Sintesi Dialettica ::: per l'identità democratica

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14/12/2010
Abstract
Quanti, ottimisticamente e ingenuamente, dopo la caduta del Muro di Berlino e del confronto bipolare, pensavano di poter considerare finalmente la minaccia nucleare come un “caso archiviato”, hanno dovuto amaramente ricredersi, alla luce degli ultimi sviluppi – accompagnati dalle comprensibili preoccupazioni delle potenze nucleari già “conclamate”, occidentali e non – dei vari dossier nucleari di potenze regionali emergenti, e ancor di più delle “apocalittiche” prospettive – spesso “gonfiate” e manipolate ad arte dai governi e dai media occidentali – di ordigni nucleari, più o meno artigianali, nelle mani di organizzazioni terroristiche transnazionali. Nonostante i cambiamenti degli assetti geopolitici – e di conseguenza degli orientamenti strategici – la lezione del dottor Stranamore – protagonista dell’omonimo film capolavoro di Stanley Kubrick – rimane una magnifica sintesi della quint’essenza della strategia nucleare e uno straordinario esempio della sua drammatica attualità. Chi era convinto di essersi finalmente svegliato dall’incubo nucleare, si è reso conto che dovrà confrontarcisi ancora per molto tempo. E siamo poi sicuri che si tratti veramente di un incubo?

Introduzione

La fine della guerra fredda, con la caduta dell’Unione Sovietica, e il conseguente ritorno della guerra “calda” – almeno in Europa, visto che alle periferie dei due imperi che si fronteggiavano nella guerra fredda, la guerra “guerreggiata” aveva continuato a mietere le sue vittime – ha indotto molti, non senza qualche ragione, a ritenere di poter mettere in cantina le armi nucleari per rispolverare i vecchi parametri della guerra convenzionale (peraltro mai andata in pensione). Gli ultimi anni del secolo scorso e, soprattutto, i primi del secolo in corso, hanno dimostrato però non solo che i vecchi parametri della guerra convenzionale necessitano di un radicale aggiornamento – alla luce delle nuove guerre “asimmetriche” – ma anche che il problema delle armi nucleari è tutt’altro che risolto – alla luce della proliferazione di armi di distruzione di massa e della rincorsa all’energia nucleare, non solo civile, in tanti Paesi del Terzo Mondo.

Per meglio comprendere gli sviluppi e il peso che le armi nucleari hanno assunto, e assumeranno, nei nuovi scenari geopolitici, converrà ripercorrerne le tappe fondamentali sia, brevemente, in termini tecnici, sia, soprattutto, in termini strategici, per considerare i paradossi di una strategia elaborata, come vedremo, più per evitare la guerra che per vincerla.

Evoluzione della strategia nucleare

Le origini delle armi nucleari risalgono alla seconda metà della II Guerra Mondiale, in particolare agli studi di von Braun relativi alle V-2 tedesche (1944) – che sarebbero state l’antesignano, lo “stadio larvale” dei futuri missili nucleari – per quanto riguarda i vettori, e ai risultati del progetto Manhattan, per quanto riguarda le testate.

Il progetto Manhattan venne avviato nel 1943 per ordine del presidente degli Stati Uniti, Roosevelt (dietro pressione di Einstein), al fine di anticipare i tedeschi nella costruzione di un nuovo ordigno che sfruttasse l’energia nucleare. Al progetto parteciparono migliaia tra scienziati e tecnici, sotto la direzione del fisico Robert Oppenheimer. Le ricerche portarono alla sperimentazione della prima bomba atomica (o bomba A) al plutonio 239, il 16 luglio 1945 ad Alamogordo, nel deserto del New Mexico. La riuscita dell’esperimento convinse il governo americano ad utilizzarla (qualcuno sostiene “a sperimentarla più efficacemente”) nel conflitto. Così, il 6 agosto 1945, per ordine del presidente Truman, la prima bomba atomica venne sganciata da un bombardiere B-29 (Enola Gay) sulla città giapponese di Hiroshima; si trattava di una bomba A all’uranio 235, con un potenziale pari a 16.000 (secondo alcune fonti 20.000) tonnellate di tritolo, ribattezzata, con discutibile ironia, Little Boy (ragazzino). Tre giorni più tardi, il 9 agosto, una seconda bomba (Fat Man, “ciccione”, come venne ribattezzata), questa volta al plutonio 239, veniva sganciata sulla città di Nagasaki. Le due bombe provocarono 152.000 morti (secondo alcune fonti circa 200.000) e altrettanti feriti.

Nonostante gli effetti disastrosi delle due bombe, queste, almeno in questa fase, potevano essere inserite ancora in un contesto strategico “convenzionale”: il potenziale di queste bombe, per quanto devastante, differiva solo “quantitativamente” dal potenziale delle bombe “normali”; inoltre, i bombardieri preposti a sganciarle potevano sempre essere abbattuti dalla contraerea o dai caccia nemici. La vera “rivoluzione negli affari militari” (RMA), come sostenevano gli strateghi sovietici (vedi il Maresciallo Nicolaj V. Ogarkov), si sarebbe avuta coniugando il potenziale distruttivo della bomba all’idrogeno (bomba H, o “termonucleare”) all’invulnerabilità di un missile balistico, il quale avrebbe aggirato qualunque difesa contro-aerea colpendo inevitabilmente il bersaglio, con danni pressoché incalcolabili, determinando quindi una distinzione “qualitativa” tra armi nucleari e armi convenzionali.

Tuttavia, il potenziale distruttivo dell’energia nucleare rappresentava effettivamente una discriminante rispetto agli ordigni convenzionali; di questo erano ben consapevoli gli Stati Uniti se è vero, come sostengono alcuni, che il vero obiettivo delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki non era le capitolazione del Giappone, ormai irrimediabilmente in ginocchio nell’estate del ’45, bensì lanciare un preciso messaggio di potenza, e soprattutto di determinazione ad usarla, rivolto all’Unione Sovietica, già nel ’43 identificata come il vero nemico con cui confrontarsi. Come è stato giustamente osservato, le bombe atomiche sul Giappone, lungi dal costituire l’atto finale della II Guerra Mondiale, hanno rappresentato l’atto d’inizio della “guerra fredda”.

E gli Stati Uniti, che per circa un decennio hanno detenuto il monopolio, o quanto meno la supremazia, nelle armi nucleari, non hanno esitato a sfruttarne il peso diplomatico in tre occasioni: nel 1946, in occasione dello sgombero dei sovietici dall’Iran; nel 1948, in occasione del “blocco di Berlino”; nel 1954, quando gli USA offrirono ai francesi alcuni ordigni “tattici”, in occasione della battaglia di Dien Bien Phu, durante la guerra di Indocina.

La guerra fredda era ormai inequivocabilmente cominciata e i sovietici non tardarono a compensare il gap che li separava dagli americani. Nel 1949 l’URSS sperimentò la sua prima bomba atomica nel poligono siberiano di Kurciatov. Inizia a questo punto una corsa al rilancio, sul piano tecnologico, che andrà avanti, ufficialmente, fino alla caduta del muro di Berlino, ma che, ufficiosamente, continua tutt’ora.

Gli americani, consapevoli che l’esperimento sovietico costituiva un serio attacco alla loro “leadership nucleare”, risposero nel 1952 con l’esplosione della prima bomba all’idrogeno (bomba H, o “termonucleare”) nel Pacifico, a cui i sovietici non tardarono a replicare, nel ’53, con la loro prima bomba H; già nel 1954 le bombe H americane avevano raggiunto un potenziale di 15 megatoni (MT) – pari a 15 milioni di tonnellate di tritolo – ovvero circa 750-1000 volte più potente della bomba A sganciata su Hiroshima (16 chilotoni – KT).

Nel gennaio 1953, con il passaggio di consegne tra il presidente Truman e il presidente Eisenhower, già erano chiari i tratti distintivi della nuova strategia nucleare: 1) il ruolo principale di un arsenale nucleare consiste nello scoraggiare il nemico dall’utilizzare il suo (dissuasione); 2) a parità di condizioni, gli arsenali nucleari si neutralizzano a vicenda (pur senza essere effettivamente impiegati la veridicità di questo secondo concetto sarebbe emersa soprattutto negli anni successivi).

Una prima formulazione della strategia nucleare si ebbe nel gennaio 1954, quando il segretario di Stato americano, John Foster Dulles, enunciò in un discorso quella che poi sarebbe diventata famosa come dottrina della rappresaglia massiccia, massive retaliation. Secondo Dulles, gli Stati Uniti intendevano dissuadere il nemico dall’attaccare facendo ricorso «innanzitutto alla capacità di rappresaglia istantanea con i mezzi e nei luoghi che ci riserviamo di scegliere»; in sostanza, questa dottrina prevedeva, in caso di attacco anche solo convenzionale e limitato, la possibile distruzione dei centri “vitali” (infrastrutture, catena di comando) del nemico.

Per quanto fosse accattivante la deterrenza proposta dalla rappresaglia massiccia, il New Look (come venne anche ribattezzata la politica che si rifaceva a questa dottrina) non tardò a presentare aspetti critici – legati soprattutto allo “squilibrio”, in termini di potenza e di determinazione ad usarla, a vantaggio degli americani – quando ci si rese conto che i sovietici potevano adottare esattamente lo stesso criterio, in virtù del recupero dello svantaggio iniziale. Appena due anni dopo la sua formulazione, nel 1956, si rese pertanto necessario il ricorso ad un new New Look, orientato ad abbandonare il sogno di una superiorità nucleare americana – che si sarebbe potuto facilmente tradurre in un incubo – e a fondare le basi di quel famoso equilibrio del terrore, che avrebbe costituito il fondamento della “stagnazione” internazionale dei decenni successivi.

Il ruolo importante nell’abbandono della dottrina della rappresaglia massiccia fu giocato dal deficit di determinazione a farvi ricorso da parte degli Stati Uniti, qualora l’obiettivo dell’attacco non fosse stato il territorio americano, bensì quello degli alleati dell’Europa occidentale.

La mancanza di volontà di utilizzare armi nucleari strategiche (ovvero con effetti distruttivi pressoché incalcolabili) in caso di attacco sovietico contro gli alleati europei, combinata alla necessità di rassicurare comunque questi ultimi sulla disponibilità degli americani a far ricorso al proprio arsenale nucleare, qualora il loro territorio fosse stato attaccato, spinse gli Stati Uniti ad elaborare armi e strategie per una guerra nucleare limitata. È in quest’ottica che vennero sviluppate le armi nucleari tattiche (o “da teatro”, o “da campo di battaglia”): armi a corto raggio dal potenziale distruttivo più contenuto rispetto a quelle strategiche. La seconda metà degli anni ’50 vide l’ascesa e il declino (almeno sul piano concettuale) di questo orientamento: il valore eminentemente difensivo, attribuito a queste armi – che sarebbero state utilizzate contro i contingenti nemici prossimi ad invadere i Paesi alleati – venne ridimensionato dalla considerazione che proprio il nemico avrebbe potuto utilizzarle in maniera offensiva per aprire la strada alle sue truppe; inoltre – e soprattutto – l’argomento secondo il quale il ridotto potenziale distruttivo di queste armi le avrebbe rese idonee ad essere utilizzate senza eccessivi danni per i civili apparve subito discutibile, per non dire inconsistente: il potenziale distruttivo e soprattutto gli effetti ritardati erano troppo devastanti perché potessero essere utilizzate come armi convenzionali “un po’ più potenti”, in particolare nelle aree densamente popolate dell’Europa occidentale coinvolte da una eventuale invasione sovietica. Bernard Brodie rilevò giustamente che «una popolazione che noi intendessimo salvare facendo liberamente uso di armi nucleari sul suo territorio sarebbe probabilmente l’ultima a chiederci di aiutarla».

La distinzione tra armi nucleari strategiche e tattiche, se pure interessante sul piano teorico, si rivelava di fatto irrealizzabile sul piano pratico; tuttavia le armi tattiche continuarono ad essere protagoniste del dibattito nucleare per i decenni successivi (e, come vedremo più avanti, anche nei nostri giorni) sostanzialmente per due motivi: 1) anche i sovietici avevano sviluppato un loro programma di armi nucleari tattiche, quindi, non fosse altro che per ragioni di equilibrio, era opportuno mantenerle; 2) rappresentavano comunque la garanzia, per gli alleati europei, dell’intenzione degli Stati Uniti a far ricorso al proprio arsenale nucleare per difenderli.

Il problema che emerge a questo punto, e che assillerà gli strateghi nucleari per tutti gli anni ’50, è il seguente: un attacco con armi nucleari è effettivamente realizzabile qualora riesca a distruggere le capacità di rappresaglia nucleare del nemico; ma che succede se ciò non avviene e ci si espone alla rappresaglia potenzialmente devastante di quest'ultimo? Quella che entrava in crisi era l’ipotesi dell’attacco preventivo, volto a distruggere a terra le forze di rappresaglia nemiche.

Il 1957 segnò definitivamente la fine della “relativa” tranquillità degli Stati Uniti, legata alla loro supremazia nel settore nucleare: l’introduzione dei missili balistici intercontinentali (ICBM – Intercontinental Ballistic Missile), in cui i sovietici apparvero subito in vantaggio, e soprattutto il lancio del primo satellite artificiale terrestre da parte dell’Unione Sovietica, lo Sputnik I, con l’introduzione della guerra nucleare in una prospettiva “spaziale”, non solo risvegliarono gli americani dal torpore in cui si erano adagiati, ma aprirono loro gli occhi sulla possibile vulnerabilità a un improvviso attacco sovietico.

Consapevole di questi rischi, Alfred Wohlstetter, responsabile di un gruppo di ricerca della Rand Corporation, in un articolo pubblicato nel 1959, rivedeva le concezioni precedenti introducendo nuovi concetti strategici, in particolare il principio di primo colpo (first strike) e secondo colpo (second strike). Il primo colpo consiste in un attacco volto a distruggere le capacità di rappresaglia del nemico (con l’ultima pianificazione strategica nucleare – aprile 2010 – gli Stati Uniti hanno rinunciato al “primo colpo”, anche in caso di attacco con armi batteriologiche e chimiche). Non è necessario che le forze impiegate per questo attacco siano “invulnerabili”; tuttavia, proprio in virtù della loro vulnerabilità, c’è il rischio di cedere alla tentazione di usarle “prima” che il nemico sferri il suo attacco. Il secondo colpo consiste invece nell’incassare il primo colpo del nemico, mantenendo la capacità di scatenare contro di lui una massiccia rappresaglia. Naturalmente, conditio sine qua non perché si possa disporre di forze di secondo colpo è che queste siano invulnerabili all’attacco del nemico.

La rincorsa, da parte di entrambe le super-potenze, al raggiungimento di una supremazia nelle armi di primo colpo, accompagnata dalla paura reciproca che “l’altra” potesse raggiungerla per prima, rendevano pericolosamente aleatorio il controllo effettivo di un confronto nucleare a distanza. In caso di squilibrio a vantaggio di una delle due parti, il rischio di utilizzo del proprio arsenale nucleare di primo colpo sarebbe diventato concreto. La super-potenza che avesse raggiunto la supremazia avrebbe dovuto sfruttare il vantaggio. Quella rimasta indietro avrebbe cercato di “bruciare sul tempo” il nemico con un attacco preventivo, impedendogli così di avvalersi del vantaggio raggiunto. Thomas Schelling sintetizzò con estrema efficacia questa dinamica tramite il principio del «reciproco timore di un attacco a sorpresa»: «un modesto tentativo da parte di uno o dell’altro di assestare un primo colpo senza preavviso» si sarebbe «ingigantito attraverso un processo di aspettative interagenti» che avrebbero determinato l’applicazione (potenzialmente infinita) di formule come: «loro pensano che noi pensiamo che loro pensano che noi pensiamo…che loro attaccheranno; dunque loro pensano che lo faremo noi; perciò lo faranno loro; allora dobbiamo farlo noi».

Il fatto che la realizzazione di questa logica, per certi aspetti, perversa, potesse condurre i due contendenti, “loro malgrado”, ad uno scontro nucleare, fece emergere prepotentemente l’importanza del concetto di stabilità e di stallo nucleare, in virtù del quale entrambe le potenze dovevano possedere armi di rappresaglia invulnerabili. In sostanza, il possesso, da parte di una delle due potenze, di armi di rappresaglia invulnerabili costituiva paradossalmente (in apparenza) la garanzia di sicurezza dell’altra potenza; pertanto, “tranquillizzare” il nemico circa l’invulnerabilità del suo arsenale di rappresaglia nucleare era importante tanto quanto assicurarsi l’invulnerabilità del proprio arsenale (un nemico “tranquillo” è un nemico meno pericoloso).

La “precaria stabilità” di questa situazione, aggiunta alla rincorsa, da entrambe le parti, di armi offensive e difensive che, in definitiva, si neutralizzassero a vicenda, rappresentano le fondamenta di quello che in precedenza abbiamo definito equilibrio del terrore; inoltre, nuovi sistemi d’arma stavano facendo il loro ingresso sulla scena politico-militare: i missili balistici intercontinentali (ICBM), come abbiamo visto, e i missili balistici lanciati da sottomarini in immersione (SLBM – Submarine-Launched Ballistic Missile; un esempio per tutti, il famosissimo “Polaris”). All’inizio degli anni ’60, pertanto, si rendeva necessaria l’elaborazione e la formalizzazione di una nuova dottrina strategica nucleare che tenesse conto dei nuovi sviluppi politico-tecnologici; in particolare, la crisi dei missili a Cuba, dell’autunno 1962, in cui per la prima volta la guerra nucleare sembrò passare dalle speculazioni teoriche dei centri studi alla realizzazione operativa sul campo di battaglia indusse politici e analisti a recuperare e puntare sul concetto di stabilità. In realtà, come vedremo più avanti, il pericolo effettivo di una guerra reale era molto più remoto di quanto una propaganda abilmente orchestrata era riuscita a far credere alle masse.

Il padre di questo nuovo orientamento fu il segretario alla Difesa, Robert McNamara, e la dottrina da lui concepita prese il nome di distruzione reciproca assicurata (MAD – Mutual Assured Distruction). Ufficializzata nel 1964, la MAD consisteva nella «capacità di scoraggiare un attacco deliberato contro gli Stati Uniti o i loro alleati mantenendo costantemente, anche dopo aver subito un attacco a sorpresa, una chiara ed indiscutibile capacità di infliggere all’aggressore o agli aggressori un livello inaccettabile di danni» [A. C. Enthoven, K. W. Smith]. Per quanto riguarda i sovietici, gli analisti americani avevano calcolato che per essere “inaccettabile”, il livello di danni da infliggere all’URSS avrebbe dovuto superare il 25% della popolazione e il 50% del sistema industriale e delle infrastrutture – cifre che costituivano, a loro giudizio, la soglia massima di tolleranza dei sovietici ad un attacco americano.

Il principio alla base di questa dottrina era che la reciproca deterrenza, fondata sul fatto che entrambe le super-potenze erano in grado di distruggersi a vicenda, sarebbe stata sufficiente a scoraggiare qualunque velleità di far ricorso agli arsenali nucleari.

La MAD presupponeva un tacito accordo tra le due parti, mirante allo stallo nucleare. Ma questa teoria non tardò a presentare i suoi punti deboli sia teorici che pratici: sul piano teorico, la dottrina non prevedeva come avrebbero dovuto essere impiegate le armi strategiche, qualora la deterrenza non avesse funzionato; sul piano concreto, fu proprio l’evoluzione tecnologica e la corsa agli armamenti a mettere in crisi l’equilibrio su cui si fondava la MAD. Lo sviluppo, da parte dei sovietici, dei nuovi missili anti-balistici (ABM – Anti-Ballistic Missile, più comunemente come “missili anti-missile”), con un evidente spostamento dell’ago della bilancia in favore della difesa, costituì un impulso irresistibile per gli americani a sviluppare un proprio sistema di difesa ABM, contravvenendo così alla dottrina della MAD, che invece avrebbe previsto un incremento nel settore offensivo.

Fu in questa direzione che si orientò McNamara, quando nel ’66 autorizzò il programma di sviluppo dei missili a testata multipla indipendente (MIRV – Multiple Independently Targetable Reentry Vehicle); ma ormai la corsa al riarmo era ripresa, seguendo il principio di “azione-reazione” individuato proprio da McNamara, secondo il quale: «quali che siano le nostre e le loro intenzioni, le azioni – o addirittura, a voler essere realistici le azioni potenziali – che ciascuno dei due intraprende nello sviluppo di forze nucleari scatenano necessariamente una reazione da parte dell’altro».

Il 1967 vide pertanto affiancarsi, alla strategia della MAD, una nuova dottrina nucleare, nota come strategia della risposta flessibile. Secondo la definizione ufficiale della NATO: «questo concetto […] è basato su una serie flessibile e bilanciata di risposte appropriate, convenzionali e nucleari, a tutti i livelli di aggressione o minacce di aggressione. Tali risposte, soggette ad un adeguato controllo politico, sono destinate in primo luogo a scoraggiare l’aggressione e con ciò a preservare la pace; ma se, sfortunatamente, l’aggressione dovesse aver luogo, esse avrebbero anche il compito di salvaguardare la sicurezza dell’area NATO nel quadro della difesa avanzata».

All’atto pratico, questa strategia prevedeva, a differenza di quelle precedenti, l’abbandono dell’automatismo della reazione nucleare ad un attacco convenzionale, che sarebbe potuta essere convenzionale anch’essa; qualora questa si fosse rivelata insufficiente, si sarebbe passati all’impiego di armi nucleari tattiche. Nella malaugurata ipotesi che anche queste avessero fallito il loro compito, si sarebbe fatto ricorso all’arsenale strategico.

Il concetto che questa strategia presuppone è quello di controllo dell’escalation. È, questo, un concetto fondamentale e un denominatore comune di tutte le riflessioni teoriche inerenti la strategia nucleare, e merita pertanto di essere approfondito.

Il termine escalation indica «una trasformazione qualitativa del carattere di un conflitto verso una crescita in ampiezza ed in intensità…si riferisce a qualcosa di più del semplice allargamento di un conflitto ed implica piuttosto il superamento di un limite accettato in precedenza da entrambe le parti» [Lawrence Freedman].

Negli anni ’60 furono due gli studiosi che fecero dell’escalation il fulcro della loro riflessione teorica sulla strategia nucleare: Herman Kahn e Thomas Schelling. Vediamo, sia pure sommariamente, i tratti salienti delle loro teorie.

Kahn elaborò una «scala dell’escalation» costituita da 44 gradini; la soglia nucleare (ovvero il livello raggiunto il quale ha inizio la guerra nucleare vera e propria) coincideva con il ventiduesimo gradino, anche se i primi ordigni atomici potevano essere impiegati già al quindicesimo. La tesi su cui Kahn fondava le sue argomentazioni era che fosse possibile, da parte dei vertici politici e militari, controllare in ogni momento e a qualsiasi livello l’evoluzione di un conflitto potenzialmente distruttivo che egli definiva «spasm war», guerra spasmodica, o insensata.

La teoria di Kahn contemplava anche i fattori di irrazionalità che potevano intervenire nel corso della spasm war, ma li riconduceva comunque nell’orizzonte razionale del controllo dell’escalation. Lawrence Freedman sintetizza efficacementa questa “irrazionalità controllata” con il gioco del “fifone” (chicken – tipico gioco da “gioventù bruciata” americana degli anni 50-60): due automobili si dirigono ad alta velocità una contro l’altra; il primo che svolta per evitare lo scontro (il “fifone”, appunto) perde. Morale della favola: chi fa finta di essere pronto a giocarsi il tutto per tutto, fino alle estreme conseguenze, vince. Come si accennava in precedenza, questa sembra essere stata la tattica vincente adottata da Kennedy nella crisi dei missili a Cuba nel 1962 (e che, in definitiva, costò a Krusciov la carica di Segretario Generale del Partito); coerentemente con quanto aveva già affermato Dulles in un’intervista del 1956, «la capacità di arrivare sull’orlo di una guerra senza scatenarla è un’arte necessaria. Se non si è in grado di padroneggiarla, si giunge inevitabilmente alla guerra. Se si cerca di sfuggire ad essa, se si ha paura di arrivare al limite, si è perduti». Il problema, anche se remoto, sorgerebbe qualora, in questa «gara di determinazione», si riscontrasse una «totale simmetria» tra i due contendenti.

Nell’ambito di un confronto nucleare, questa dinamica prevede che a un determinato gradino della scala dell’escalation, il contendente che si trovi in svantaggio sia tentato di passare al gradino successivo, con un margine di controllo molto più basso e un margine di rischio molto più elevato, per poter giocare meglio le sue carte. Pertanto un'«asimmetria», riscontrata ad un determinato gradino, scarica l’enorme responsabilità di alzare la posta passando al gradino successivo sulla parte in svantaggio; è quella che Kahn definisce «dominanza nell’escalation». Egli scrive: «questa capacità, a parità di altri fattori, mette chi la possiede in condizione di sfruttare consistenti vantaggi in una data posizione della scala…Essa dipende dall’effetto a reazione delle capacità che si fronteggiano su un determinato gradino, dalla valutazione di ciascuna delle due parti sui possibili sviluppi dello scontro in caso di passaggio ai gradini successivi e dai mezzi a disposizione delle due parti per spostare lo scontro su questi altri gradini».

Kahn era perfettamente consapevole delle carenze della sua teoria sul piano “predittivo” e del fatto che la strategia nucleare sovietica operasse secondo una scala completamente diversa – cosa che avrebbe vanificato tutte le congetture sul controllo e la dominanza nell’escalation relative alla sua scala. Dal punto di vista pratico, in caso di conflitto reale, i suoi concetti di controllo e dominanza nell’escalation sembravano molto più sfumati e indeterminati di quanto apparissero nella teoria: nel malaugurato caso in cui la situazione fosse sfuggita di mano, le due parti si sarebbero trovate coinvolte, loro malgrado, in una escalation incontrollata, che avrebbe portato ad uno scontro apocalittico. In definitiva, la «soglia critica», oltre la quale sarebbe stato azzardato spingersi, il “punto di non ritorno”, sembrava essere proprio la soglia nucleare. Un altro smacco, dunque, per chi si ostinava a sostenere la possibilità di una guerra nucleare limitata.

La teoria elaborata da Schelling, pur partendo sempre dal concetto di escalation, era diametralmente opposta a quella di Kahn: mentre la teoria di Kahn si fondava (e confidava) sul controllo di ogni fase del confronto nucleare, la teoria di Schelling puntava proprio sulla sua incertezza e indeterminatezza; una volta che la deterrenza avesse fallito nel suo compito di evitare la guerra, una accorta gestione di questi due fattori avrebbe potuto consentire di sfruttare la situazione a proprio vantaggio.

Partendo dalla considerazione, squisitamente clausewitziana, che la guerra è il regno dell’incertezza e dell’imprevedibilità, fatta da uomini che, in quanto tali, sono soggetti ad errore – a maggior ragione se coinvolti nel turbine della battaglia – Schelling sostiene la possibilità di volgere a proprio favore questi lati negativi della guerra.

Innanzitutto Schelling considera che il potere deterrente delle armi nucleari risiede nella loro capacità distruttiva; pertanto, se si vuole tenere il nemico sotto la minaccia di questa deterrenza, o, se si preferisce, di questo ricatto, è necessario che queste armi non vengano utilizzate massicciamente, ma continuino a riempire gli arsenali – né più né meno come nel caso del sequestratore, che può far valere le sue minacce fintanto che gli ostaggi sono vivi; una volta morti, anch’egli è spacciato, perché non ha più carte da giocare.

Quindi Schelling considera il rischio di perdita del controllo dell’escalation, una volta superata la soglia nucleare. Nel momento in cui la situazione comincia a precipitare, il nemico potrebbe essere ricondotto a più miti consigli dal timore che la situazione possa sfuggire a qualsiasi controllo (vedi la crisi dei missili a Cuba nel '62). In sostanza, perdere il controllo della situazione rende più plausibile il ricorso all’arsenale nucleare, con il timore che questo comporta: quanto più cresce la possibilità di utilizzare le armi nucleari, tanto più cresce la paura, il terrore del loro utilizzo. È quella che Schelling definisce «minaccia che lascia qualcosa al caso […]. La chiave di questa minaccia è che, indipendentemente dalla sua eventuale messa in atto, la decisione finale non è pienamente sotto il controllo di chi esercita la minaccia stessa».

La prospettiva di questa teoria ci rimanda alla dinamica che abbiamo considerato prima con il gioco del “fifone”: anche in questo caso, in definitiva, solo la paura indotta nel nemico può impedire il degenerare della situazione. Questo presuppone che il nemico, proprio perché in grado di decidere di“ritirarsi, disponga di una notevole capacità di (auto)controllo; ma questo implica anche delegare al nemico la responsabilità - e la volontà - di scatenare un conflitto potenzialmente distruttivo per entrambe le parti.

La strategia della minaccia che lascia qualcosa al caso si rivelava certamente valida in tempo di pace, quando la paura che un conflitto nucleare possa finire completamente fuori controllo rappresenta un efficacissimo deterrente contro il conflitto stesso. Meno attendibile e affidabile si sarebbe rivelato (come, del resto, altre teorie considerate in precedenza) in tempo di guerra, quando non sarebbe riuscito a spiegare i motivi per i quali il nemico, messo “con le spalle al muro” di fronte al rischio dell’escalation, avrebbe dovuto retrocedere, invece di difendere la posizione già acquisita. Questo ci sembra confermato da una conversazione informale avvenuta durante un incontro al vertice tra Stati Uniti e Unione Sovietica, tra un alto esponente della gerarchia militare sovietica e il suo omologo americano, ovvero che non si sarebbe mai più verificato un secondo ritiro dell’URSS, come quello occorso durante la crisi dei missili a Cuba nel ’62.

Volendo ridurre ad estrema sintesi, chi si trova in difficoltà nella scala dell’escalation secondo Kahn “sale”; secondo Shelling “scende” o si ritira.

Sebbene per gli strateghi, soprattutto militari, il concetto di dominanza nell’escalation di Kahn risultasse molto più appetibile di quello di minaccia che lascia qualcosa al caso di Shelling – più vicino all’approccio dei civili, sia strateghi che politici – di fatto fu il secondo ad essere adottato, anche perché l’escalation non superò mai il livello della crisi dei missili a Cuba del '62, e quindi il timore della perdita di controllo, una volta superata la soglia nucleare, fu l’effettivo, occulto ispiratore di tutte le scelte politico-strategiche precedenti e successive a quella crisi. Infatti né la strategia della distruzione reciproca assicurata, né quella della risposta flessibile, fornivano effettive garanzie ed efficaci procedure, una volta fallita la deterrenza. Alla fine degli anni ’60, pertanto, l’effettiva possibilità del fallimento della deterrenza e del superamento della soglia nucleare non era, di fatto, contemplata.

Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’80, l’adagiarsi su questa certezza era suffragato dal periodo di distensione tra le due super-potenze, che anche nei conflitti che le vedevano coinvolte ai confini dei rispettivi “imperi”, non prevedevano l’uso di armi nucleari, avendo rinunciato, in sostanza, all’esercizio di una “diplomazia nucleare”.

Verso la metà degli anni ’70, però, alcuni fattori di carattere politico e tecnologico intervennero a riportare in auge il concetto di dominanza nell’escalation. Dal punto di vista politico, il deteriorarsi dei rapporti tra le due super-potenze fece apparire meno remota l’ipotesi di un fallimento della deterrenza; inoltre, si diffuse la notizia che i sovietici stavano lavorando ad una strategia nucleare meno aleatoria di quella americana e più orientata al combattimento effettivo di una guerra atomica. Dal punto di vista tecnologico – ancora una volta – lo sviluppo dei missili a testate multiple (MIRV), la capacità di calibrare, a seconda delle esigenze, gli effetti distruttivi delle armi nucleari, e la straordinaria precisione raggiunta da queste ultime, reclamavano il ritorno di strategie nucleari che ponessero al centro della loro dottrina il concetto di dominanza nell’escalation.

Di fatto, tra gli anni ’70 e ’80, si assistette allo sviluppo di strategie che combinavano la “moderazione” della risposta flessibile con lo “spauracchio” della distruzione reciproca assicurata. Così, nel 1974, il segretario alla Difesa americano, James Schlesinger, dichiarò che si sarebbe adottata una serie di risposte nucleari selettive per limitare il più possibile il ricorso alla MAD, ma che, al tempo stesso, in caso di estensione del conflitto, non ci si sarebbe astenuti dal ricorrere all’arsenale strategico.

Nel 1980, sotto la presidenza di Jimmy Carter, il segretario alla Difesa Harold Brown annunciò l’adozione di una strategia countervalue, concepita per la conduzione di una guerra nucleare prolungata, che contemplava la distruzione dei centri politici ed economici dell’Unione Sovietica, mantenendo sempre il controllo ad ogni livello dell’escalation (l’attacco contro obiettivi esclusivamente militari viene definito counterforce).

Nel 1981, sotto la presidenza di Ronald Reagan, si rincarò la dose, affermando che la capacità, da parte degli Stati Uniti, di salire i gradini dell’escalation, avrebbe costituito una garanzia di sicurezza per tutto l’Occidente. Ma soprattutto, nel 1983, il presidente Reagan annunciò il programma, divenuto famoso con l’espressione di “guerre stellari”, o “scudo spaziale” (tornato d’attualità nel 2008), in base al quale un colossale sistema di intercettazione collocato nello spazio avrebbe dovuto neutralizzare «la terrificante minaccia dei missili sovietici». Si trattava di un progetto eminentemente “difensivo” – tecnicamente il programma era definito Strategic Difensive Iniziative (SDI) – ma, come abbiamo visto in precedenza, una difesa così invulnerabile a vantaggio di una super-potenza avrebbe rotto in maniera netta e preoccupante l’equilibrio tra le due parti, spingendo l’altra a correre ai ripari, innescando così la corsa al riarmo, se non addirittura il meccanismo dell’escalation (è ciò a cui abbiamo assistito, “in una certa misura”, sul finire dell’amministrazione Bush, nella disputa tra Stati Uniti e Russia relativa allo scudo spaziale in Europa e all’allargamento della NATO a Ucraina e Georgia). In tutto questo, si inserivano le aspettative e le angosce dei Paesi europei, ansiosi di rimanere sotto l’ombrello nucleare americano, ma terrorizzati dalla prospettiva di una guerra nucleare combattuta, sia pure solo con armi tattiche, sul loro territorio.

Il progetto non fu realizzato, la tensione che aveva generato si risolse nell’ennesimo falso allarme e gli analisti e gli strateghi più avveduti riconobbero che, per l’ennesima volta, la minaccia che lascia qualcosa al caso continuava ad essere uno degli assi portanti della strategia nucleare.

Alla fine degli anni ’80, alla vigilia dunque della caduta del muro di Berlino e del blocco sovietico, la strategia nucleare, continuando a oscillare tra guerra limitata e distruzione assicurata, tra armi selettive come la bomba N, al neutrone, che annienta le persone ma non le cose, e armi dal potenziale distruttivo catastrofico come il “super-missile” MX, non era riuscita ancora a definire con precisione e sicurezza cosa fare una volta superata la soglia nucleare.

A sciogliere, sia pure parzialmente, il dilemma intervenne la storia: nel biennio '89-'91, crollando l’impero sovietico, il “grande nemico”, anche l’eventualità di un conflitto nucleare tra le due super-potenze subiva un drastico ridimensionamenton, non fosse altro perché di super-potenza ne restava soltanto una. La Russia ereditava in toto l’arsenale nucleare dell’Unione Sovietica, con il nulla osta dell’Occidente. Nella miriade di repubbliche, più o meno autonome, uscite dalla frammentazione dell’Unione Sovietica, la Russia, infatti, rappresentava l'unico “interlocutore nucleare affidabile” La NATO, nei Summit di Londra (luglio 1990) e di Roma (novembre 1991), mandarono ufficialmente in soffitta la dottrina della risposta flessibile e con essa la speranza (o l’illusione) della guerra nucleare limitata, e stabilirono un «deterrente nucleare minimo» da mantenere in Europa, quantificato in 500 testate – dalle 7000 presenti durante la guerra fredda.

Lo spettro nucleare, che qualcuno, frettolosamente e superficialmente, aveva creduto di poter riporre nel “dimenticatoio”, è riapparso però in forma più subdola, meno eclatante, ma non per questo meno pericolosa, con la proliferazione nucleare nel Terzo Mondo. All’India, che già possedeva la “Bomba” nell’ultima parte della guerra fredda, si è aggiunto il Pakistan, primo e, per il momento, unico Paese islamico a essersi dotato di un arsenale nucleare; la Corea del Nord possiede una tecnologia avanzata in questo settore, e il programma nucleare iraniano, ufficialmente sviluppato per scopi civili, desta forti preoccupazioni negli ambienti politico-militari occidentali (e non solo); in Medio Oriente si fanno sempre più forti le pressioni, da parte di Paesi “amici” dell’Occidente, come Egitto e Arabia Saudita, per sviluppare un proprio programma nucleare, da poter contrapporre a quello iraniano. Proprio in questo delicato scacchiere, va ricordato l’arsenale nucleare israeliano, conosciuto solo in via ufficiosa (si tratterebbe di 150-200 testate) - a eccezione di qualche velata allusione - ma mai ufficialmente smentito.

La proliferazione di armi nucleari e, in generale, di distruzione di massa, nel Terzo Mondo costituisce un “triplice” problema: 1) rimette in discussione i rapporti di forza con l’Occidente; 2) secondo alcuni analisti, metterebbe armi potenzialmente distruttive nelle mani di leader impreparati a controllarne la gestione; 3) dalle mani di questi leader potrebbero “scivolare” in quelle di organizzazioni terroristiche transnazionali che potrebbero utilizzarle, eventualmente, contro i contingenti delle missioni internazionali, o anche per attentati in grande stile nelle città occidentali. Del resto, soprattutto nelle attuali “guerre asimmetriche”, non c’è bisogno di monumentali missili balistici intercontinentali a testata multipla: è sufficiente un ordigno nucleare “artigianale” ( o le cosiddette bombe sporche, come vengono chiamate le armi di distruzione di massa fatte in casa) fatto esplodere nella metropolitana di una capitale europea , o in una città degli Stati Uniti, per sortire effetti devastanti non solo dal punto di vista materiale, ma anche, e soprattutto, dal punto di vista psicologico, con tutte le conseguenze che ne derivano (vedi l’attentato nella metropolitana di Tokyo nel ’95, con il gas nervino “sarin”). Azioni del genere, una volta messe in atto, non si potrebbero neutralizzare con i consueti strumenti e procedure militari convenzionali, per quanto sofisticati; qualche chance potrebbero avere soltanto i sevizi di intelligence e le forze di polizia, in modalità preventiva.

In quest’ottica, si sta cercando di correre ai ripari, tornando a privilegiare armi “tattiche”, o, come vengono definite oggi, “sub-strategiche”, di dimensioni contenute e molto precise, da utilizzare per la difesa dei contingenti militari in missione all’estero, e, in maniera preventiva, per attacchi mirati contro installazioni nucleari dei Paesi “proliferatori”, quando non addirittura contro i loro leader.

Di fatto, il problema è molto complesso dal punto di vista tecnico, ed estremamente delicato dal punto di vista politico.

Un bilancio della strategia nucleare e le prospettive future

A questo punto converrà puntualizzare i principi cardine della strategia nucleare, che sono emersi in questa breve analisi della sua evoluzione.

La strategia nucleare è, se non paradossale, quanto meno anomala rispetto alla strategia convenzionale; mentre quest’ultima consiste nella gestione dell’impiego della forza, la strategia nucleare consiste nella gestione del suo “non-impiego”. È un po’ quello che avviene nei combattimenti tra animali di grandi dimensioni: quanto più ingenti sono i danni che ciascuno potrebbe infliggere all’altro, tanto più il combattimento si risolve in una ostentazione ritualizzata di potenza, dal momento che un combattimento effettivo potrebbe risultare fatale per entrambi. La guerra nucleare, o meglio, il suo timore, è una sorta di guerra psicologica: mostrare la forza per evitare di usarla.

Mai come nella strategia nucleare si è vista la realizzazione di uno dei principi più importanti della dottrina di Karl von Clausewitz – considerato, peraltro, il padre della strategia convenzionale moderna – ovvero che la dinamica della guerra, più che al gioco degli scacchi, è riconducibile al gioco con le carte. E la guerra nucleare – con le sole, tragiche eccezioni di Hiroshima e Nagasaki – questo è: un gioco d’azzardo, una partita a poker in cui, in alcune circostanze, si è costretti a rilanciare, visto che non si può abbandonare il tavolo da gioco e non si può “andare a vedere”. La strategia nucleare non è una strategia per combattere la guerra, ma per evitarla. È una strategia di guerra psicologica, ma particolare, perché le tecniche utilizzate sono le stesse per entrambi i contendenti, quindi, in un certo senso, tutto avvinene alla luce del sole. Per tornare alla metafora del poker, è un “bluffare a carte scoperte”, un far credere all’avversario che si è capaci e determinati a infliggere chissà quali perdite, pur rassicurandolo che non si ha alcuna intenzione di farlo. E allora perché non mettersi d’accordo e smetterla? Perché il primo che avanzasse una simile ipotesi dimostrerebbe debolezza, e quindi risulterebbe virtualmente sconfitto.

Come è stato giustamente osservato, nell’era nucleare, il vero nemico è la guerra; i due nemici, in quest’ottica, rischiano di diventare paradossalmente alleati, sia in caso di equilibrio delle forze, sia in caso di supremazia di uno sull’altro, quando si cerca subito di ristabilire l’equilibrio, vera garanzia di pace. Di fatto, le armi nucleari sembrano fatte per neutralizzarsi a vicenda; è il paradosso di armi che, una volta inventate, non possono essere usate, o meglio, che sono state inventate proprio “per non essere usate”. Quella che emerge dalla strategia nucleare è una dinamica “a specchio”, che porta a “impattare” una partita “non giocata”.

Quanto poi alla questione relativa al fatto che le armi nucleari hanno spostato l’ago della bilancia in favore della supremazia dell’attacco, rispetto alla supremazia della difesa cara alla strategia convenzionale, è senz’altro vero che, a tutt’oggi, contro un attacco condotto con missili balistici intercontinentali, praticamente non c’è difesa che tenga; ma è proprio nel paradosso tipico della strategia nucleare che le armi strategiche, come abbiamo visto, rimettano l’accento sulla difesa. Certo, è una difesa particolare, perché non si limita a difendere “passivamente” i confini della propria nazione, ma distrugge la nazione dell’attaccante. E proprio in questo consiste la difesa nella dinamica della reciproca deterrenza o dissuasione: una difesa “attiva” al punto da risolversi completamente nel contro-attacco, ovvero nella rappresaglia; una forma singolare di difesa, che viene praticata con armi da attacco. Di fatto, in un simile contesto, chi si assicura la difesa, pone una seria ipoteca sulla vittoria. È però vero che con difese così reciprocamente scoraggianti si ottiene solo un pareggio; ma, a parità di difesa nucleare, proprio gli arsenali convenzionali possono fare la differenza. Questi, infatti, durante tutto il periodo della guerra fredda, su entrambi i lati del fronte, hanno continuato ad essere incrementati sia quantitativamente che tecnologicamente.

La deterrenza nucleare ha scoraggiato anche il ricorso alla guerra convenzionale; e questo proprio in virtù di quell’equilibrio che ha consentito alla guerra di restare, appunto, fredda.

A proposito delle preoccupazioni degli americani, in un certo periodo, circa la “propria” superiorità nucleare – con le conseguenti rassicurazioni verso i sovietici sulla non-volontà di attaccare, volte a scongiurare un’improvvisa offensiva sovietica volta a compensare il gap con la sorpresa, o comunque una spropositata corsa agli armamenti per pareggiare il potenziale nucleare – si può osservare che nella strategia nucleare, nel momento in cui ciascun contendente dispone del potenziale sufficiente per distruggere l’altro, al di là dell’equilibrio o del vantaggio di uno, il calcolo è sempre “a somma zero” (sia pure in un’accezione “estesa” del termine). In caso di equilibrio, la somma è ovviamente zero; in caso di squilibrio, chi è in vantaggio è soggetto per un verso all’attacco a sorpresa dell’altro, per altro verso alla proliferazione nucleare sempre da parte dell’altro. Non è detto che debba essere il più potente ad attaccare – perché dovrebbe farlo, visto che si sente sicuro, e si espone alla rappresaglia del nemico, potenzialmente distruttiva? Il primo attacco potrebbe arrivare proprio da chi si trova in svantaggio, perché si sente più vulnerabile, e con un attacco improvviso può prendere di sorpresa il nemico neutralizzando la sua maggiore potenza. Si vede come in entrambi i casi il calcolo sia sempre a somma zero, e anzi, nel secondo caso sembra quasi paradossalmente avvantaggiato il più debole. Questo spiega la preoccupazione degli americani per il “proprio” vantaggio: avevano paura della paura che potevano indurre nei sovietici.

La strategia nucleare è, paradossalmente, una strategia “pacifista”, ma solo nel momento in cui entrambi i contendenti sono dotati di armi atomiche, e queste sono distribuite più o meno equamente tra i due, in virtù di quell’equilibrio che, sia pure del terrore, ha garantito all’Occidente quasi 50 anni di pace; certo, una pace armata, fondata sulla reciproca paura più che sulla reciproca amicizia, ma non per questo meno efficace: mai l’Europa aveva vissuto un periodo così lungo senza conflitti armati sul suo territorio (non consideriamo, qui, i “conflitti per procura”, che le due super-potenze hanno combattuto nelle periferie dei rispettivi imperi). Sotto l’ombrello nucleare generazioni di pacifisti hanno potuto permettersi il lusso di marciare con la bandiera della pace da Perugia ad Assisi, invece che con il fucile in spalla verso il confine nord-orientale.

La fine del mondo bipolare – con i suoi equilibri e la sua stagnazione nelle dinamiche internazionali – e della guerra “fredda” ha determinato il ritorno di quella “calda”: per tutti gli anni ’90 i Balcani sono tornati ad essere la “polveriera d’Europa”; nel Terzo Mondo, molti Paesi svincolati oramai dalla logica bipolare, hanno ceduto a spinte centrifughe, imbarcandosi in avventure belliche per guadagnarsi “un posto al sole” nei nuovi equilibri regionali.

Il “nuovo ordine mondiale”, da un lato, e, dall'altro, le potenze emergenti (alcune già nucleari, altre che stanno per diventarlo) che vogliono conquistare – e, talvolta, come nel caso della Russia – riconquistare il peso politico in ambito regionale e non solo hanno portato alla proliferazione di conflitti tecnicamente definiti a bassa intensità. Non tutti, per la verità, sono riconducibili a questa categoria: la guerra che ha insanguinato l’Africa Centrale a metà degli anni ’90 (in particolare in Ruanda e Burundi) ha mietuto un numero di vittime cinque volte maggiore di quello delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki (parliamo quindi di cifre che oscillano tra 700.000 e 1.000.000 di morti); è il caso di dire che ne ha uccisi più il machete in Africa che l’atomo in Giappone.

Con la fine della guerra fredda e gli squilibri che ne sono derivati, gli arsenali nucleari hanno perso, in parte, il peso strategico che avevano prima. Eppure, la corsa al riarmo da parte di Paesi già dotati di arsenali nucleari (come Russia e Cina), e la rincorsa, da parte di tanti Paesi del Terzo Mondo, a dotarsi di un potenziale nucleare (civile e/o militare – dual use), compresi quelli aderenti al cosiddetto “asse del male” e i cosiddetti “stati canaglia” (nella “colorita” definizione americana), e soprattutto il rischio che queste armi (come, in generale, tutte quelle di “distruzione di massa”) possano finire nelle mani di organizzazioni terroristiche transnazionali – o di Paesi che le sponsorizzano – stanno riportando l’argomento di drammatica attualità.

Perfettamente consapevole dei rischi che una “proliferazione” di potenze nucleari comporta – legati soprattutto alla revisione dei rapporti di forza e degli equilibri internazionali, o, quanto meno, regionali – ritengo la “democratizzazione” delle armi nucleari la migliore e più efficace garanzia di pace, responsabilizzando le parti in conflitto e scoraggiandole dal far ricorso con troppa disinvoltura alle armi convenzionali. Non è detto che questo si traduca sempre in risultati positivi, ma se parliamo di contenimento dei conflitti armati, nulla come il comune possesso di armi nucleari si è rivelato più efficace per conseguirlo (a puro titolo di esempio, basta ricordare che all’indomani del primo esperimento nucleare da parte del Pakistan, l’India – nemico storico del Pakistan, con un conflitto che, dopo decenni, a fasi alterne continua tuttora, e potenza nucleare anch’essa – ha avanzato proposte di dialogo).

D’altra parte, qualunque tentativo (a cui, qualche volta, purtroppo, ancora si assiste, vedi il “1° Vertice mondiale sulla prospettiva di un mondo libero da ordigni nucleari”, svoltosi a Washington il 12-13 aprile 2010) di messa al bando di tutte le armi nucleari, non solo risulterebbe palesemente anti-storico, ma rischierebbe addirittura di riportare in auge quella guerra convenzionale su vasta scala che le armi nucleari, per tanto tempo, erano riuscite a scongiurare.

Che piaccia o no, le armi nucleari ci sono, e non saranno certo politiche “dello struzzo” o irrazionali atteggiamenti di demonizzazione che ci consentiranno di gestirle meglio. Anche, e soprattutto, alla luce dei nuovi scenari geopolitici, dobbiamo re-imparare a farci i conti; anche perché le armi nucleari oramai esistono, e, come diceva Robert Oppenheimer, «un’invenzione non può essere disinventata».

APPENDICE

Evoluzione degli armamenti nucleari e relativi accordi internazionali

(1943 – 1960)

1943 – Avvio del progetto Manhattan

1945 – Bomba atomica su Hiroshima (6 agosto) e su Nagasaki (9 agosto) – 152.000 mila morti e 150.000 feriti

1946 – Esperimento nucleare americano sull’atollo di Bikini

1949 – Primo esperimento nucleare sovietico

1952 – Prima bomba all’idrogeno (bomba H americana) e prima bomba atomica inglese

1953 – Prima bomba H sovietica

1954 – Le bombe H americane sviluppano un’energia di 15 megatoni (15 milioni di tonnellate di tritolo, 750 volte più potenti della bomba su Hiroshima

1957 – Prima bomba H inglese

Messa a punto dei primi missili balistici intercontinentali (ICBM)

Lancio del primo satellite sovietico Sputnik

1958 – Conferenza di Ginevra per la sospensione degli esperimenti nucleari

1960 – Prima bomba atomica francese

Primo lancio del missile Polaris da sottomarino in immersione

Conferenza delle 10 potenze a Ginevra per il controllo internazionale sul disarmo

(1961 - 1970)

1961 – I sovietici sperimentano una nuova bomba dal potenziale di 56-100 megatoni (56-100 milioni di tonnellate di tritolo – 5000 volte più potente della bomba su Hiroshima)

Il sovietico Yuri Gagarin, a bordo della Vostok I, è il primo uomo nello spazio

Riprende la Conferenza di Ginevra

1962 – Conferenza delle 18 potenze a Ginevra

1963 – Dal 1945 si contano 416 esperimenti nucleari, di cui 259 americani e 126 sovietici

Collegamento diretto tra Mosca e Washington (“linea rossa”)

1964 – Prima bomba atomica cinese

1965 – Riprende la conferenza di Ginevra

1966 – Conferenza di Ginevra, non si raggiunge alcun accordo

1968 – USA, URSS e Gran Bretagna firmano il Trattato di Non Proliferazione delle armi nucleari (TNP)

1969 – Conferenza di Ginevra, iniziano i negoziati SALT (Strategic Arms Limitation Talks)

1970 – Entra in vigore il Trattato di non proliferazione delle armi nucleari, firmato da 98 Paesi

(1971 - 1980)

1972 – Riprende la Conferenza di Ginevra

Riprendono i negoziati SALT a Helsinki; a maggio viene firmata a Mosca la Convenzione provvisoria sulla limitazione sulle armi strategiche offensive (SALT I)

Iniziano i negoziati SALT II

1974 – Accordo sulla limitazione degli esperimenti nucleari sotterranei tra USA, URSS e Gran Bretagna

1977 – Riprendono i negoziati SALT II

Proroga dell’accordo SALT I in scadenza a ottobre

1978 – Comitato ONU per il disarmo

1979 – Firma degli accordi SALT II

(1981 - 1989)

1981 – Gli USA propongono all’URSS l’”opzione zero” (euromissili): la NATO rinuncia all’istallazione dei missili Pershing II e Cruise in Europa Occidentale se il patto di Varsavia ritira gli SS20, SS4 e SS5

Gli USA iniziano il programma di costruzione della bomba N (bomba al neutrone)

Iniziano a Ginevra i colloqui sui missili strategici di teatro (INF – Intermediate Nuclear Forces o euromissili)

1982 – Iniziano a Ginevra i negoziati START I (Strategic Arms Reduction Talks)

1983 – Gli USA varano il programma per la costruzione del missile intercontinentale MX

Reagan annuncia il progetto di “scudo spaziale” (“guerre stellari”)

1987 – Accordo USA-URSS sull’”opzione doppio zero” che prevede l’eliminazione dei missili nucleari a raggio intermedio in Europa e in Asia

(dicembre) Reagan e Gorbaciov firmano il trattato per lo smantellamento degli euromissili (INF)

1989 – Gli USA rinunciano al progetto “scudo spaziale” (SDI – Strategic Defense Initiative)

Gorbaciov annuncia il ritiro dei missili sovietici dai Paesi del Patto di Varsavia entro l’anno

(1990 – 2000….)

1990 – NATO e Patto di Varsavia si accordano sulla riduzione a 195.000 unità delle truppe in Europa centrale

Vertice a Washington tra Bush e Gorbaciov sul disarmo

1991 – Bush e Gorbaciov firmano l’accordo START I per la riduzione del 30% delle armi strategiche

1992 – Dopo la caduta dell’URSS la Russia eredita l’arsenale nucleare

1993 – Bush e Eltsin firmano l’accordo START II che prevede la riduzione del 75% delle testate nucleari e l’eliminazione dei missili intercontinentali a testata multipla entro il 2003 – trattato sostanzialmente congelato; nel 2002 interviene un trattato stipulato da G. W. Bush e Putin che stabilisce la riduzione di 2/3 degli arsenali intercontinentali entro 10 anni

2010 – Obama e Medvedev firmano l’accordo per la riduzione dell’arsenale atomico (START II) da 2200 a 1550 testate nucleari.