Iran, e che a Mosca, al contrario, tra le possibili opzioni a disposizione della Casa Bianca, quella dell’azione violenta veniva presa in considerazione.

La mancata prima, e marginale poi, menzione di un possibile intervento statunitense in Iran potrebbe avere anche un’altra spiegazione. L’orientamento che Rulli, che per tutto il 1980 si occupò dell’area centro-orientale dell’Asia, maturò era tendenzialmente contrario ad un ulteriore uso della forza nella regione. Commentando qualche mese dopo il fallimento dell’operazione Eagle Claw17, con la quale Carter si proponeva di risolvere la crisi degli ostaggi con un blitz, l’autore mosse precise critiche all’azione americana, colpevole di non aver considerato, prima di procedere, “l’esigenza primaria di salvare la pace nel mondo”. Pur difendendo la legittimità dell’azione statunitense, l’autore concludeva domandandosi se “realmente si erano esauriti tutti gli strumenti di negoziato ai quali gli Stati Uniti erano ricorsi nei mesi precedenti”18. Rulli tese dunque da un lato a stigmatizzare decisamente il sanguinoso intervento sovietico in Afghanistan, e dall’altro a deplorare qualsiasi tentativo di ulteriore inasprimento della situazione nello scacchiere centro-asiatico, anche da parte occidentale.

La tendenza dell’autore sembra inserirsi in una più generale linea di pensiero sostenuta dalla rivista, volta a sostenere la necessità di una distensione generale del clima internazionale che non prevedesse in nessun caso l’uso della forza militare. Non sembra un caso che nell’ultimo numero del giugno 1980 un ampio spazio fosse dedicato alla recensione di un volume di Norberto Bobbio sulla guerra e la pace19. L’autore, Salvatore Lener20, non mancava di un certo realismo nell’approcciarsi all’argomento usando la lente d’ingrandimento offertagli da Bobbio. “Anche se la guerra - osservava l’autore - non può dirsi sempre e in ogni caso un male, la pace è sempre un bene, ed oggi un bene vitale per l’intera umanità”21. Ma di fronte alle incertezze di Bobbio nel prendere posizione dinanzi alle cause profonde della natura della guerra, Lener si domandava se “non è un fatto positivo e di comune esperienza che la gran maggioranza degli uomini e la quasi totalità delle donne la guerra non l’hanno mai voluta, sì che i governi e le minoranze favorevoli devono ricorrere alla propaganda, alla costrizione, alla incriminazione dei renitenti?”22. Non lo si può affermare con certezza, ma sembra rintracciabile, nelle parole di un attento redattore come Lener, l’eco della situazione afghana. Il suo stesso collega Rulli, d’altra parte, nell’articolo già citato, sottolineava la situazione di scarso consenso di cui godeva il governo rivoluzionario afghano23, e il tentativo di giustificazione sovietica dell’invasione facente debolmente appello al diritto internazionale24. Passando a criticare la definizione che Bobbio offre della pace, riassumibile in estrema sintesi come “assenza di conflitti tra Stati”, Lener osservava che: “non un qualsiasi ordine, appena o comunque costituito, perciò, può dirsi pienamente pace, ma solo quell’ordine che presenta caratteri di almeno relativa stabilità; che è idoneo, cioè, ad assicurare una buona vita sociale tra gli Stati”25. La critica di Lener sostanzia, sul piano teorico, le considerazioni critiche che Rulli un mese prima aveva rivolto al tentativo statunitense di risolvere tramite un blitz militare la crisi dell’ambasciata di Teheran.

Rulli tornava ancora una volta ad affrontare la tematica afghana nel numero di agosto26. Nel giorno inaugurale della riunione dei sette Paesi più industrializzati dell’occidente, il 22 giugno, il Cremlino aveva fatto pervenire al presidente francese Giscard d’Estaing la comunicazione della decisione dell’Urss di ritirare “un limitato contingente di truppe non necessario alla prosecuzione della stabilizzazione del Paese”27. Nell’analizzare le reazioni alla notizia da parte dei membri del vertice, l’autore giungeva alla conclusione che la dirigenza sovietica aveva sostanzialmente fallito nel suo tentativo di dividere il G7 conseguentemente a questa notizia. Dalla lettura dei documenti ufficiali, osservava Rulli, si poteva evincere come “benché presi così di sorpresa, i partecipanti non si sono abbandonati né all’euforia, né al pessimismo totale”28. Negli sviluppi della situazione, tuttavia, pur emergendo la netta volontà dei Paesi occidentali nella direzione di un “completo ritiro delle truppe sovietiche” al fine di “ristabilire una situazione conforme alle esigenze del diritto e della pace e quindi agli interessi di tutte le nazioni”29, Rulli intravedeva alcuni segnali distensivi. “In ogni caso - concludeva il suo articolo - sembra che qualcosa cominci a muoversi. In tal senso, almeno, vanno le nostre speranze”30.

Si potrebbe dunque osservare come la linea della rivista, durante il 1980, si è articolata seguendo direttrici ben precise. Partendo da una condanna di tutte quelle azioni di forza che non solo avrebbero potuto portare ad una degenerazione del quadro internazionale, ma non avrebbero ristabilito in ogni caso un clima di stabilità a lungo termine tale da poter essere definito “pace”, gli articoli che si dedicarono a tali questioni si orientarono verso una ferma condanna delle azioni sovietiche. D’altra parte, negli articoli di Rulli si tenne sempre presente come una risposta che non fosse quella della mediazione e di una pacifica risoluzione internazionale delle controversie sorte nella regione centro-asiatica, fosse da evitare e da deprecare. È nelle parole di Lener, però, che si può individuare una precisa, per quanto cauta – a conclusione di un ragionamento sofisticato - presa di posizione sulla situazione globale all’indomani dell’invasione. “Un sistema imperialista - osservava il padre gesuita - ancorché regolato da trattati e quindi con il formale rispetto della «sovranità esterna» degli Stati «satelliti», è e resta un sistema violento, mai come oggi intollerabile, giacché tutti i popoli aspirano ormai a quel pieno autogoverno che solo la democrazia può assicurare”.

Bibliografia.

R. Anwar, The tragedy of Afghanistan, Verso, Londra 1988.

N. Bobbio, Il problema della guerra e le vie della pace, il Mulino, Bologna 1979.

E. Dundovich, Dalla Finlandia all'Afghanistan: l'URSS in Afghanistan : la lunga storia di David e Golia, Centro stampa 2p, Firenze 2000.

L. Dupree, Afghanistan, Princeton University Press, Princeton 1973.

A. Fonseca, India: Il ritorno di Indira Gandhi al potere, Civiltà Cattolica, anno 131, n. 3111, 2 febbraio 1980.

A. Hyman, Afghanistan under soviet domination 1964-81, Hong Kong, The Macmillan Press LTD, 1982.

S. Lener, Il problema della guerra e della pace nell’era atomica, Civiltà Cattolica, anno 131, n. 3120, 21 giugno 1980.

J. Levesque, L' URSS en Afghanistan : 1979-1989 : de l'invasion au retrait, Complexe, Bruxelles 1990.

G. Rulli, Gravi pericoli nella crisi fra Iran e Stati Uniti, Civiltà Cattolica, anno 130, n. 3108, 15 dicembre 1979

G. Rulli, Il vertice dei “Sette” a Venezia: economia e relazioni est-ovest, Civiltà Cattolica, anno 131, n. 3123-3124, 2-16 agosto 1980.

G. Rulli, L’Afghanistan fra colpi di Stato e occupazione straniera, Civiltà Cattolica, anno 131, n. 3112, 16 febbraio 1980.

G. Rulli, L’Urss: un impero in frantumi, Laterza, Bari 1990.

G. Rulli, Peggioramento della crisi fra Usa e Iran, Civiltà Cattolica, anno 131, n. 3118, 17 maggio 1980.

P. Salvatori, Breve storia dell’Afghanistan dal 1979 al 2001, Sintesi Dialettica, Roma (on-line), 08/10/2010.

E. Turri, L’Afghanistan è la sua geografia, Limes, vol. 3, 2001.

G. Vercellin, Afghanistan, 1973-1978 : dalla repubblica presidenziale alla repubblica democratica, Roma, Scalia, 1979.

1 J. Levesque, L' URSS en Afghanistan : 1979-1989 : de l'invasion au retrait, Complexe, Bruxelles 1990, p. 94.

2 Per un sintetico resoconto delle dinamiche che portarono all’invasione cfr. P. Salvatori, Breve storia dell’Afghanistan dal 1979 al 2001, Sintesi Dialettica, Roma (on-line), 08/10/2010.

3 Si consideri che la politica berlingueriana del cosiddetto “eurocomunismo” aveva allontanato Botteghe Oscure da Mosca. Questo, si suppone, rese, se non impossibile, per lo meno difficoltoso per la stampa d’area comunista avvalersi di un canale preferenziale, sia pur di parte, al quale attingere per informare i propri lettori. Tale pensiero trova parzialmente conferma nel taglio dei primi articoli pubblicati, incentrati quasi esclusivamente sulle reazioni di Washington e non sull’evolversi dei fatti, sia per ragioni di tattica politica, che per necessità in mancanza di altre fonti. Nell’articolo dedicato all’Afghanistan del 28 dicembre, si sottolineava esplicitamente che tutte le informazioni riportate erano di “fonte occidentale”. L’Unità, 28 dicembre 1979, p. 1 e p. 16.

4 Civiltà Cattolica solo qualche settimana prima si occupò dell’India con una dettagliata analisi del ritorno di Indira Gandhi al potere. Non è da escludersi che le stesse fonti utilizzate dal quotidiano comunista potessero essere a disposizione della rivista dei Gesuiti. Cfr. A. Fonseca, India: Il ritorno di Indira Gandhi al potere, Civiltà Cattolica, anno 131, n. 3111, 2 febbraio 1980, pp. 291-297.

5 G. Vercellin, Afghanistan, 1973-1978 : dalla repubblica presidenziale alla repubblica democratica, Roma, Scalia, 1979.

6 G. Rulli, L’Afghanistan fra colpi di Stato e occupazione straniera, Civiltà Cattolica, anno 131, n. 3112, 16 febbraio 1980, pp. 389-403.

7 All’inizio degli anni Novanta Rulli si occupò specificatamente di Unione Sovietica nel volume, L’Urss: un impero in frantumi, Laterza, Bari 1990.

8 In realtà, come ha ricostruito Anwar, fu Amin, e non Karmal, a fare richiesta a Mosca di un limitato contingente di truppe per fare fronte ad alcuni disordini interni. La dirigenza sovietica utilizzò la richiesta come un pretesto per intervenire, fornendo successivamente una versione che si discostava dalla realtà dei fatti. Cfr. R. Anwar, The tragedy of Afghanistan, Verso, Londra 1988, pp. 183-193.

9 L’Unità, 28 dicembre 1979, p. 1.

10 G. Rulli, cit., p. 389.

11 Ibidem. Rulli osservava che le corrispondenze giornalistiche delle prime due settimane di guerra erano giunte a paragonare “la resistenza afghana e la situazione della ribellione a quella dei Vietcong e del Vietnam”, rimarcando un parallelo tra le due situazioni che verrà spesso riproposto negli anni a seguire. Ivi, p. 399.

12 Tra gli altri cfr. E. Dundovich, Dalla Finlandia all'Afghanistan: l'URSS in Afghanistan : la lunga storia di David e Golia, Centro stampa 2p, Firenze 2000.

13 G. Rulli, op. cit., pp. 390-395. Non sappiamo se Rulli si sia potuto servire delle bozze dell’opera di Vercellin. In mancanza di notizie a tal riguardo, tendiamo ad escluderlo, né l’autore fornisce una bibliografia di riferimento utilizzata nella stesura dell’articolo. Lo stesso Rulli, invece, cita in una nota le opere di Louis Dupree come riferimenti della sua ricostruzione dell’Afghanistan negli anni Settanta. In particolare L. Dupree, Afghanistan under the Kalq, in Problems of Communism, luglio-agosto 1979, n. 37; L. Dupree, Afghanistan, Princeton University Press, Princeton 1973.

14 Ivi, pp. 398-399. Insieme a queste considerazioni, Rulli avanzò, tra i possibili motivi dell’invasione, anche delle supposte collusioni “fra Amin e i cinesi”, che però non hanno ritrovato riscontri in tal senso determinanti.

15 G. Rulli, Gravi pericoli nella crisi fra Iran e Stati Uniti, Civiltà Cattolica, anno 130, n. 3108, 15 dicembre 1979, pp.607-619.

16 L’autore, tuttavia, osservava come Carter avesse compiuto un “passo veramente importante e straordinario” nella dichiarazione dello “stato d’emergenza per la nazione”. Ivi, p. 616.

17 G. Rulli, Peggioramento della crisi fra Usa e Iran, Civiltà Cattolica, anno 131, n. 3118, 17 maggio 1980, pp. 395-406.

18 Ivi, pp. 404-405.

19 N. Bobbio, Il problema della guerra e le vie della pace, il Mulino, Bologna 1979.

20 S. Lener, Il problema della guerra e della pace nell’era atomica, Civiltà Cattolica, anno 131, n. 3120, 21 giugno 1980, pp. 561-573.

21 Ivi, p. 563.

22 Ivi, p. 564.

23 Proprio la debolezza interna al regime imposto dal Pdpa venne additata da Rulli tra le motivazioni dell’incremento della presenza sovietica in Afghanistan. G. Rulli, L’Afghanistan fra colpi di Stato, cit., pp. 393-394.

24 Lener sembra sostanziare sul piano teorico le perplessità di Rulli su una giustificazione di tal genere quando, nelle conclusioni alla sua recensione, osserva che “qualora il trattato o i trattati tra loro [gli Stati] esistenti non siano stati liberamente consentiti per la soddisfazione dei reciproci interessi dei contraenti, ma imposti dalle preponderanti forze dell’uno e nell’esclusivo o prevalente suo interesse, questo particolare diritto internazionale varrà soltanto finché dura immutata la proporzione delle forze, ma non costituirà pace stabile, obbligante i soggetti a conservarne e svilupparne le condizioni”. S. Lener, op. cit., pp. 572-573.

25 Ivi, p. 571.

26 G. Rulli, Il vertice dei “Sette” a Venezia: economia e relazioni est-ovest, Civiltà Cattolica, anno 131, n. 3123-3124, 2-16 agosto 1980, pp. 309-319.

27 Ivi, p. 317.

28 Ibidem.

29 Ivi, p. 318.

30 Ivi, p. 319.