Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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05/05/2009
Abstract
L’espressione "Seconda repubblica" indica il nuovo sistema politico italiano determinatosi a partire dal biennio 1992 – 94, ovvero durante l’XI legislatura repubblicana. Il crollo del sistema dei partiti, la nuova legge elettorale, il profondo smottamento avvenuto all’interno della classe politica, infine la nascita di un tendente bipolarismo, sono tutti tratti che hanno caratterizzato in profondità il mutamento del nostro Paese, e che hanno avuto origine nell’arco temporale sopra indicato.

La crisi del sistema politico.

L’inizio degli anni novanta si caratterizzò per l’arrestarsi dell’espansione economica del Paese. Molte delle imprese simbolo del capitalismo italiano, come Fiat e Olivetti, cominciarono a perdere competitività sul mercato internazionale. Tutto questo mentre l’inflazione restava ben al di sopra della media europea e, contemporaneamente, il deficit del bilancio statale non accennava a ridursi. A minacciare gravemente l’entrata in Europa dell’Italia c’era d’altronde il peso della criminalità organizzata, che proprio in questi anni determinava una escalation di sangue di rara memoria.

Sul piano del sistema dei partiti, le novità dei primi anni ’90 furono altrettanto importanti e rilevanti. La prima riguardò il più grande partito comunista europeo, ovvero il Partito comunista italiano, che, in relazione ai mutamenti in corso nell’Urss e nell’Europa dell’Est, decise di cambiare nome e simbolo. Il Pci diventò il Partito democratico della sinistra (Pds). La clamorosa decisione annunciata dal segretario Achille Occhetto nel 1989, venne sancita col congresso di Rimini del 1991. Tale trasformazione avrebbe dovuto agevolare un passaggio graduale della principale forza di sinistra, da partito di opposizione a forza di governo. La transizione non fu indolore, tant’è che durante la trasformazione del partito comunista in partito della sinistra riformista, diversi parlamentari e dirigenti legati all’eredità comunista decisero di dare vita a Rifondazione comunista (tra questi, su tutti, Sergio Garavini, Armando Cossutta, successivamente Fausto Bertinotti). Su queste basi è facile intuire le gravi difficoltà che il Pds incontrò nell’identificarsi, nell’immaginario collettivo, come unico punto di riferimento per un elettorato riformista.

Certamente anche l’altro grande partito della nostra Repubblica non passò indenne agli scossoni dei primi anni novanta: la Democrazia cristiana, infatti, nel 1993 si trovò ad affrontare una grandissima crisi organizzativa. Il segretario, Martinazzoli, stava tentando di trasformare la ormai ansimante balena bianca, in un nuovo tipo di formazione politica, molto più vicina ai modelli ad un partito di programma, intensione, questa, che ebbe come prima conseguenza l’abbandono della Dc della forma del partito pesante. Il nuovo tesseramento, sviluppato con criteri più rigidi rispetto al passato, registrò un esodo di 600.000 iscritti, soprattutto al nord. Nel secondo semestre del 1993 la tornata di elezioni amministrative per lo più nel mezzogiorno del paese, sancì, definitivamente, la perdita della centralità democristiana, nell’organizzazione dei partiti italiana. La Dc era scesa all’11% dei consensi. Il percorso di rinnovamento del partito indicato da Martinazzoli giunse a compimento nel gennaio del 1994, in coincidenza con l’anniversario del proclama di Sturzo ai «liberi e forti» del 19 gennaio del 1919. La trasformazione fu accompagnata da una scissione. Casini, Mastella ed altri dirigenti della Dc diedero vita al Centro cristiano democratico. La maggioranza del partito seguì Martinazzoli, che così divenne il primo segretario della nuova formazione, il Partito popolare.

La perdita dei voti democristiani fu presto identificata nella contemporanea affermazione di nuove strutture politiche, una su tutte la Lega Lombarda, prima, Lega Nord dopo, che irruppe sul palcoscenico politico nazionale con le regionali del 1990. Con le politiche del 1994 non ebbe più problemi ad identificarsi come il partito di riferimento per tutta la galassia produttiva e sociale del nord. Comparando i dati è in effetti evidente come gli exploit leghisti si identifichino nelle stesse zone con i tonfi elettorali democristiani.

Tutte queste trasformazioni interne al mondo delle forme della politica, ovvero interne al sistema dei partiti, portarono direttamente alla messa in discussione dell’assetto istituzionale del paese. La soluzione per aggiornare il sistema della rappresentanza politica, ritenuto ormai al collasso, fu ravvisato nella necessità di un cambio della legge elettorale, in modo da indirizzare il paese verso una semplificazione ideologia e quindi della stessa macchina parlamentare. Tutto questo ebbe come corollario il cominciare a mettere in discussione la validità stessa di una carta costituzionale, nata parecchi decenni prima, ma soprattutto pensata per un paese che, appariva ai molti, dopo quarant’anni, profondamente mutato. In questo senso vanno lette le “picconate” di Cossiga, al tempo Presidente della Repubblica, che negli ultimi anni del suo mandato, entrò molto spesso in polemica, col suo partito, la Dc, e con il Consiglio superiore della Magistratura. Se questo è lo sfondo, a fare da detonatore, furono due eventi particolari. Il primo. Negli ultimi mesi del 1992 un nuovo gravissimo scandalo coinvolse un numero crescente di uomini politici, accusati di avere preteso tangenti per la concessione di appalti pubblici. L’inchiesta, avviata dalla magistratura milanese, svelò un diffusissimo sistema di finanziamento illegale dei partiti, denominato “Tangentopoli”, sostenuto dalla connivenza di società private. Destinatari delle tangenti erano i partiti di maggioranza, con in testa Dc e Psi, ma non mancarono casi di coinvolgimento del Pci – Pds. Ma la gravità del fenomeno che progressivamente venne a galla, aggravò ulteriormente la crisi dei partiti, a testimonianza della loro incapacità di rinnovarsi. Il secondo evento, non in ordine d’importanza, fu rappresentato dalla recrudescenza dell’offensiva mafiosa contro i poteri dello Stato. Il 23 maggio, lungo l’autostrada che collega l’aeroporto di Palermo, al capoluogo siciliano, un attentato dinamitardo uccise il magistrato Giovanni Falcone, la moglie e gli agenti di scorta. Meno di due mesi dopo, il 19 luglio, il magistrato Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta, furono uccisi da un’autobomba in piena Palermo. I due magistrati, simbolo della lotta alla mafia, vennero spazzati via da diverse centinaia di chili di tritolo.

Alla crisi dei partiti e all’allarme per il dilagare inarrestabile della criminalità organizzata, si aggiunsero anche i problemi della crisi produttiva e della gravissima posizione debitoria dello stato, che portarono la moneta italiana fuori dal Sistema monetario europeo, e a deprezzare il valore della lira di oltre il 20%. Il nuovo governo, guidato dal socialista Giuliano Amato, decretò una forte stretta sulla spesa corrente, soprattutto quella che riguardava la sanità, e inaugurò l’era delle privatizzazioni delle grandi aziende pubbliche.

Mentre il governo Amato continuava la sua opera di risanamento economico dei conti dello Stato, il Parlamento non riusciva a sciogliere il nodo delle riforme istituzionali, nonostante avesse nominato una commissione bicamerale ad hoc. Il tema centrale era quello della legge elettorale. L’introduzione di un nuovo sistema maggioritario uninominale sembrava, a molti, la via più rapida per la riforma e la moralizzazione della politica. L’idea fu quella di introdurre la preferenza a favore di singole personalità, in modo da ridurre il potere organizzativo dei partiti, che era tutelato, nel precedente sistema, dal voto di lista. L’accordo non fu trovato. La strada al referendum abrogativo del 18 aprile del 1993, rappresentò l’unica via d’uscita. A larghissima maggioranza i cittadini approvarono, insieme ad altri sette quesiti, quello che, attraverso la soppressioni di alcune formulazioni della legge elettorale, introduceva il sistema uninominale maggioritario al Senato. Contemporaneamente venne abolito il finanziamento pubblico ai partiti. Il successo del cartello referendario suonava come una secca sconfitta per il sistema dei partiti, nonostante l’affrettato schierarsi di quasi tutte le formazioni politiche in favore del «si». Del resto la consultazione referendaria giunse al termine di un periodo particolarmente travagliato per i partiti di maggioranza. Molti dei leader erano stati raggiunti da numerosi avvisi di garanzia, per reati legati al sistema delle tangenti. Basti ricordare i segretari del Psi, Bettino Craxi, del Pri Giorgio La Malfa, del Pli Renato Altissimo. Anche tre ministri del governo Amato si dimisero per le accuse relative ai finanziamenti illeciti.

Subito dopo l’esito del referendum, Amato, fermamente convinto della fine di un’epoca, diede le dimissioni; a tal proposito sono di particolare interesse i discorsi pronunciati dal Presidente del Consiglio durante questa grave crisi, in primis circa i duri giudizi verso quello che non ebbe dubbi a definire, forse troppo a caldo, il regime dei partiti. La crisi di governo fu risolta con la chiamata al timone del Paese di Carlo Azeglio Ciampi, uomo super partes e Presidente della Banca d’Italia. Ciampi agì al di fuori degli steccati dei partiti. Il suo governo fu per lo più composto da tecnici, grandi personalità nel settore, di competenza, e l’obiettivo principale del suo operato fu quello di dare una nuova legge elettorale al paese che recepisse le indicazioni provenienti dall’esito referendario, e, insieme a questo, di continuare sulla via delle privatizzazioni, della riduzione della spesa pubblica e delle riforme fiscali. Le nuove leggi elettorali per Camera e Senato, dopo un estenuante dibattito, vennero approvate ai primi di agosto. Introducevano il sistema maggioritario uninominale, prevedendo comunque una quota pari al 25% dei seggi da assegnare col sistema proporzionale, in omaggio alla vecchia struttura organizzativa dei partiti. Anche il governo Ciampi non ebbe vita facile, i suoi tecnici molto spesso adottarono provvedimenti che accesero le proteste di larghi settori sociali, tradizionalmente difesi da un Parlamento sensibile alle pressioni di parte. Insieme a questo la recessione economica che aveva colpito tutti i paesi europei non permetteva all’Italia il rilancio delle sue attività produttive, nonostante la progressiva diminuzione del costo del denaro e un’importante accordo con i sindacati sulla riduzione del costo del lavoro.

L’avvio del bipolarismo

A partire dall’estate del 1993 alcuni partiti come la Lega e il Pds cominciarono a chiedere elezioni anticipate, contro il parere della Dc. Il rischio era quello di non avere, dopo il ciclone di Tangentopoli, uomini credibili per poter vincere la inedita battaglia dell’uninominale. Ma questo collideva con l’opinione pubblica, convinta che solo un Parlamento epurato dagli avvisi di garanzia avrebbe potuto, liberamente, porre rimedio ai malanni dell’Italia. In questa prospettiva i partiti della vecchia maggioranza avevano cominciato una trasformazione che coinvolgeva, come già accennato, i simboli e le liturgie, ma soprattutto gli uomini. Il Psi aveva affidato la segreteria prima a Benvenuti, poi a Del Turco, la Dc era tornata agli antichi proclami del Ppi, ed alcuni scissionisti, avevano fondato il Ccd. Nello stesso tempo anche a destra si manifestarono significativi cambiamenti. Il Msi, guidato da Gianfranco Fini, spinto dalla necessità di ottenere una definitiva legittimazione democratica, avviò la trasformazione del suo partito in Alleanza nazionale. Il segretario si trovò a dover fare i conti col regime fascista, e se raccolse alcuni tratti della sua eredità, non esitò a condannarne la politica antisemita e gli errori della guerra. Ma la novità più importante, ancor di più se osservata con gli occhi del presente, fu, nel 1994, la ormai celeberrima discesa in campo di Silvio Berlusconi. Proprietario delle tre maggiori reti televisive private, e del Milan, Berlusconi accettò di mettersi in gioco con l’obiettivo dichiarato di arginare un eventuale successo del Pds alle imminenti elezioni politiche, cercando di ricostruire un blocco di potere e d’interessi, collocandosi orientativamente nel campo moderato, orientandosi alla ricostruzione di un centro politico ormai disperso e in crisi inarrestabile, ponendosi come collettore di un nuovo schieramento di centro–destra. Berlusconi riuscì, nel giro di qualche mese, a fondare un suo movimento, Forza Italia, alleandosi al nord con la Lega di Bossi, e al centro–sud, con Alleanza nazionale. Sul fronte opposto, il principale partito di sinistra, il Pds, aveva coagulato sotto le insegne dei riformisti tutte le correnti della sinistra italiana. In mezzo rimanevano i popolari, mantenendo una posizione squisitamente centrista. Le elezioni del 1994 videro i protagonisti così schierati sullo scacchiere politico. Queste furono vinte dal polo di centro–destra, capeggiato da Berlusconi.

Le principali conseguenze di quel voto furono diverse: il Ppi ottenne appena l’11% dei voti, decretando in tal modo lo sgretolamento del centro e del partito cattolico; scomparve il Psi, e tutti i partiti laici minori; Alleanza nazionale si attestò su un più che confortevole 13%, il bagno catartico di Fiuggi aveva sortito gli effetti sperati; infine Forza Italia con il 21% e il Pds con il suo 20% rappresentavano una maggioranza e una opposizione dentro steccati ben definiti, segnati dalla retorica anticomunista di Berlusconi su un versante, e sulla presunta intangibilità morale a sinistra. Il Paese a questo punto aveva segnato un argine che difficilmente da ora in avanti sarebbe stato rimosso.

Il primo governo Berlusconi non riuscì però a sanare le profonde fratture che dividevano gli alleati leghisti con gli altri, centristi e parlamentari di Alleanza nazionale, così dopo pochi mesi il Presidente del Consiglio fu costretto a dimettersi. E già a febbraio del 1995 il centro – sinistra aveva trovato la quadratura del cerchio, proponendo un nuovo leader, Romano Prodi, e una nuova alleanza, l’Ulivo. Le elezioni del 1996, se ribaltarono l’esito delle precedenti, consegnando la vittoria a Romano Prodi, leader dell’Ulivo, consegnarono all’opinione pubblica e ai titoli dei quotidiani, una notizia da molti sperata, e in un certo qual modo realizzatasi: l’Italia era diventato un paese privo di anomalie, quella che per quarant’anni era stata minoranza, certo con uomini diversi e simboli nuovi, era riuscita a diventare maggioranza, la tanto agognata alternanza era una cosa finalmente raggiunta. L’opinione pubblica era quindi riuscita, guidata a dovere, a svolgere una pressione fortissima sul Parlamento, tanto da imporre l’esigenza di una nuova legge elettorale, il cui dettato trovava corrispondenza in una rappresentanza parlamentare semplificata. Centro–destra e centro–sinistra, due soli schieramenti, con due leader ben identificabili dalla gente, programmi chiari e comprensibili, quasi slogan, linguaggio affabulante e diretto, soprattutto sul versante berlusconiano, al bando il politichese, scalzato da un linguaggio agonistico, semplice e chiaro, soprattutto nell’identificazione del “nemico”.

In tutta questa vicenda la politica non ha fatto altro che prendere atto di un profondo cambiamento presente all’interno della società, e adeguarsi, autodistruggersi in parte per continuare a sopravvivere. Fra prima e seconda repubblica un sintomo di rottura è stato evidente, e si è manifestato proprio nelle rinnovate forme di rappresentanza politica, e nelle istanze che la stessa, da allora in poi, si è trovata a dover difendere. Una su tutte, il ceto medio. Questa categoria sociale si è fortemente strutturata in Italia durante gli anni ottanta, monopolizzando la politica economica del nostro Paese negli ultimi tre decenni. Gli altri ceti sociali, su tutti operai e i contadini, sono come scomparsi dal lessico politico contemporaneo, e questo non perché non esistono più, ma soltanto perché hanno perso il loro potere contrattuale con la politica. Dagli anni ottanta in poi, ad occupare lo spazio politico più vasto sono stati proprio i componenti del ceto medio nazionale, frutto di una società completamente terziarizzata, dove anche l’impresa, la piccola impresa, fulcro del capitalismo molecolare, è diventata direttamente dipendente dai circuiti economici del ceto medio, quello che consuma, che investe, che riscuote successo. Ecco la frattura, che la politica svogliatamente ha soltanto registrato, portato in superficie, edulcorandone i tratti radicali, e incanalando la protesta dentro un’aula. La seconda repubblica nasce e si sviluppa su questo nuovo tessuto sociale ed economico, diverso, profondamente diverso dal precedente.