Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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14/03/2013
Abstract
In questi tempi di crisi, si rinnova il pensare la Persona e il Corpo come esigenze radicali. Lo stesso concetto di uomo viene messo biologicamente in discussione, la vita si rivolge su se stessa, priva di vie di uscita. Ecco che il Corpo-Persona si fa veicolo di comunicazione, diviene luogo di incontro, di apertura verso l’altro. Siamo tutti attori e spettatori di un'evoluzione sociale e culturale in atto. Siamo, infatti, fra coloro che vedranno la realtà virtuale e le nuove tecnologie mettere in discussione le certezze su ciò che realmente esiste in quanto sperimentabile attraverso i sensi. Le relazioni stesse si modificano divenendo relazioni liquide come i corpi che possediamo. Il concetto di liquidità del corpo, si fa riflettere sull’enorme difficoltà di ancoraggio dell’individuo al corporeo: siamo "liberi" da ogni con-tatto, possiamo cambiare faccia e identità, ma a quale costo?

Mai, come in questi tempi di crisi, si ripensano la Persona e il Corpo come esigenze radicali. In un mondo in cui, oramai, lo stesso concetto di uomo viene messo biologicamente in discussione, in cui la vita si rivolge su se stessa, priva di vie di uscita, il Corpo-Persona incarna il tramite della comunicazione; un luogo di incontro e di apertura verso l’Altro, di esperienze e di vissuti.

Siamo tutti attori e spettatori di un’evoluzione sociale e culturale in atto. Siamo, infatti, fra coloro che vedranno la realtà virtuale e le nuove tecnologie mettere in discussione le certezze su ciò che realmente esiste in quanto sperimentabile attraverso i sensi.

È un lento diradarsi del confine che separa un dato oggettivo da un vissuto soggettivo e che porta a domandarsi se ciò che vediamo, sentiamo o tocchiamo sia veramente reale. Tutto questo mette continuamente in discussione la percezione di una equilibrata dimensione esistenziale e, soprattutto, pone in crisi l’identità stessa dell’uomo. Emerge una  corporeità che non si riconosce in una sola immagine di corpo e che trova pochi punti di riferimento nella costruzione dell’identità personale, quest’ultima intesa come ciò che si conosce di se stessi attraverso il riflesso dello sguardo dell’Altro e del contatto con altri corpi.

In una società complessa, in cui differenti forme identitarie sembrano farsi labili, il riferimento al sé fisico può divenire la radice profonda dell’identità individuale e, riconsiderare la propria dimensione corporea, assume un significato del tutto speciale: l’individuo è Corpo vissuto/vivente.

La comprensione di ciò è rintracciabile nell’utilizzo del corpo e del contatto che fin dalla nascita il bambino sperimenta per comunicare con gli altri; un dialogo tonico-fusionale fondamentale che il neonato instaura con la madre, per giocare, per apprendere, per costruire se stesso e la propria identità personale. Siamo, infatti, educati e cresciuti attraverso azioni fatte sul corpo e con il corpo, attraverso il modo con cui si sono presi cura di noi, sono entrati in con-tatto con la nostra pelle, accarezzandola, toccandola, sentendola, ascoltandola.

Oggi, nel tempo del virtuale, ci troviamo di fronte alla “perdita” di quel corpo reale che pensavamo di conoscere. Esso si è tras-formato divenendo un mezzo che può attraversare lo spazio e il tempo, alla ricerca dell’eternità. «Corpi plastificati e siliconati sanciscono la fine di ogni storia che la vita incide sulla pelle. È la nascita del corpo banalizzato, anonimo, vuoto: senza età, sesso, storia, memoria»?[1] Costruito, modificato, rifiutato, clonato, amato, odiato, esibito, riprodotto: il corpo si è fatto, sempre più, un oggetto al pari di tanti altri che possiamo ritoccare o rendere invisibile con un movimento istantaneo del dito sul mouse, un clic.

Le rappresentazioni del corpo, nell’epoca contemporanea, sono plurali come lo sono quelle della persona: possiamo mescolare forme differenti, come l’abbigliamento, la cultura, la musica, le abitudini di vita, che prendiamo in prestito da luoghi lontani a noi senza conoscerli profondamente.  L’uomo contemporaneo ha la possibilità di intervenire in modo pesante sulla propria esteriorità e sull’immagine superficiale di sé, seguendo le regole che la società pone, aderendovi come un clone plastificato. Una concezione che comporta probabilmente dei rischi, perché si va perdendo il significato naturale del corpo e il valore formativo attribuito al trascorrere dei giorni, alla trasformazione dovuta all’azione del tempo, alla crescita legata al cambiamento, divenendo luogo di ansia, innescata dalle azioni pubblicitarie, che chiedono all’uomo e alla donna di  “mantenersi giovane”, di eterizzarsi.

L’ingegnosità della contemporaneità è forse quella di «far passare per liberazione del corpo quello che non è se non un elogio del corpo giovane, sano, slanciato, igienico. La forma, le forme, la salute, s’impongono come preoccupazioni e inducono a un diverso tipo di relazione con sé, alla sottomissione a un’autorità diffusa ma efficace».[2] Il corpo acquista la valenza di uno strumento del sé da manipolare senza posa, secondo  norme vincolanti, che lo rendono allo stesso tempo luogo dell’esistenza e dell’affermazione dell’individualizzazione o fonte di paura per  essere parte di un nulla. Una discrepanza fenomenologica e culturale che diviene tratto distintivo del senso di identità dell’uomo contemporaneo, in una dimensione dell’esistere simile all’apparire piuttosto che all’essere o al divenire.

Che fine ha fatto il corpo che pensavamo di “portare” e di conoscere, che abbiamo amato o odiato in alcuni periodi della nostra esistenza? E con esso, dov’è il tempo che credevamo di vivere, teso fra la vita e la morte?

Il tempo non è altro che la vita del corpo. Esso « infatti, nasce e muore, e quindi la temporalità gli compete per una necessità interiore […] Al tempo è essenziale farsi, non essere».[3] Oggi, invece, non c’è più giorno né notte, estate né inverno: «pelle sempre liscia, carne soda, il mio corpo è il senza tempo, il senza scampo, la chiamiamo eternità: un miraggio a cui devo tendere[…]. I corpi plastificati e siliconati sanciscono la fine di ogni storia che la vita incide sulla pelle»[4].

Siamo corpi liquidi dentro una storia liquida. Il concetto di liquidità del corpo, mutuato da Bauman[5] , rimanda alla difficoltà di ancoraggio forte dell’individuo al corporeo, quale luogo-tramite della conoscenza, delle relazioni, delle esperienze. Per il sociologo polacco la nostra modernità si distingue dalla modernità appena trascorsa, principalmente per il grado di fluidità delle strutture che la animano. Tra le dimensioni divenute fluide vi sono lo spazio e il tempo. Il tempo è divenuto predominante rispetto allo spazio. Esso viene pensato oggi come istantaneo-immortale e tale rappresentazione è  un cambiamento epocale, in quanto sia il passato che il futuro, in una società in cui ha valore solo l’istante, perdono di senso come coordinate della vita di ogni individuo, sostituite dalla filosofia del carpe diem.

È sufficiente, infatti, collegarsi sulla rete per sancire la predominanza del tempo sullo spazio: «per la prima volta l’immissione del corpo nel computer spalanca conoscenze e possibilità inimmaginabili fino ad ora, supera i limiti spazio-temporali, oltrepassa le stesse modalità percettive, delineando un mondo parallelo e talvolta alternativo»[6] al mondo concreto e reale.

Siamo “liberi” da ogni con-tatto, possiamo cambiare faccia e identità, decidere a chi “dare l’amicizia”, perché non vi è il rischio della relazione vera, del confronto, dello sguardo nello sguardo, possiamo decidere di “cancellare” dalla nostra vita coloro che non ci interessano e se, a nostra volta, vogliamo “piacere” possiamo essere altro, senza la fatica del coinvolgimento emotivo, frutto di un cambiamento profondo.

Il corpo viene così a concepirsi come trascendimento[7] dei vissuti emozionali, un modo per liberarsi di questa “entità predefinita” e per convincersi di essere liberi di accrescere ed espandere le infinite possibilità di possedere nuove forme per vivere. Il corpo separa la propria dimensione organica e permanente, presentandosi piuttosto come qualcosa di transitorio, una sorta di immagine virtuale di cui ci avvaliamo per interagire nell’ambiente digitale. Un corpo divenuto virtuale, che non accoglie il tempo, ma che nella modernità fluida cerca, da una parte di fermarlo come traccia su di esso e, dall’altra, di renderlo istante, garantendo la possibilità di “essere in qualsiasi luogo” a prescindere dal tempo reale che occorre per raggiungerlo. Ma, come è possibile,  incontrare l’altro, guardarlo, prenderlo in considerazione, accorgersi di lui, invitarlo ad entrare in contatto e ospitarlo nel proprio sguardo?

La rete e con lei, la liquidità delle relazioni,  mette in discussione il corpo quale luogo primario del nostro rapporto tangibile col mondo e con gli altri. Le sue innumerevoli potenzialità di connessione con ogni luogo e in un tempo fulmineo, stanno rendendo gli incontri superficiali, privi di densità emotiva e di consistenza corporea. Riflettiamo, allora, su come sia possibile «ad un’umanità senza occhi, mani, piedi, senza più la coscienza del dolore, della gioia, senza più la cognizione della vita o della morte, trovare un limite, conservare una misura delle cose, un’idea dell’umano?»[8]

Se il corpo si radicasse dentro una storia autentica, concreta, non tacendo i processi che lo hanno determinato e costruito, non diverrebbe  essenzialmente oggetto,  ma un soggetto reale, frutto dell’interazione costante fra la persona e il mondo e in quanto tale luogo di reciprocità e comunicazione: la nostra struttura corporea, la postura, i gesti, il linguaggio, così come i sogni i desideri che ci spingono ad agire, sono un riflesso della nostra storia: «quali persone, eventi, libri, mostre, film, immagini mi hanno segnato in tutti questi anni, quali sono diventati me?».[9]

L’esperienza della contemporaneità è certamente caratterizzata dalla liquidità e fluidità delle relazioni, contrassegnate da abitudini che si fanno “brevi”,  ma, all’interno dei bruschi cambiamenti in atto sarebbe  essenziale per il nostro ben-essere riuscire a «situare il corpo [che batte e vive dentro la] vita quotidiana» e tentare di «insistere sulla permanenza vitale delle sue modalità, del suo carattere mediatore tra mondo esterno e il soggetto, [proprio perché] l’uomo abita corporalmente lo spazio e il tempo della sua vita».[10]

In questo procedere all’interno del flusso della liquidità una particolare attenzione spetta alla stagione della vecchiaia e alle rappresentazioni sociali sulla persona anziana e sul suo corpo “indesiderabile”. La vecchiaia, oggi, non è più il tempo dell’esperienza, della memoria, delle narrazioni del sé e lo è diventato ancor meno il corpo dell’anziano. Egli non è più la sua storia, non è più un soggetto, ma un corpo che si disfa e del quale è necessario curare l’igiene e la sopravvivenza.[11] «La vecchiaia costituisce un momento in cui la rimozione del corpo non è più possibile, il momento in cui il corpo si espone allo sguardo degli altri in una luce che non gli è più favorevole».[12] Infatti, se in un tempo passato uomini e donne invecchiavano con l’impressione di seguire un cammino naturale che li portava ad un riconoscimento sociale accresciuto dal divenire; oggi, gli individui lottano contro tutte le tracce lasciate dall’età e vivono nella paura di perdere, con l’avanzare del tempo, la posizione professionale, la comunicazione con il mondo globale, la capacità di utilizzo delle nuove tecnologie, la libertà di darsi nuove forme.

Accogliere la saggezza dell’esperienza, la conoscenza costruita attraverso la vita stessa, la pratica corporea, significa dare senso alle storie radicate in sentimenti e credenze, storie che attendono di essere ospitate, che cercano il modo per esprimersi e raccontarsi, storie che divengono dense di significato e che possono colmare la liquidità della nostra contemporaneità.

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Note

[1] A. D’Elia, Diario di un corpo. Frammenti, immagini, connessioni fra sé e il mondo, Unicopli, Milano, 2002, p.115.

[2] D. Le Breton, Antropologia del corpo e modernità, Giuffrè, Milano, 2007, pp. 151-152.

[3] U. Galimberti, Il Corpo, Feltrinelli, Milano, p. 142.

[4] A. D’Elia, op. cit., p. 115.

[5] Cfr Zygmunt Bauman, Vita liquida, Editori Laterza, Roma, 2006.

[6] D. Sarsini, Il corpo in occidente. Pratiche pedagogiche, Carocci, Roma, 2005, p. 104.

[7] Cfr. D. Sarsini, op. cit.

[8] A. D’Elia, op. cit., p. 10.

[9] A. D’Elia, op. cit., p. 15.

[10] D. Le Breton, op. cit., pp. 111-112.

[11] Cfr. D. Le Breton, op. cit.

[12] D. Le Breton, op. cit., p. 162.