Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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11/11/2012
Abstract
Dall’“icona” della Nike all’alternativa “made in China”; dal miraggio di Miami Beach alle lusinghe del “dragone” cinese: aspirazioni, illusioni, tensioni e paure legate a due alternative solo apparentemente obbligate, per un “dopo Castro”, agognato e temuto al tempo stesso, in cui il “lìder màximo” lascerà comunque la sua impronta indelebile. Ma i cubani saranno tanto maturi, politicamente e culturalmente, per elaborarne una terza: “Hecha en Cuba!”

Da alcuni anni a questa parte, e in particolare dal 2006 – quando, a seguito di un tumore all’intestino, Fidel ha formalmente “ceduto il potere” nella mani del fratello Raùl – si assiste a una sorta di lotteria in cui si cerca da un lato di indovinare la data di morte di Fidel Castro, dall’altro di prevedere i possibili sviluppi politici, sociali ed economici di Cuba a seguito della dipartita del suo “lìder màximo”. Non è dato sapere quale sia la posta in palio di questa lotteria, ma un tratto caratteristico è costituito dal fatto che una larga maggioranza dei partecipanti è caratterizzata da un fortissimo coinvolgimento “viscerale” nel formulare i suoi vaticini, sia in un senso che nell’altro: da una parte, chi vede (o vuole vedere) Fidel moribondo (o addirittura già morto), con l’isola che non aspetta altro che la fatidica data per tornare nella sua culla naturale ed essere finalmente annessa agli USA come 51° stato dell’Unione; dall’altra, chi vede (o vuole vedere) Fidel come un essere praticamente immortale, con l’isola di Cuba come baluardo imperituro delle “luminose sorti e progressive” della rivoluzione proletaria universale. Lasciando alle viscere i loro compiti fisiologico-istituzionali, previsti dalla gastroenterologia, proviamo a delineare la natura dei possibili sviluppi politici dell’isola, in un futuro più o meno prossimo, alla luce delle premesse storiche, dei cambiamenti che già si sono registrati, e delle linee di tendenza che sembrano emergere. Ci asterremo invece da funeste profezie relative alla morte di Fidel Castro, non fosse altro che per motivi di decenza e di buon gusto (proprio a questo proposito, qualche anno fa Fidel ebbe modo di ironizzare sulle funeste previsioni di quanti lo volevano già con un piede nella fossa, affermando che quanto più costoro gli auguravano la morte, tanto più gli allungavano la vita).

Le sorti di Cuba – stando a quanto affermano gli stessi cubani, con differenti atteggiamenti emotivi, a seconda delle rispettive opinioni politiche – sembrano orientate secondo due potenziali direttrici:

- tornare, secondo modalità ancora da definire, nella sfera di influenza degli Stati Uniti, in cui la collocazione geografica e la politica di potenza USA sembrano volerla tradizionalmente inserire;

- intraprendere un percorso di sviluppo politico, ma soprattutto economico, improntato al modello cinese; modello che ha consentito al Paese “fratello” di affermarsi come potenza mondiale non più emergente, ma già emersa a tutti gli effetti, e tuttora in fase di costante (e preoccupante, per alcuni) espansione.

Ai fini di una migliore comprensione, sarà utile un brevissimo excursus riassuntivo sulle relazioni che Cuba ha intrattenuto con i due Paesi in questione.

I rapporti con gli Stati Uniti, a dispetto della contiguità geografica (o forse proprio a causa di questa), sono sempre stati politicamente controversi, e questo già da prima della rivoluzione castrista del ’59; basti ricordare che l’amministrazione USA, nella persona del Segretario di Stato John Quincy Adams, già nell’aprile 1823, pochi mesi prima della formulazione della famosissima dottrina Monroe (del dicembre dello stesso anno, che, come noto, contempla l’America Latina come il “giardino di casa” degli Stati Uniti), aveva formulato la meno nota, per la comunità internazionale – ma per Cuba ancora più vincolante – dottrina della “fruta madura”: nella metafora evocata da questa dottrina, Cuba veniva vista (e, presso alcuni circoli dell’amministrazione americana, viene vista tuttora) come un frutto che, giunto alla giusta maturazione, sarebbe caduto naturalmente dall’albero nel cesto dei Paesi sotto diretta “tutela” di Washington. Un corollario, si potrebbe dire, della dottrina Monroe; ma il fatto che la dottrina della “fruta madura” sia stata formulata espressamente per Cuba, e addirittura prima di quella che porta il nome del Presidente Monroe, indica quanta attenzione e quanta importanza gli USA  abbiano sempre attribuito alla vicina isola caraibica.

In questo periodo Cuba fa ancora parte dell’impero coloniale spagnolo; un impero che scricchiola da tutte le parti e che, per quanto riguarda l’indipendenza di Cuba, verrà attaccato militarmente dagli USA, con un pretesto, nel 1898, in modo che l’isola possa definitivamente (nelle speranze dell’amministrazione USA) transitare sotto l’egida di Washington.

Senza addentrarsi nei dettagli storici, basterà ricordare che nei successivi 60 anni gli USA eserciteranno un controllo ferreo sulla politica – e, in particolare, sull’economia legata alla coltivazione della canna da zucchero – dell’isola, alternando modalità che vanno dall’amministrazione fiduciaria, all’occupazione militare, all’imposizione di governi “fantoccio”, non propriamente democratici, garanti degli interessi statunitensi nell’isola. In questo periodo – e in particolare dal 1952, anno del golpe militare di Fulgencio Batista – l’isola si trasforma in una sorta di parco giochi per adulti, a beneficio di facoltosi uomini d’affari americani (ma anche di esponenti del governo, della mafia – che nella Cuba di Batista troverà una specie di paradiso terrestre – ecc).

Con lo sviluppo della rivoluzione, a partire dal ’57, e alla luce dei suoi progressivi successi militari e del consenso sociale che riesce a catalizzare, gli USA capiscono che sostenere militarmente e politicamente il regime di Batista ad oltranza sarebbe controproducente; pertanto, “staccano la spina” degli aiuti – garantendogli comunque la fuga il 1° gennaio del ’59, giorno in cui le formazioni rivoluzionarie, con alla testa Ernesto “Che” Guevara, entrano vittoriose a La Habana.

A questo punto, l’atteggiamento degli USA nei confronti della nuova dirigenza cubana è improntato ad un certo sospetto, ma sostanzialmente predomina una fase di attesa. Di fatto, la rivoluzione cubana è stata ispirata da diverse anime, e la componente marxista è stata solo una di queste (anche se la più attiva, sul piano operativo, e probabilmente maggioritaria, sul piano numerico; certamente, la più organizzata e determinata): all’interno della compagine rivoluzionaria sono attivi liberali, nazionalisti e, come in occasione della guerra di indipendenza contro la Spagna, massoni; lo stesso Fidel Castro è un dichiarato nazionalista, appartenente al partito “ortodosso”, e soltanto dopo che gli USA gli avranno “sbattuto la porta in faccia” – spaventati dalla componente marxista rappresentata da Ernesto Guevara e dal fratello Raùl – dichiarerà, nel 1961, il carattere “socialista” della rivoluzione e del regime cubano, dopo aver affermato espressamente a New York, nel 1959, che il nuovo governo cubano “non era comunista”. La scelta dell’amministrazione americana (promossa dall’allora vice-presidente Nixon) di non riconoscere la nuova dirigenza e, di fatto, di metterla “al bando”, è a dir poco discutibile – e viene tuttora pesantemente criticata dai dissidenti cubani ancora residenti nell’isola – in quanto ha letteralmente gettato Cuba tra le braccia di Mosca; una scelta obbligata, da parte del governo cubano, nelle rigida dinamica del contesto della “guerra fredda” – l’URSS, del resto, non aspettava altro che poter infilare una spina nel fianco di Washington, in barba alla già citata “dottrina Monroe”, piazzando una base geostrategica a poche decine di miglia dalla costa degli Stati Uniti. Le condizioni socio-economiche di un Paese reduce da un conflitto rivoluzionario non sono mai rosee, pertanto, la consistente offerta di “aiuti” da parte dei sovietici alla neonata dirigenza ha svolto un ruolo cruciale negli orientamenti di politica estera di Cuba.

Sorvoliamo sulla disastrosa avventura della Baia dei Porci, per rovesciare il regime di Castro, e sui numerosi tentativi fallimentari di assassinarlo. Il tratto fondamentale che in questa sede ci interessa rilevare, soprattutto per le ripercussioni sulla vita sociale ed economica dell’isola, ma anche e soprattutto politica, è l’imposizione di un embargo economico dei prodotti “made in USA” contro Cuba, nel 1962; embargo che vige anche per quei prodotti fabbricati in altri Paesi, ma che contengono elementi costruiti negli Stati Uniti – medicinali compresi!

Per quanto riguarda i rapporti con la Repubblica Popolare Cinese, a dispetto della distanza geografica, questi sono stati quasi sempre improntati ad una contiguità (ma non identità) ideologica e ad una collaborazione politica ed economica. Diciamo “quasi” perché, come vedremo sia pure molto sommariamente, non sono mancate criticità e talvolta persino attriti.

Sebbene siano ascrivibili entrambi all’universo socialista (il cosiddetto “secondo mondo”), il comunismo cinese e quello cubano non rispettano gli stessi parametri e non si ispirano agli stessi modelli: in aggiunta all’influenza guevarista sulla condotta rivoluzionaria (la dottrina del “foquismo”, che si oppone alla dottrina maoista), va rilevato che, all’indomani della rottura con gli Stati Uniti, Cuba inizia subito a orbitare nella sfera di influenza dell’Unione Sovietica – anche se non sarà mai uno “stato satellite” e non sarà mai succube passiva dell’autorità di Mosca. Come abbiamo già avuto modo di accennare, questo rientra nella rigida dialettica del sistema bipolare. In occasione della “crisi dei missili” dell’ottobre 1962, però, l’idillio con Mosca sembra incrinarsi, a seguito delle manovre segrete tra USA e URSS, culminate con il vertice di Glassboro, in cui gli USA si impegnano a non intervenire militarmente a Cuba, purchè i sovietici rinuncino all’installazione dei missili. Dai suddetti accordi le autorità cubane non solo vengono escluse, ma sono tenute del tutto all’oscuro; uno “sgarbo” da parte di Mosca che non piace a Fidel e che lo induce ad avvicinarsi a Pechino, soprattutto come tattica di pressione nei confronti della dirigenza sovietica – va ricordato che i rapporti tra URSS e Cina sono piuttosto tesi, per non dire conflittuali, con buona pace della comune ispirazione marxista. Ciononostante, Cuba continua ad essere legata a Mosca – e ai suoi rubli – anche se continua a intrattenere rapporti con Pechino, per non precludersi comunque una opportunità politica. Tuttavia, i rapporti tra i due Paesi sembrano risentire della politica di avvicinamento degli USA alla Cina, degli anni ’70, che soffiano sul fuoco delle tensioni cino-sovietiche in funzione anti-Mosca; un caso eclatante, ricordato soprattutto dai cubani, risale all’aprile 1980 quando, a seguito della crisi diplomatica dovuta alla presenza di alcune migliaia di cittadini cubani (“delinquenti comuni”, dichiarano le autorità cubane) nelle ambasciate di Perù e Venezuela a La Habana, richiedenti asilo, l’agenzia di stampa ufficiale cinese, Xinhua, inserendosi nel gioco della campagna di disinformazione orchestrata dai servizi statunitensi, secondo le autorità cubane, si lascia “imbeccare” da altre fonti, invece di far parlare la propria sede a La Habana, come sarebbe stato logico, facendosi così portavoce del governo degli Stati Uniti e delle fazioni più reazionarie dell’America Latina. Ma «la logica non è una qualità che possiedono i nuovi mandarini di Pechino», come ebbero modo di sottolineare, con caustica ironia, le autorità cubane; in effetti, Mao era morto solo pochi anni prima.

Con la caduta del blocco sovietico, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, con la relativa chiusura dei rubinetti per l’afflusso di rubli (ma già Gorbaciov aveva drasticamente ridotto gli aiuti) e il ritiro completo degli “istruttori militari” sovietici dall’isola, inizia per Cuba il periodo probabilmente più difficile sul piano economico e sociale dalla vittoria della rivoluzione: il famoso “periodo especial”, caratterizzato dalla penuria di generi di prima necessità e da drastici razionamenti. Sull’onda dell’euforia per l’implosione dell’Unione Sovietica e in base a calcoli politici approssimativi, gli Stati Uniti pensano che sia giunto il momento per dare la spallata definitiva al regime castrista, abbandonato oramai dal suo potente sponsor, che naviga in acque anche peggiori. Vengono così promulgate due leggi, la “Torricelli” e la “Helms-Burton” (dai nomi degli esponenti repubblicani che le hanno presentate), rispettivamente del 1992 e del 1995 (quest’ultima durante l’amministrazione democratica del Presidente Clinton), che vanno ad inasprire ancora di più l’embargo contro Cuba, prevedendo sanzioni anche per quei Paesi che non si allineano alle direttive di Washington contro l’isola – le due disposizioni sono state pesantemente criticate in Europa, e non solo, e sostanzialmente ignorate.

Va sottolineato che l’imposizione dell’embargo, con i relativi inasprimenti, risponde anche a precise necessità di politica interna degli Stati Uniti, qualunque sia l’amministrazione in carica. Ci si riferisce, in particolare, alla necessità di accattivarsi le simpatie e i consensi – e, in definitiva, i voti – della nutrita comunità cubana di Miami, composta in larga maggioranza da cubani in cerca di migliori condizioni economiche, ma anche da esuli, dissidenti ed anche da un consistente numero di estremisti anti-castristi che hanno messo su un’autentica organizzazione mafiosa; e questa non è solo propaganda del regime castrista, come sa bene chiunque si occupi delle vicende cubane con un minimo di obiettività – si considerino alcune prese di posizione della Chiesa e delle stesse autorità statunitensi, che hanno recentemente dovuto registrare l’imbarazzo di aver appoggiato delle organizzazioni criminali prive di qualsiasi credibilità politica agli occhi della comunità internazionale. In merito alle posizioni e alle azioni del Vaticano nei confronti della Cuba castrista, va ricordato che ci sono sempre state intense relazioni diplomatiche – spesso “sotto traccia”, come è nella tradizione vaticana – culminate in due visite ufficiali – la prima di Papa Wojtyla nel gennaio del 1998, la seconda di Papa Ratzinger nel marzo di quest’anno –  che, sebbene molto diverse sul piano politico, sono state entrambe male accolte dalla comunità cubana di Miami. A proposito della visita di Giovanni Paolo II – vero capolavoro di diplomazia – è doveroso sottolineare che è stata resa possibile dalla magistrale “regia” del Cardinale Roger Etchegaray, all’epoca Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace.     

In un periodo in cui la caduta dei regimi comunisti è all’ordine del giorno, Fidel riesce magistralmente a tenere in piedi il suo.

Non entreremo nel merito dell’analisi della cause che hanno determinato la sopravvivenza del regime castrista, perché esula dal contesto di questo lavoro. Quello che qui ci preme sottolineare è che questa si è realizzata nonostante le ripetute manovre di ingerenza da parte degli USA nella politica cubana, messe in atto a vari livelli e da vari attori, primo tra tutti, la Oficina de Intereses, l’ufficio di rappresentanza statunitense a La Habana (ricordiamo che dal 3 gennaio 1961 gli USA e Cuba non intrattengono relazioni diplomatiche ufficiali) che, dietro la copertura – la “tapadera”, come dicono i cubani – dell’attività consolare, costituisce il centro direzionale per l’attività di intelligence dei servizi USA sul territorio cubano (anche questa non è una novità per nessuno, tant’è che gli stessi americani lo riconoscono; del resto, negare un’attività così “conclamata” sarebbe puerile – e controproducente). Va rilevata la difficoltà, da parte dei servizi americani, di conseguire gli obiettivi perseguiti; questo è dovuto alla efficacissima attività di intelligence e contro-intelligence messa in atto dai servizi di sicurezza cubani (in particolare, il “Departamento de Seguridad del Estado”, che dipende dal Ministero dell’Interno – MININT), tra i più efficienti (e meno pagati!) della comunità di intelligence internazionale, spesso paragonati, per la loro efficienza e “disinvoltura”, ai servizi israeliani. L’attività dei servizi cubani – molto propagandata, peraltro, dai mezzi di comunicazione, nonché celebrata anche in serie televisive e in una vasta letteratura – si è concentrata anche nel contrasto delle operazioni di guerra  psicologica, e in particolare, negli ultimi anni, nel monitoraggio e neutralizzazione dei tentativi, da parte dei servizi USA, di promuovere, nell’isola, una opposizione “di sinistra” al regime castrista, e questo per una serie di motivi:

- una classica opposizione di destra risulterebbe scontata e potrebbe prestarsi a facili sospetti su possibili manipolazioni/finanziamenti da parte dei servizi di Washington;

- un’opposizione di sinistra a un regime comunista, proprio in quanto tale, può godere di un’aura di imparzialità e di maggiore credibilità, andando a screditare così il regime, criticato da esponenti della sua stessa matrice ideologica, o quanto meno non troppo distanti da essa;

- continuare a sostenere incondizionatamente l’opposizione visceralmente reazionaria e mafiosa di gran parte della comunità cubana di Miami, come accennato in precedenza, alla lunga risulta controproducente, agli occhi della comunità internazionale;

- da ultimo, va ricordato che questa tecnica è stata utilizzata anche nel corso della “guerra fredda”, quando la CIA ha “arruolato” una schiera di intellettuali della sinistra moderata, europei e non solo, in un conflitto culturale, ma in definitiva politico, contro gli intellettuali dichiaratamente comunisti, e quindi contro l’Unione Sovietica.

La caduta del blocco sovietico comporta un riallineamento delle relazioni internazionali da parte delle autorità cubane. Quello che qui ci interessa rilevare è il crescente e rapido intensificarsi delle relazioni tra la Cina e l’isola caraibica, a tutti i livelli: politico, militare, economico e culturale. Con la caduta dell’URSS, la Cina è rimasta l’unico potenziale sostenitore, in termini materiali, della Cuba socialista; promuovere e incrementare una politica “con gli occhi a mandorla” per la dirigenza cubana appare pertanto una scelta obbligata. Da parte cinese, la caduta del sistema bipolare e l’emergere della sua rilevanza economica mettono Pechino in competizione con Washington – a sancire la fine della diplomazia del “tavolo da ping-pong” (che vedeva svolgersi partite di questo sport tra i campioni cinesi e statunitensi, a margine degli incontri al vertice tra i rispettivi rappresentanti politici, a beneficio dei media di tutto il mondo) che aveva caratterizzato le relazioni tra i due Paesi nel ventennio precedente. Poter subentrare ai sovietici nel sostenere la “spina nel fianco” degli Stati Uniti diventa pertanto una opportunità particolarmente appetibile per la dirigenza cinese.

Il rinnovato sodalizio, che, come detto, non si registrava dai tempi della crisi dei missili del ’62, viene sancito e amplificato da un moltiplicarsi di rapporti bilaterali che vedono in prima linea l’incremento della presenza di cittadini cinesi sul suolo cubano; si tratta in particolar modo di studenti che approdano sull’isola per beneficiare delle ottime strutture universitarie cubane – riconosciute sul piano internazionale, al punto che addirittura vi si incontrano studenti statunitensi! (se tra questi, poi, si nascondano “agenti sotto copertura”, spetterà accertarlo ai competenti apparati di contro-spionaggio cubani) – e di lavoratori nel settore della ristorazione che, tra ristoranti cinesi, botteghe e alloggi per gli studenti hanno messo su, nel cuore dell’Habana, una vera e propria Chinatown – il famosissimo “barrio chino”, il quartiere cinese, meta “obbligata” di tutti i cubani in vena di festeggiamenti.

Eppure, anche in questo scenario di solidarietà e di “amicizia” (nell’accezione che il termine può avere in ambito politico) con il Paese asiatico, Cuba non ha perso occasione per sottolineare ancora una volta – come già era capitato con i sovietici – la propria indipendenza politica e, diciamolo pure, la propria dignità nazionale, di fronte a un gigante che, con il suo peso politico e, soprattutto, economico, può esercitare una forte influenza sulle sorti dell’isola, nel bene e nel male. Ci si riferisce al “gran rifiuto” che le autorità cubane hanno opposto, circa tre anni fa, all’arrogante proposta cinese in merito allo sfruttamento pressoché totale dei giacimenti off-shore di petrolio al largo dell’Habana, in cambio della fornitura di infrastrutture, tecnologie e manodopera – con annesso indotto – necessarie per l’estrazione e la raffinazione. La proposta era in perfetto stile cinese, e coerente con l’atteggiamento che Pechino ha assunto nei confronti di tutti i Paesi che possano tornarle utili sul piano dello sfruttamento delle risorse energetiche (risorse di cui la Cina è sempre più affamata); basti considerare la politica del “pacchetto completo”, adottata nei confronti dei Paesi africani (a puro titolo di esempio, in cambio della costruzione di infrastrutture da parte dei cinesi, il Sudan invia a Pechino una quantità che oscilla tra l’80 e l’85% del petrolio estratto dai giacimenti del Paese). Ma la Cina non ha fatto i conti con il tradizionale orgoglio e maturità politica dei cubani che 50 anni di regime castrista non solo non hanno scalfito, ma hanno addirittura incrementato. Se a questo si aggiunge che, a dispetto della sproporzione di peso politico ed economico tra i due Paesi e della rilevanza che il sostegno cinese ha sulla politica dell’isola, i cubani, per nulla affetti da timore reverenziale, non mancano di fare dei cinesi residenti il bersaglio delle loro ironie, si capisce come Cuba sia poco incline a trasformarsi in un fedele vassallo del “dragone” cinese.

Vediamo allora come Cuba viva questa tensione/attrazione tra i due poli (USA e Cina) allo stato attuale delle cose.

Sebbene molti cubani – e non solo – ritengano il passaggio di consegne tra Fidel e Raùl solo un’operazione di facciata, con il potere effettivo ancora saldamente in mano al “lìder màximo”, in effetti la realtà politica del Paese vede una dicotomia nel potere cubano, che possiamo superficialmente sintetizzare così:

- da una parte Fidel, con i suoi “fedelissimi”, custode dell’ortodossia e della tradizione socialista;

- dall’altra il fratello Raùl, forte del supporto delle FAR (“Fuerzas Armadas Revolucionarias”, di cui è stato sempre a capo), più disponibile ad aprire un dialogo ufficiale (perché sottobanco i contatti ci sono sempre stati, tra alterne vicende) con lo storico nemico americano (vedi la “storica” apertura, con il discorso del 2 dicembre 2006, in occasione del 50° anniversario dello sbarco del primo contingente rivoluzionario a Cuba), anche a scapito dell’alleanza con Hugo Chavez, nei confronti del quale, notoriamente, Raùl non prova la stessa simpatia nutrita dal fratello.

In merito all’”interlocutore” americano, appaiono doverose alcune considerazioni sullo strumento politico-economico che è assurto a simbolo dei rapporti tra i due Paesi, o quanto meno su ciò che ne rimane: l’embargo, o, come è comunemente definito dai cubani, “el bloqueo”, che ad oggi può essere quantificato in una perdita di oltre 1000 miliardi 66 milioni di dollari per l’economia cubana. Oltre a costituire l’ennesima dimostrazione del suo fallimento come strumento per rovesciare un regime, a Cuba come nelle altre parti del mondo, negli ultimi anni ha rivelato ancora di più il suo carattere ambiguo. Sebbene gli Stati Uniti, intesi come entità nazionale, non possano intrattenere rapporti economici con Cuba, negli ultimi anni questa facoltà è stata riconosciuta ai singoli stati dell’Unione (per quanto possa apparire strano – e non lo è – sotto la presidenza repubblicana di George W. Bush); tant’è vero che alcuni di questi, in particolare quelli che affacciano sul Golfo del Messico, hanno avviato una nutrita serie di transazioni commerciali con l’isola caraibica, in particolare per quanto riguarda il settore agro-alimentare. I suddetti rapporti commerciali sono corredati da scambi di visite ufficiali tra esponenti della dirigenza cubana e i loro omologhi degli stati in questione. Al di là del fatto che le navi USA, cariche di derrate alimentari, alla fonda nel porto dell’Habana, non scaricano la merce se prima non è stata corrisposta la contropartita in denaro (a sottolineare una certa diffidenza da parte statunitense), va comunque rilevato che queste transazioni vanno avanti già da diversi anni (anche se recentemente sono state imposte sanzioni ad istituti bancari ed altre organizzazioni statunitensi e straniere che hanno violato l’embargo), a conferma che si tratta di una procedura abbastanza rodata: oramai i consumatori cubani, quando vanno a fare la spesa, sanno riconoscere subito i polli “made in USA” da quelli autoctoni per le loro dimensioni ipertrofiche.

Ci si potrà chiedere allora: perché continuare con questa ipocrisia e non togliere definitivamente di mezzo questo pluridecennale embargo economico (che comunque ha avuto, e continua ad avere, pesantissime ripercussioni sulla vita di tutti i giorni della gente di Cuba)? La risposta, nella sua apparente paradossalità, è in un certo senso “ecumenica”: perché fa comodo a entrambi! Agli Stati Uniti perché, per un verso, dietro la retorica della difesa della democrazia contro la dittatura, possono continuare a strangolare la popolazione (ma non il regime) di un Paese che ha sempre creato loro dei problemi, nel “giardino di casa” e non solo, onde scongiurare il pericolo che potesse svilupparsi un sistema politico-sociale alternativo all’”american way of life”, a poche decine di miglia dalle loro coste; per altro verso, possono continuare a garantirsi l’appoggio elettorale della numerosa comunità di esuli cubani, soprattutto in Florida. Al regime cubano perché, dietro l’alibi del “bloqueo”, può continuare a mascherare errori politico-economici che non hanno niente a che fare con l’ingombrante vicino; tra l’altro, da un punto di vista propagandistico, il “bloqueo” è estremamente funzionale in quanto non fa che perpetuare l’immagine mitica del piccolo Davide che si oppone al gigante Golia, con l’immancabile catalizzazione di simpatie che questo comporta.

Sebbene, sul piano finanziario, la dirigenza cubana abbia voluto sottolineare l’intenzione di svincolare la valuta cubana dal legame con il dollaro (anche dopo la rivoluzione, la finanza cubana ha continuato a orbitare nella sfera del dollaro, tant’è che per le spese più consistenti, “extra-libreta”, i cubani, invece del peso – la moneta ufficiale – fino al 2004 utilizzavano il dollaro USA) istituendo il “peso convertible”, o CUC (Peso Cubano Convertible) – che comunque, nel cambio con le altre monete, continua a seguire l’andamento del dollaro – la penetrazione di prodotti “made in USA” è invadente, a tutti i livelli: non solo capi “griffati” delle grandi multinazionali americane dell’abbigliamento sportivo (che solitamente raggiungono l’isola grazie a regali di turisti o di parenti residenti negli Stati Uniti) vengono ostentati dalla gioventù cubana (ivi comprese magliette con la scritta in bella mostra “CIA”, “FBI” ed altre “agenzie” statunitensi che continuano ad avere un certo peso nelle relazioni con Cuba), ma anche – e la cosa è più singolare – prodotti “culturali” di ampio consumo, come i film holliwoodiani e le serie televisive prodotte negli USA che hanno “conquistato” il mondo, non hanno risparmiato la televisione di stato cubana. Si potrebbe osservare che l’applicazione di una ferrea censura su questi prodotti, da parte del regime, avrebbe comportato l’esclusione del popolo cubano dalla “globalizzazione” culturale; ma il discorso potrebbe portarci molto lontano.

L’ambiguità che, negli ultimi anni, ha caratterizzato i rapporti con gli Stati Uniti, ha contraddistinto, sia pure in maniera infinitamente più blanda, le relazioni con la Cina; infatti, con buona pace dello sdegnato rifiuto cubano della proposta cinese in merito al petrolio, che abbiamo visto in precedenza, l’isola continua ad essere meta delle visite ufficiali degli alti esponenti della “nomenklatura” di Pechino, sia civili che militari: l’ultima, in ordine di tempo, è stata effettuata dal vice-presidente della Commissione Militare Centrale cinese, Generale Guo Bixiong, che, in concomitanza con la presenza di una nave militare cinese alla fonda nel porto dell’Habana (ma non è raro incontrare anche navi militari russe), alla fine di ottobre 2011, ha significativamente voluto iniziare il suo viaggio ufficiale in America Latina proprio da Cuba. Per non parlare dell’ultimo accordo di cooperazione biotecnologica tra i due Paesi, della fine di novembre 2011. Se a questo aggiungiamo la recente visita ufficiale di Raùl in Cina, del giugno-luglio scorso, per consolidare i vecchi rapporti, e stringerne di nuovi, con il gigante asiatico, si comprende quanto forti siano le relazioni tra i due Paesi.  

Sic stantibus rebus, Cuba potrebbe apparire lacerata tra la tentazione di risanare una volta per tutte i rapporti con gli Stati Uniti (qualcuno direbbe “capitolare”), e quella di abbracciare in tutto e per tutto il modello di riforma e di sviluppo che ha fatto decollare la potenza cinese. Di fatto, i cubani sembrano abbacinati da quello che, per dirla con Shnitzler, potrebbe essere definito un “doppio sogno”: da una parte gli Stati Uniti, con il loro mondo dorato – almeno per come viene largamente percepito attraverso i telefilm holliwoodiani e i prodotti di largo consumo; salvo poi doversi in buona parte ricredere, di fronte ai racconti realistici dei parenti che, grazie all’ottenimento del fatidico “visto”, sono riusciti a emigrare. Agli occhi di alcuni, praticamente una “terra promessa”. Dall’altra parte, il modello cinese come panacea per tutti i mali, che, con la sua incoerenza formale, facendo convivere socialismo, capitalismo e feudalesimo, potrebbe accontentare tutti, senza far torto a nessuno. Ma i cubani sono un popolo tradizionalmente incline al senso critico, e così il “doppio sogno” non può che convertirsi in un “doppio incubo”: cedere alle lusinghe di Washington significherebbe non solo perdere, di fatto, l’indipendenza politica, ma anche rinunciare drammaticamente alla propria identità culturale e nazionale – e questo è un prezzo che i cubani, caratterizzati da un fortissimo senso di appartenenza e di identità nazionale, al di là delle opinioni politiche, difficilmente saranno disposti a pagare. D’altro canto, l’adozione incondizionata del modello cinese comporterebbe non solo la perdita dell’indipendenza economica (con un forte ridimensionamento, quindi, anche della sovranità politica), ma andrebbe anche a sancire la stagnazione della società nel sistema socialista (che attualmente molti critici del regime vedono come l’origine di tutti i mali).

Ma sarà poi vero che l’alternativa tra questi due modelli sia inalienabile? Chiunque si sia avvicinato davvero a Cuba e ai suoi abitanti (e non mi riferisco quindi a chi si limita ad andare in vacanza dieci giorni a Varadero o nei villaggi turistici preclusi – non più ufficialmente, ma ancora economicamente – ai cubani, sparsi nelle zone più gettonate dell’isola), sa che la risorsa più preziosa di Cuba è il suo “capitale umano” – e questa non è retorica da turista occidentale. Per quanto il sistema americano possa apparire “ancora” (perché le notizie della crisi economico/finanziaria americana sono arrivate anche a Cuba) dorato, i cubani sono troppo orgogliosi e gelosi della propria identità per rinunciarvi, almeno sul medio-lungo periodo. Per quanto il modello cinese possa apparire accattivante, la Cina è troppo distante, non solo geograficamente, ma anche e soprattutto culturalmente dalla società, dalla tradizione e dalla mentalità cubana; già durante la “guerra fredda”, nonostante le necessità politiche richiedessero una ferrea alleanza ideologica, i cubani non riuscivano a “digerire” la mentalità sovietica, e, almeno per quanto riguarda la gente comune – anche di orientamento marxista – la contiguità “spirituale” con l’alleato sovietico non andava molto al di là dell’assegnazione di nomi russi ai bambini cubani.

Se esiste – ed esiste – una soluzione ai problemi di Cuba, anche nella prospettiva di quello che viene definito il “dopo-Castro”, questa non potrà che essere una soluzione “cubana”. Eventualmente si potrà procedere secondo il lento percorso tracciato da Deng Xiao Ping per la Cina, invece di svendere il Paese come ha fatto Boris Eltsin con la Russia negli anni ’90, e sarebbe auspicabile una normalizzazione dei rapporti con gli Stati Uniti; ma questi orientamenti non comporteranno l’adozione rigida ed esclusiva di uno solo dei due modelli – semmai, i cubani saranno tanto accorti da saperli conciliare. Certo, gli Stati Uniti, per motivi geopolitici che è facile intuire, continueranno ad avere comunque una notevole rilevanza nella politica cubana; ma sarebbe scioccamente pregiudiziale pretendere che una (ancora ipotetica) riconciliazione tra i due Paesi dovesse passare esclusivamente attraverso una unilaterale disponibilità cubana a scendere a patti con il vecchio nemico, con gli Stati Uniti arroccati sulla loro presunta superiorità politico-morale, in attesa che gli altri accettino senza riserve le loro condizioni. Del resto, l’ingerenza USA negli affari cubani, di cui il “bloqueo” è solo uno dei vari costituenti, è stata, se non l’unica causa, certamente la garanzia del mantenimento dello status quo nell’isola, e quindi della stagnazione del sistema e del regime che lo controlla: al di là delle responsabilità del regime, quando un Paese vicino – a maggior ragione se si tratta di una super-potenza – cerca sistematicamente di interferire nella dinamica politica e di destabilizzare un altro Paese a proprio vantaggio,  è inevitabile che il regime si chiuda a qualunque possibilità di apertura – che potrebbe essere utilizzata dal nemico per rovesciarlo definitivamente – andando così a determinare una sclerosi della dialettica politica.

Come recita un vecchio adagio: per fare la pace bisogna essere in due; per fare la guerra basta uno solo.

P.S. Quando, parlando con i cubani, inavvertitamente usiamo l’espressione “noi occidentali”, come a voler marcare una differenza socio-culturale tra noi europei e loro, può capitare di sentirsi rispondere, con un benevolo – ma ironico – sorriso: «Guardate che noi siamo più a occidente di voi». E non è una battuta meramente geografica!